Babele | Prima della fine: Spin Time Labs!

Un viaggio tra la Genesi e l’Apocalisse, un richiamo che riecheggia fino all’orizzonte, linea che divide l’arrivo dalla fuga, l’io dall’altro da me

di Federica Terribile

 

In una Roma degradata, spaventata, dominata dalla chiusura di luoghi di cultura e aggregazione, primo fra tutti la scatola cranica; in una città in cui i bei tempi dei centri sociali, del Rialto o del Valle sembrano un’età dell’oro virtuosa e irripetibile per noi ventenni che non l’abbiam vissuta; in una città in cui per i giovani “aggregazione” è sinonimo di sbornia a San Lorenzo o Piazza Trilussa in piedi con la bottiglia in mano come campi di fenicotteri ubriachi, e “scambio” fa scopa con Instagram; in una Roma che in dieci anni si è trasformata in nostalgico ricordo di se stessa, si erge  Babele / Prima della fine, la rassegna che si è svolta il 1 giugno negli spazi di Spin Time nel quartiere Esquilino.

Il mito biblico cui il titolo fa riferimento è noto ma ripercorriamolo per suggerire una riflessione.
In origine tutta la terra aveva una stessa lingua e le stesse parole. L’umanità, così riunita sotto un unico pensiero, era divenuta tanto potente da volersi ergere a padrona di se stessa costruendo una torre che arrivasse fino al cielo, a sfida del potere divino.
Dio, di fronte all’immensa torre e alle sconfinate potenzialità che l’umanità dimostra, comprende la necessità di porle dei limiti: affinché il suo innalzamento sia spirituale e non fisico, divide gli uomini spargendoli per il mondo e confondendone la lingua. Da qui Babele, letteralmente “confusione”.

Gettando un’occhiata veloce alla Storia, l’uomo sembra continuamente tendere a questa originaria unità che, lo preannunciava il mito, non è così positiva come potrebbe apparire.
L’idea di un unico pensiero e di un’unica lingua, lo sappiamo, è il principio fondatore di ogni regime dittatoriale, non a caso George Orwell in 1984 immagina che nel continente d’Oceania, una delle tre grandi potenze totalitarie in cui il mondo è diviso, si parli la Neolingua, un nuovo linguaggio in cui sono ammessi solo termini con un significato preciso, elementare, privo di possibili sfumature eterodosse, che  renda impossibile concepire un pensiero critico individuale. Orwell, risulta ormai chiaro, aveva intuito profeticamente l’attuale involuzione mediatica, basti menzionare le tanto discusse filter bubbles o il meno noto progetto LENA (Leading European Newspaper Alliance), nato nel 2015, un portale che raccoglie gli articoli dei grandi giornali aderenti e che mira allo scambio di informazioni tra le redazioni al fine di creare un’opinione pubblica europea.

Dunque, in contrasto con questa spersonalizzante unità, in memoria della sacra confusione e pluralità di linguaggi, si è svolto Babele | Prima della fine, un evento di collisione tra teatro, musica, performance live, video e installazioni che ha permesso ai numerosi spettatori di abitare quell’insolito dedalo che è il palazzo di Spin Time, ex-sede Ipdap abbandonata e occupata a scopo abitativo nel 2013 dall’associazione Action – diritti in movimento.
Situato nella zona dell’Esquilino a Roma, tra via Statilia e Via S.Croce in Gerusalemme, l’edificio si sviluppa su otto piani complessivi e due interrati, per un totale di circa 16mila metri quadrati lasciati in disuso per circa dieci anni e poi, dopo l’occupazione di Action, riabilitati e riconvertiti in spazio sociale grazie al sostegno del Dipartimento di Architettura di Roma Tre.

