Intervista a Christina Zoniou: Un teatro dagli oppressi per gli oppressi

«Il Teatro dell’Oppresso è una tecnica teatrale, un movimento mondiale […] per gli oppressi dagli oppressi, coloro che, cioè, hanno necessità e desiderio di voler cambiare una situazione che crea disagio». Così Christina Zoniou, Visiting Professor presso l’Università di Roma Sapienza, in occasione del laboratorio «L’attore sociale. La poetica, la drammaturgia e la prassi del Teatro dell’Oppresso» definisce questa tipologia di linguaggio teatrale che, dagli anni Sessanta, agisce attraverso forme artistiche dialettiche che prevedono la diretta e concreta partecipazione del pubblico nell’azione drammaturgica.

 

Articolo di Caterina Ridi e Eva Corbari

 

Il Teatro dell’Oppresso nasce in Brasile, negli anni ’50, con Augusto Boal: fondatore di questo nuovo linguaggio e tecnica, egli pensa e struttura un teatro che si leghi profondamente alla pedagogia orizzontale, che porti il soggetto dell’azione drammaturgica a cercare attivamente possibilità per risolvere problematiche sociali riconoscibili. La forma più rappresentativa di questa tipologia di teatro sociale è quella del Teatro Forum: gli attori portano sulla scena una drammaturgia che parla di una conflittualità sociale ben individuabile dal pubblico e che prevede la presenza di un protagonista, oppresso in maniera inequivocabile da un oppressore. Giunti all’apice della narrazione, cioè quando il protagonista si trova costretto a compiere una scelta esistenziale che si ripercuoterà sulla sua stessa vita, un facilitatore (il jolly, solitamente il conduttore), dalla sala, interrompe l’azione in scena. Esattamente in questo momento il pubblico sarà chiamato all’intervento, mai imposto e sempre volontario, nell’azione drammaturgica in scena: agli “spett-attori” è chiesto di proporre soluzioni e indicazioni agli attori circa i successivi snodi o di agire direttamente, prendendo il loro posto, con l’obbiettivo dello scioglimento e superamento dell’oppressione iniziale.

Attraverso una dialettica aperta al confronto, ma contraria alla sopraffazione, il Teatro dell’Oppresso si costituisce come un ambiente protetto, non regolato da gerarchie d’apprendimento verticali, secondo le quali, invece, attori e conduttori illustrano paternalisticamente al pubblico una vicenda preconfezionata, in cui ogni possibilità evolutiva e risolutiva cala dall’alto. Con una modalità maieutica, ogni soggetto coinvolto viene sollecitato a cercare una risoluzione alla condizione oppressiva, condivisa da tutti in modo diretto o anche indiretto. In questo ultimo caso, il soggetto individua come tale quella certa oppressione emersa in laboratorio o durante lo spettacolo, perché ne sente fortemente il sostrato etico e la volontà di cambiamento di questa condizione, secondo la nozione fondamentale illustrata da Christina Zoniou: «siamo nel contesto di un teatro dagli oppressi per gli oppressi».

Nel creare soluzioni artistiche interessanti, a partire da storie individuali e pubbliche, da corpo, voce e spazio fisico, le regole della tecnica e della tradizione diventano norme etiche di convivenza civile e rispetto delle differenze, per un’azione di ricerca artistica e intervento in contesti aggregativi contraddittori (la città, il lavoro, la famiglia…), dove gli squilibri di potere minano l’uguaglianza di un individuo o di una categoria di cittadini. «Quanto intelligente può diventare la gente quando è coinvolta in una situazione di partecipazione, di dialogo e ascolto autentico! La forza intellettuale dei cittadini è più grande rispetto a quello che gli si vuol far credere», racconta la Zoniou, quando le si chiede di testimoniare il ruolo avuto dal suo gruppo di teatro dell’Oppresso durante il periodo della crisi greca del 2010.

La società greca (ambiente di riferimento per l’attività della Zoniou e del suo gruppo, attivo dal 2005) era in gran parte costituita da una classe media dove il valore di comunità si stava perdendo, immersa nel consumismo e nell’individualismo. Dopo la crisi, di fronte ai meccanismi di emarginazione e di ricerca del capro espiatorio che seguono traumi improvvisi, all’interno di una guerra tra poveri e “nuovi poveri”, è emerso il bisogno di una qualità di cittadinanza rinnovata: la gente non solo chiedeva solidarietà e di sentirsi parte di una comunità, ma cercava strumenti alternativi di critica e di partecipazione. Il gruppo di Teatro dell’Oppresso agiva nei quartieri poveri di Atene, con spettacoli che trattavano i temi dell’emergenza dei movimenti neo-fascisti, dell’emarginazione degli stranieri e dei diseredati sociali, della tossicodipendenza. Le tecniche del Teatro Forum hanno fornito agli emarginati e a quei nuclei famigliari disgregati e psicologicamente colpiti uno strumento di espressione efficace e comune per concetti sociali complessi.

Scevra da sovrastrutture di giudizio e di appartenenza politica, la percezione fisica dell’ingiustizia e di squilibrio di poteri assume dimensioni evidenti e collettive e le proposte di cambiamento partono dai cittadini: i partecipanti sono sempre meno professionisti pagati e sempre più condividono un’identità etica che assume la dimensione di attivismo politico, sia dalla parte degli attori-conduttori sia come “spett-attivisti” (così definisce gli spettatori Ganguly, creatore del grande gruppo indiano Jana Sanskriti); chiaramente una dimensione professionista permane, soprattutto per quei contesti che richiedono alti livelli d’attenzione e professionalità (scuole, carceri, ecc.). In Italia, già a partire dagli anni ’80, gruppi professionisti di livello (ad esempio Parteciparte a Roma) collaborano in questo senso con enti locali e di istruzione; Christina Zoniou individua la congiunzione tra Teatro dell’Oppresso e la tradizione di attivismo sociale tradizionalmente presente sul nostro territorio (movimenti di solidarietà, per la casa, movimenti ambientalisti, di sostegno dei disabili, ecc.) nel principio che guida la loro azione pratica, quello del radicamento nella città, attraverso un lavoro concreto e senza fronzoli. Il Laboratorio con gli studenti presso il Dipartimento di Storia Antropologia Religioni Arte Spettacolo della Sapienza si pone nell’ottica di sperimentazione che la Zoniou ha intenzione di portare avanti qui: interloquire con nuovi possibili operatori e nuovi cittadini in tessuti urbani disgregati, così che università, movimenti di solidarietà e tradizionale attivismo italiano si arricchiscano dello strumento teatro come forma di azione sociale.

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