Lola Arias e la geometria identitaria del mondo

Uno sguardo ai temi ricorrenti nella carriera artistica della regista di Minefield

di Doralice Pezzola

 

Pare che Lola Arias non abbia mai realizzato l’opera «The square», che compare (e dà il nome al film) in The Square di Robert Östlund. Si tratta di un quadrato luminoso che, nelle prime scene, viene installato a terra davanti al museo di Stoccolma in cui il protagonista lavora come curatore. La sua targa recita: «Il quadrato è un santuario di fiducia e amore, in cui tutti hanno gli stessi diritti e doveri». Assistendo alla messain scena di Minefield (Campo Minado), lavoro del 2016 a opera della regista argentina passato al Romaeuropa Festival 2018, si potrebbe pensare che il quadrato sia una sua ossessione ricorrente: per tutto lo spettacolo al centro del palco campeggia una struttura lattiginosa che è la sezione di un cubo. Del cubo ci vengono offerte tre facciate, quelle interne, che fanno da “palco nel palco” per gli attori che vanno e vengono fuori dalla costruzione. I protagonisti della performance sono sei veterani di guerra, tre dell’esercito argentino, tre dell’esercito inglese. Le due facciate verticali sono schermi su cui vengono proiettate, in alcuni momenti chiave, delle stringhe di testo. A sinistra in inglese, a destra in spagnolo. Lola Arias ha però dichiarato in un’intervista recente che quel film, The Square, è piuttosto la storia, non priva di paradossi ironici, di una collaborazione fallita; e che quel «quadrato» che le viene accreditato nel film è in verità opera dello stesso regista. Se non è una forma geometrica a ripresentarsi nelle espressioni artistiche della regista, è però qualcosa di strettamente correlato, di cui essa non costituisce che una delle molteplici manifestazioni. A tornare è forse, costante e sempre più sottile, una visione geometrica del mondo, scomposto in quadrati che si rifrangono, in immagini che si specchiano e si osservano, in universi di senso che affacciano su altri universi e ci guardano dentro.

Già dai tempi di That enemy within, lavoro del 2010, Lola Arias si interrogava sui rapporti fra le cose servendosi di un sistema a specchio: in scena due gemelle, come sempre in ruoli «entre lo real y la ficción», costruivano uno spettacolo per indagare, a partire dalla peculiare situazione di due esseri identici l’uno all’altro, quel nemico dentro del titolo. Recita la sinossi di pugno dell’artista: «Tutti nasciamo soli, eppure i gemelli nascono insieme. Tutti ci sentiamo unici, eppure i gemelli sono doppi. I gemelli sono un’eccezione della natura che ci fa riflettere su chi siamo. Quanto della nostra identità è scritto nel sangue? Quanto viene determinato dall’ambiente in cui siamo stati creati? Quanto è dovuto soltanto al caso?». Sulla già forte presenza speculare delle due attrici, Lola Arias aveva poi costruito un sistema di richiami per immagini sovrapposte. A un certo punto dello spettacolo su una delle gemelle, legata ad un materasso e fronte allo spettatore, veniva proiettata addosso l’immagine dell’altra. Le due (quella in scena e quella in video) recitavano lo stesso testo, amplificando e complicando lo sdoppiamento e la ricomposizione della propria immagine, e aprendo a una riflessione sul senso dell’identità individuale.

Sei anni più tardi il discorso si è fatto più complesso. Con Minefield Lola Arias ha un’intuizione geniale: pensa a sei persone che quasi quarant’anni fa si sono trovate nello stesso luogo nello stesso momento. E che, se si fossero incontrate, si sarebbero sparate addosso per cercare di uccidersi. Le riunisce e le piazza ancora una volta insieme nello stesso luogo. È un palcoscenico e oggi come allora gli inglesi (uno per la verità è coreano, ma combatteva per l’esercito inglese) non capiscono lo spagnolo e gli argentini non parlano l’inglese (uno di loro dichiara che proprio lo ha odiato per tanti anni, l’inglese). Eppure insieme riescono a fare qualcosa: il teatro. Così, messi dalla stessa parte della Storia, i sei rievocano le vicende personali e collettive della Falklands War/Guerra de las Malvinas, che vide l’Argentina del governo militare di Leopoldo Galtieri e l’Inghilterra di Margareth Thatcher battersi per il possesso di queste isole, nel 1982. Di nuovo la regista e artista costruisce la scena su un rapporto a specchio: quello che si viene a creare fra le due lingue, ciascuna portatrice di una propria verità storica. Sono gli stessi attori a invitare gli spettatori ad andare a verificare la disparità delle informazioni riportate nelle due relative pagine Wikipedia. In effetti, la pagina inglese e quella spagnola non concordano neppure su chi per primo mise piede sulle isole. La prima ne attribuisce la scoperta al capitano John Strong, che vi approdò nel 1690; la seconda afferma contrariamente che si trovavano tracciate in alcune mappe argentine già a partire dal 1502. Ancora una volta, Lola Arias utilizza la geometria come un sistema di lettura del mondo che al contempo ne definisce i tratti e ne scardina i teoremi, e chiede al pubblico di riflettere sul concetto stesso di identità. «Starei meglio se non mi avesse parlato in inglese», dice Lou Armor parlando di un argentino a terra che prima di morire gli aveva chiesto qualcosa nella lingua madre del suo uccisore.