Infatti Spin Time è, sì, tetto di più di 150 famiglie di 18 nazionalità diverse, ma soprattutto bene comune, cantiere di un progetto di rigenerazione urbana, centro culturale polifunzionale: tra sala concerti, sala conferenze, auditorium, teatro, osteria, laboratorio di birra artigianale e falegnameria si svolgono corsi, iniziative per bambini, attività di assistenza sociale di vario genere, dal sostegno scolastico per studenti agli sportelli di ascolto e consulenza giuridica per migranti e bisognosi.
Un luogo aperto a tutti i cittadini indiscriminatamente, che vive tra auto-sostentamento economico e contributo pubblico, un modello virtuoso, quasi utopistico di società. Quasi. Perché Spin Time esiste e resiste coraggiosamente come realtà sociale illuminata, non dal lume di strani e modaioli concetti New Age, ma dalla semplice intelligenza del buon senso: riconoscendo nella creatività e nell’espressione artigianale uno strumento potente per generare Comunità e Futuro, punto programmatico di questa realtà è la promozione e la formazione artistica e culturale.

È nell’ottica di questo spirito condiviso che la compagnia Illoco Teatro (Roberto Andolfi, Annarita Colucci, Dario Carbone) da circa un anno e mezzo si è impegnata nella rigenerazione degli spazi dei sotterranei di Spin Time Labs, creando una sala prove a condizioni accessibili grazie a un’economia che consenta ai progetti artistici di avere non solo un natale, ma una vita e uno sviluppo, un luogo in cui le compagnie possano lavorare e guadagnare per poter reinvestire. Nell’ambiziosa prospettiva di creare un sistema produttivo alternativo e virtuoso, Illoco Teatro e l’Orchestra Notturna Clandestina, hanno collaborato al lungo processo di restauro della sala congressi ricavandone un Auditorium di 170 posti e, unendosi ad altri artisti ed operatori teatrali in un collettivo, Spin Art, stanno lavorando all’organizzazione di una stagione teatrale da inaugurare a settembre. 

È così che, in attesa di decollare, Spin Art (Roberto Andolfi, Dario Carbone, Annarita Colucci, Anton de Guglielmo, Mauro Persichini, Emiliano Valente), con l’aiuto dei ragazzi dell’ASGUT (Associazione Studenti GUT della Sapienza), ha dato vita a Babele / Prima della fine, una puntata zero di quella che sarà la linea programmatica della stagione, «una scommessa della contemporaneità», come l’hanno definita gli organizzatori, una celebrazione del bisogno di comunione e di dialogo.  

Ci siamo: ad accogliere il pubblico le straordinarie gigantografie dell’artwork Azimut di Futura Tittaferrante che, nell’alternarsi con le finestre della grigia facciata del palazzo, concretizzano l’inizio di quest’utopistica serata. All’interno gli avventori sono aiutati dalle maschere nella scelta delle performance da seguire. Nella scoperta di essersi appena trasformati in spettatori itineranti, ognuno è visibilmente attraversato prima dall’entusiasmo della varietà di proposte presentate, poi dalla preoccupazione di pianificare la propria serata in modo da riuscire a vedere più spettacoli possibile. Compilando il proprio depliant come fosse un carnet delle danze, si incastrano gli appuntamenti con la maestria di un manager newyorkese, consapevoli che la mancata ubiquità non permetterà di assistere proprio a tutto. Nessun problema, tra una spedizione e l’altra ci si ritroverà nei luoghi comuni per raccontarsi l’esperienza appena vissuta, mandando in crisi il carnet del proprio prossimo.

In questa serata l’arte e la relazione hanno ridisegnato lo spazio contaminando ogni angolo, il pubblico ne viene circondato salendo e scendendo i gradini dei vari piani immersi nelle videoproiezioni ESC_ALE di Collettivo L4R fino ad esserne immerso persino nei luoghi apparentemente meno adatti grazie all’installazione luminosa sonora Cesso Splendente di Diego Labonia.

