Il carnevale romano. Una parabola storica

Sebbene il calendario definitivo non sia stato ancora reso noto, le iniziative per celebrare il carnevale romano avranno inizio giovedì 28 febbraio e si protrarranno fino a martedì 5 marzo, con una parata ufficiale prevista per la giornata di sabato 2 marzo 2019.

di Cecilia Carponi

 

Le origini del carnevale

L’etimologia maggiormente diffusa fa risalire il termine «carnevale» al latino carnem levare, che tuttavia sembra riferirsi esclusivamente all’ultimo giorno del ciclo festivo, ossia al martedì grasso, che coincide con il primo giorno di quaresima e prevede pertanto l’omissione della carne dal pasto quotidiano (da qui l’uso diffuso, nel folklore odierno, di gettare nel fuoco gli utensili da cucina utilizzati per cuocere la carne). Storicamente, il carnevale cristiano non detiene un collocamento fisso all’interno del calendario liturgico; la prescrizione ecclesiastica indica infatti un periodo più o meno vasto a seconda degli anni, che si protrae dal giorno dell’Epifania e termina il giorno che precede il mercoledì delle Ceneri.

In quanto fase di tripudio festivo antecedente alla penitenza quaresimale, il carnevale può facilmente essere assimilato ai periodi di licenza eccezionale e extra-ordinaria che occorrono in tutte le popolazioni del mondo, di cui i Saturnali e i Lupercali nell’antica Roma costituiscono un noto esempio. Infatti, il carnevale si configura come un momento di intensa vita sociale per la comunità, che tende a una catarsi emotiva e spettacolare anche in relazione al ciclo stagionale: una sorta di rivalsa contro l’oscuro torpore invernale, carica di un senso propiziatorio che invoca la luce e la rinascita della primavera, entrambe prigioniere delle divinità infernali. In questo senso, il riso, inteso come reazione a un gesto comico inserito in una dinamica attore-spettatore, diviene liberatorio e rigenerante, in linea con gli antichi riti che concludevano proprio col riso le cerimonie di purificazione dopo la discesa agli inferi. Allo stesso modo, il ricorrere a un carattere fittizio per un lasso di tempo più o meno breve attraverso l’utilizzo delle maschere – che originariamente ritraevano e incarnavano figure demoniache – diviene uno strumento di evasione dalle responsabilità sociali e di sospensione della moralità.

Ed è proprio al carnevale, infatti, che gli storici del teatro hanno spesso ricondotto le prime origini di alcune tradizioni dello spettacolo popolare.

 

Il carnevale romano

Nella città capitolina, in origine, il carnevale cristiano era essenzialmente costituito dai giochi agonali, istituiti già in epoca romana, che avevano luogo il giovedì grasso nelle adiacenze del Monte dei Cocci, considerato un luogo sacro. L’iniziativa coinvolgeva soprattutto i nobili, che si cimentavano in gare e duelli, e fu successivamente spostata fra le rovine dello stadio di Domiziano (attuale Piazza Navona).

A partire dal XII secolo, e per tutto il Medioevo, il ludus carnevalarii prevedeva la cavalcata del papa, del prefetto e dei cavalieri della città fino al quartiere di Testaccio, dove venivano celebrati i riti propiziatori. È così che il carnevale romano va strutturandosi: dapprima limitato esclusivamente a due giorni festivi (il giovedì grasso e la domenica di carnisprivium), più tardi esteso a un terzo giorno (tra il giovedì e la domenica), destinato alla caccia dei tori.

Durante il Rinascimento, con lo spostamento della residenza pontificia di Papa Paolo II a Piazza Venezia, la celebrazione del carnevale romano venne trasferita sulla via Lata (odierna via del Corso), per la prima volta nel 1466. Entrarono così nella celebrazione tradizionale le mascherate, i cortei di carri trionfali e le corse – celebri quella degli ebrei e quella delle prostitute (istituita da Papa Alessandro VI Borgia nel 1501). Ad esse si aggiunsero più tardi: la gara dei moccoletti, durante la quale i cittadini mascherati si rincorrevano con una candela accesa in mano, tentando vicendevolmente di spegnere il «moccolo» portato da qualcuno del sesso opposto, costringendolo così a calarsi la maschera; e le corse dei cavalli barberi, che partivano da Piazza del Popolo e si concludevano a Piazza Venezia.

Come rileva Roberto Ciancarelli (storico del teatro e docente presso la Sapienza – Università di Roma), il carnevale romano fu una vera e propria officina di invenzioni teatrali, oltreché una palestra per attori. «A Roma, il Carnevale fu la vera accademia del teatro comico. Così come lo sarà anche per i comici dell’Arte, che, in sostanza, presero astutamente possesso del Carnevale per venderselo, miniaturizzato, nello spazio chiuso delle “stanze”. Fu il colpo grosso dei comici, il più straordinario tra i furti che permise loro di vendere uno spettacolo comico. E forse fu un modo di procedere legato al caso, all’improvvisazione. L’improvvisazione si esercitava durante il Carnevale per la semplice ragione che è una pratica mimetica che collabora con il caso. E il caso è tanto più fecondo quanto più è esaltata la sua natura impermanente e caotica» (R. Ciancarelli, L. Mariti, Nota di presentazione, Dossier: Roma capitale invisibile del teatro del Seicento, «Teatro e Storia», n.s. 33, 2012, p. 83).

È nel corso dell’Ottocento, tuttavia, e in particolare con l’avvento dell’Italia unita, che le attività carnascialesche furono definitivamente abolite, soprattutto per questioni di ordine pubblico, e per ovviare ai numerosi incidenti che avvenivano durante gli eventi festivi. E a tutt’oggi, il carnevale romano fatica a ritrovare gli antichi e alteri fasti della propria parabola storica. Una situazione, questa, che ha subìto un andamento del tutto opposto a uno dei più celebri carnevali d’Italia, quello di Viareggio, che, con i suoi corsi esuberanti e dall’intensa connotazione satirica, ha sempre rappresentato, nei suoi 146 anni di vita, la vera prosecuzione dello spirito carnevalesco originario. Periodo ovvero di catarsi in cui non solo tutto diventa lecito e possibile, ma in cui la popolazione può finalmente esprimere i suoi sentimenti di approvazione o di sfiducia nei confronti del governante, di denigrazione, delegittimazione, scherno, rivelandosi nel tempo vero termometro dell’umore della piazza e, di riflesso, del Paese.

Emblematica appare dunque la scelta, per il 2019, di optare per un carnevale meno satirico e più “riflessivo”, volto non più tanto a screditare il potere costituito, quanto a rappresentare le angosce, le paure, le ansie del nostro tempo: la condizione della donna, la minaccia dell’inquinamento, il pericolo di una guerra atomica, l’umanità in migrazione.

Per concludere, al di là della mera celebrazione, occorre guardare al carnevale come allegoria della vita, nelle sue infinite sfaccettature, ma anche come possibilità di riflessione ironica sulla condizione umana. Scelta che persino agli austeri papi che governavano Roma appariva del tutto legittima, ma che nella modernità sembra essersi trasferita dalla piazza cittadina a quella virtuale e impalpabile dei social network, riducendo l’autenticità e la forza catartica del rito.

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