Con Minefield l’artista argentina torna su una questione – quella linguistica – già affrontata in lavori precedenti. The art of arriving, ad esempio, era uno spettacolo del 2015 con protagonisti alcuni bambini bulgari immigrati a Brema, i quali illustravano con grande ironia e leggerezza cosa avesse significato per loro quella grande operazione di traduzione culturale di fronte a cui li aveva posti il trasferimento in una terra straniera. Non c’era sul palco, in quel caso, un cubo-specchio deformante, o la messa alla prova di due immagini sincroniche sovrapposte. Apparentemente si trattava di un altro procedimento geometrico: il ribaltamento di prospettiva. In uno spettacolo per gli ospiti tedeschi, la regista metteva in scena la narrazione degli arrivati bulgari. Del resto già nel 2013, per il suo The art of making money, Lola Arias aveva voluto sul palco «mendicanti, musicisti di strada e prostitute» per farli «parlare di quello che sanno fare. Come in uno di quei manuali che scrivono i milionari su come guadagnare una fortuna, ecco i mendicanti che condividono le loro strategie di sopravvivenza». Nel caso di The art of arriving la struttura di senso era però più articolata; lo spettacolo procedeva attraverso uno schema ricorrente di esercizi di grammatica tedesca proiettati su uno schermo e completati in tempo reale, e messe in scena (esilaranti) di visioni stereotipate della società bulgara, i cui adulti venivano interpretati dai bambini stessi, travestiti. I minuti protagonisti, bilingue, diventavano così il «luogo» di una sintesi possibile; quella fra due lingue e due culture distanti: due facce del cubo sovrapposte, due immagini una sopra l’altra. 

In Audition for a demonstration (2014-2017) i due universi costretti al confronto, le verità tagliate a metà dallo specchio della regista, avevano invece una natura diversa. Piuttosto che essere due corpi o due nazioni, erano due luoghi temporali. O meglio, due epoche diverse dello stesso luogo. Performance collaborativa, a cui il pubblico viene invitato a prendere parte in qualità di attore, Audition for a demonstration è infatti uno spettacolo muta-forma che consiste nella messa in scena ad opera dei cittadini (sotto la guida di un team) di un evento storico che ha segnato l’identità della città in cui viene replicato. Così, ad esempio, nel 2014 veniva realizzato a Berlino un re-enactment della manifestazione ad Alexander Platz del 1989, e nel 2015 ad Atene si recitava la protesta del 1973 contro la dittatura militare dei Colonnelli. La realtà veniva in questo caso indagata nella forma assunta all’interno della memoria collettiva, andando a scavare nel concetto stesso di memoria pubblica e storica a confronto con la memoria individuale. Sul suo sito, l’artista annota: «Come rappresentare le grandi azioni di massa: la rivolta di un popolo, la caduta di un regime, la fine di una frontiera? Cosa resta nella memoria anni dopo: una foto, un gesto, uno slogan?».

La chiave geometrica con cui Lola Arias si approccia alla vita, all’essere umano e al rapporto con gli altri risiede insomma in una scelta di visione. Che forse è poi una decodificazione istintiva, un modo di guardare alle relazioni fra le cose che procede per piani, per strutture a confronto; un’indagine che passa al setaccio le increspature di senso per rintracciare quelle connessioni sotterranee che tengono assieme le cose più diverse, e impediscono al nostro mondo di sfilacciarsi nelle maglie caotiche dell’innumerevole, del molteplice, dell’incalcolabile di cui è in larga parte composta la sua materia prima. Ecco una delle prerogative fondamentali che possiamo ritrovare, puntuale ad ogni appuntamento scenico, nell’arte di Lola Arias.