Nelle numerose sale del palazzo si sono alternate le performance Glory Hole di Giulio Stasi-Rosabella TEATRO, Mahagony di Teatro Mobile, EHDENYA di Cristina Ghinassi, Riflessioni su ciò che è mio di Illoco Teatro – Pierfrancesco Rampino e Nicola Boccardi, Cuoro pop-up di Gioia SalvatoriDiscorso sul mito di Vittorio Continelli, Un,Due,Tre:Stella di Mario Russo, Michael Schermi, Giulia Alice Grandinetti, Kotekino Riff di Andrea Cosentino e il concerto del trio Pane.

Tra un’esibizione e l’altra il cortile interno funge da antica agorà in cui i discorsi si intrecciano ai fili dell’installazione Eurhope: in viaggio per la Cittadinanza Planetaria di Stalker / NoWorking  in cui campeggia la dichiarazione dell’ imperatore Cesare Marco Aurelio Severo Antonino, per gli amici Marco Aurelio: “Diamo a tutti i viandanti che sono al mondo la cittadinanza romana e il diritto a migrare per diritta via e senza impedimento ovunque vogliano, ad esclusione di chi visibilmente congiura contro l’umanità e la comunanza del genere umano.”

Dopo più di tre ore di condivisione itinerante la rassegna si conclude nell’Auditorium appena restaurato con la punta di diamante emblema della rassegna: il pluripremiato spettacolo L’uomo nel diluvio di Simone Amendola e Valerio Malorni, in cui l’esilarante e disperato racconto di un italiano migrante viene rivolto a spettatori italiani e stranieri ospiti di un’occupazione abitativa per bisognosi e immigrati provenienti da tutto il mondo. L’intensità dell’applauso finale, le mani di un pubblico tanto eterogeneo che si fa comunità in un coro di battiti, questa è la colonna sonora di Babele. L’evento, rivoluzionario nel suo genere, ha coinvolto una quindicina di realtà artistiche e ha permesso a circa duecento spettatori di età, etnia e status sociali diversi, di condividere il tempo e lo spazio di una giornata abitando i piani di una torre che è inno alla ricchezza della diversità e al suo infinito potenziale.

L’epidemia di sgomberi che sta invadendo gli spazi culturali della capitale e le politiche sempre più nazionaliste e xenofobe dell’attuale governo, sembrano obbedire a un deliberato intento distruttivo nei confronti delle comunità e del singolo individuo più che un’operazione di salvaguardia della legalità a beneficio dei cittadini.

Se il teatro, come sosteneva il grande impresario teatrale Paolo Grassi è «Il luogo dove una comunità liberamente riunita si rivela a se stessa, il luogo dove una comunità ascolta una parola da accettare o da respingere» ne risulta che, in assenza di comunità, il teatro, per esteso la cultura, non può esistere, non può sostentarsi. Infatti non si sostenta. Non solo. In assenza di comunità e di teatro l’individuo non ha modo di ascoltare nessuna parola “da accettare o da respingere”, non sviluppa pertanto un pensiero critico, non impara a scegliere, a scindere il vero dal falso. Infatti, nonostante la dolente e vibrante eredità di due conflitti mondiali, ancora si parla di xenofobia, ancora bisogna ripetere che “diverso è buono”, che è nell’esistenza di qualcosa di diverso da me, di estraneo, nell’esistenza dell’altro da me e dal confronto con esso, che si giunge alla conoscenza. Sono millenni che filosofi, teologi e pensatori di ogni provenienza convengono unanimemente almeno su questo concetto.

In risposta al pericolo sempre più concreto di un’unità che diventi dominio infruttuoso di uno sterile sistema politico totalitario sorgono luoghi come SpinTime, che ha fatto di un problema una soluzione, comprendendo che da bisogni comuni può nascere un bene comune, che ha fatto dell’emergenza abitativa e della diversità dei propri abitanti una risorsa, una spinta rigenerativa della società che li ospita.
Da qui si erge Babele / Prima della fine, da qui si leva il muto urlo de L’uomo del diluvio che inonda la platea di un silenzio condiviso, il silenzio commosso di chi riconosce la propria disperante migrazione negli occhi dell’altro.

 

 

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