______

Link al sito di Lola Arias

 

 

MINEFIELD

Durata 100′

Testi, Direzione Lola Arias

Con Lou Armour, David Jackson, Gabriel Sagastume, Ruben Otero, Sukrim Rai, Marcelo Vallejo

Ricerca, Produzione Sofia Medici, Luz Algranti

Scenografia Mariana Tirantte

Composizioni musicali Ulises Conti

Disegno luci, Direzione tecnica David Seldes

Video Martin Borini

Ingegnere del suono Roberto Pellegrino, Ernesto Fara

Assistente alla regia Erika Teichert, Agustina Barzola

Assistente tecnico Imanol López 

Assistente di produzione Lucila Piffer

Assistente U.K. Kate O’Connor

Costumi Andrea Piffer

Produttore U.K. per LIFT Erica Campayne, Carolyn Forsyth, Matt Burman

Produttore associato Gema Films

MINEFIELD è stato originariamente commissionato e coprodotto da LIFT, Royal Court Theatre, Brighton Festival Universidad Nacional de San Martín, Theaterformen, Le Quai Angers, Künstlerhaus MOusonturm, Maison des Arts de Créteil, Humain Trop Humain / CDN de Montpellier and Athens & Epidaurus Festival

con il supporto di Council England, British Council, The Sackler Trust

Supporto British Council, Embajada de la República Argentina en Gran Bretaña e Irlanda del Norte, Arts Council England, The Sackler Trust

 

THAT ENEMY WITHIN

Text and Direction Lola Arias.

With Anna K. Becker and Esther Becker.

Concept Becker, Becker, Arias.

Music Ulises Conti.

Set Dominic Huber, blendwerk.

Video Mikko Gaestel & Stefan Schmied, Expander Film.

Choreographic Collaboration Tamara Saphir.

Production and Assistant Director Jana Burbach, Rahel Haeseler

 

THE ART OF ARRIVING

Text and Direction Lola Arias.

With Yozer Ahmed, Alisia Emilova, Asavela Gabrielli, Emilia Mattukat, Richard Mattukat, Izel Shtilyanov, Dzhaner Sprostranov, Leo Weiske, Julia Sol Wolff, Emil Yuseinov, Emilia Yuseinov

Kids coach Nathalie Forstman

Set Dominic Huber

Video Mikko Gaestel

Costume Alexandra Morales

Music Ulises Conti

Lights Tim Schulten

Dramaturgy Sabrina Bohl

Production Nathalie Forstman, Christiane Renziehausen

Translation Eva Befeld, Elif Patarla

Assitants Directors Friederike Schubert, Eva Matz, Isabelle Heyne

Set Assistant Sofia Korcinskaja

Costume Assistant Foelke Wagner

Production assistant Ewa Górecki

Artistic collaboration Christiane Renziehausen

Technical coordinator (Inspizienz) Lena Maire, Michael Mrukwa

 

THE ART OF MAKING MONEY

Written and directed by Lola Arias.

With Beate Augustin, Ibrahim Chacarov,  Mehmet Chacarov, Claudius Franz, Anja Meister, Ronald Meister, Bernhard Richter, Matthieu Svetchine, Boiko Borisor Todorov, Dog Kumpel.

Dramaturgy Benjamin von Blomberg.

Production Alexandra Morales.

Translation Martin Mutschler.

Set Design Dominic Huber.

Music Ulises Conti.

Video Mikko Gaestel.

Lighting Joachim Grindel.

 

AUDITION FOR A DEMONSTRATION

2015 ATHENS (Onassis Cultural Centre)

Concept and Dramaturgy Lola Arias

Artistic collaboration Aljoscha Bregrich

Research and Dramaturgie for the Greek version Prodromos Tsinikoris

Research Assistant Ioanna Valsamidou

Video Mikko Gaestel

Video Assistant Oliwia Twardowska

Director’s Assistant Liana Taousiani

Assistants to the costume designer Alexandra Delitheou, Vassiliki Sourri

Historical consultant Dr Leonidas Kallivretakis (National Hellenic Research Foundation)

Volunteers Dimitra Dermitzaki, Eleni Euthymiou, Vicky Nikolaidou, Vassilis Skarmoutsos, Elena Stauropoulou

Simultaneous translation Nikos Pratsinis

2014 BERLIN (Gorki Theater)

Concept Lola Arias

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.