La poesia dell’umiltà

Un fratello e una sorella tra i quali non scorre buon sangue tentano di mandare avanti la gestione dell’albergo ciascuno a suo modo e secondo i propri gusti; lui conservatore e lei riformista vengono continuamente bacchettati dalla vera regina dell’hotel: l’anziana madre. Un fragile equilibrio che viene presto messo in crisi gettando l’Hotel Paradiso, che dà il titolo allo spettacolo, nel caos. Lo scorso 3 aprile, presso il Teatro Sala Umberto, un pubblico numeroso al limite del sold-out attende l’inizio dello spettacolo della compagnia teatrale tedesca Familie Flöz contemplando una scenografia enormemente dettagliata.

 

Articolo di Giuseppe Amato

 

Sul palco una vera e propria hall di un albergo a quattro stelle: sulla sinistra la reception alle spalle della quale si trova la consueta parete attrezzata ad accogliere le chiavi delle stanze; proseguendo verso destra si trova la porta della cucina abitata dal cuoco e da un cane particolarmente irascibile. Al centro della scena fa da punto di fuga un ascensore al di sopra del quale campeggia la foto del defunto proprietario dell’hotel. Sulla destra, invece, si trova la porta d’ingresso girevole (protagonista di numerose gag) e una finestra dalla quale si intravedono picchi di montagne innevate protagoniste del paesaggio.

Prendendo spunto dall’omonimo film britannico degli anni ‘60, a sua volta tratto dalla commedia Hôtel du libre échange di Georges Feyedeau e Maurice Desvallières l’albergo diventa scenario di situazioni stravaganti, scambi di persona e qui pro quo. 

L’anziano e defunto proprietario, dalla fotografia nella quale si trova, scruta incessantemente il pubblico e veglia sulla sua famiglia che ogni mattina lo omaggia con una canzone e un mazzo di fiori sempre fresco. Eppure quell’immagine nasconde qualcosa: stranamente illuminata fin dall’inizio dello spettacolo suggerisce un imminente intervento ultraterreno che infatti non si lascia attendere molto. Un fermo immagine dei personaggi sulla scena prepara l’arrivo del vecchio: la sua figura viene risucchiata verso il basso e l’ascensore che si trova proprio sotto la fotografia si mette in movimento portando il personaggio in carne e ossa sulla scena. Nessuno può vederlo ma lui si aggira per la hall avvicinandosi affettuosamente e con estrema delicatezza ai suoi figli e a sua moglie; una visita fugace solo per controllare la situazione, poi rientra nell’ascensore che salendo lo riporta nella sua cornice.

I clienti si avvicendano nella hall accolti dal fratello che si occupa della registrazione e della consegna delle chiavi. Follemente innamorata di quest’ultimo, la cameriera è una poco astuta cleptomane spesso beccata con le mani nel sacco. Qui si da il via ad uno dei più classici sketch clown dove la ladra, costretta a restituire la refurtiva, tira fuori da sotto la gonna un incalcolabile numero di oggetti che vanno dalla bigiotteria al pentolame sotto gli occhi stupiti del pubblico.

Il delicato equilibrio sul quale si regge tutta la vicenda inizia a venire meno quando la madre, colta in fallo dalla vecchiaia, muore. Il pubblico riceve qui la seconda dose di poesia e romanticismo. Con la delicatezza che la caratterizza la Familie Flöz affronta il delicato tema della morte in tutta la sua bellezza. L’anziana donna infatti accompagnata dall’attenuarsi delle luci si accosta all’ascensore mentre il suo cavaliere si fa strada per andarle incontro. Quando la porta si apre il marito è lì, pronto a sostenere la sua compagnia nell’ultimo viaggio. Le luci tornano alla normalità e la foto sopra l’ascensore adesso ospita i due coniugi.

I due fratelli a questo punto intraprendono una guerra senza esclusione di colpi per la direzione dell’albergo. I toni si fanno presto incandescenti fino a passare ben presto dal piano verbale a quello fisico. È qui che tra tirate di capelli, schiaffi e colpi di pistola un povero innocente facchino ci va di mezzo ritrovandosi privo di vita e senza testa. Il cadavere diventa oggetto di infinite gag fino a bucare la quarta parete quando il fratello, non sapendo dove nasconderlo, decide di lanciarlo in braccio agli spettatori della prima fila.

Il pubblico, elemento fondamentale, qui diventa un intimo interlocutore dei personaggi e viene coinvolto in tutto ciò che essi fanno attraverso la triangolazione: tecnica fondamentale per un clown che lo distingue da qualsiasi altro attore. La triangolazione consiste nel tenere sempre presente il pubblico determinando un totale abbattimento della quarta parete; più nello specifico consiste nell’utilizzare lo sguardo per mettere a fuoco oggetti o azioni sulla scena e riportarne tutte le reazioni al pubblico sempre attraverso lo sguardo. Ma l’ingrediente principale di questa squisita ricetta è la maschera; tutti i personaggi, una quindicina in tutto, sono interpretati da soli quattro attori (Matteo Fantoni, Daniel Matheus, Marina Rodriguez Llorente, Fabian Baumgarten) che indossando maschere diverse plasmano la variegata clientela e la stravagante famiglia che gestisce l’albergo. Il livello di difficoltà è particolarmente elevato dal momento che la tipologia di maschere utilizzate appartiene alla famiglia delle cosiddette maschere di Basilea (o larvali), caratterizzate da una forma eccessivamente arrotondata e dall’estrema vicinanza dei fori per gli occhi che rendono complicato anche il minimo gesto quotidiano. I performer, termine preferibile al semplice “attori”, muovendosi sulla scena con una naturalezza disarmante, senza suggerire il minimo disagio dovuto alla maschera, danno vita ai personaggi sottolineandone i difetti e le caratteristiche fisiche più curiose. È quasi uno shock per il pubblico scoprire che la maggior parte dei personaggi femminili sono interpretati da attori uomini.

Il pubblico e la maschera sono fondamentali, ma a farla da padrone è il corpo. Mai, neanche per un istante e neanche per sbaglio i personaggi pronunciano una parola o un suono. Non ne hanno bisogno e il pubblico non ne sente la mancanza. Tutto è chiaro per il semplice motivo che il corpo e il respiro degli attori sono autentici e reali: un vero e proprio trionfo dell’arte dell’attore.

È un piacere sentire in sala le risate sincere dei bambini. Hotel Paradiso, con il quale la compagnia gira l’Europa da oltre dieci anni, è il classico spettacolo per tutte le età. Sembra quasi un dolce degno della migliore pasticceria stellata, un’alchimia di ingredienti e colori dove nulla è fuori posto, scontato o prevedibile.

Finito lo spettacolo la compagnia ha ancora un paio di assi nella manica: durante i saluti, svolti inizialmente in maschera e sempre da personaggi, gli attori mostrano le loro vere facce; una piccola nota negativa questa che incrina leggermente tutta la magia precedentemente creata. Ultimo colpo di scena prima di abbandonare il palco la compagnia lo regala indossando nuovamente le maschere e cimentandosi in un virtuosismo musicale suonando campanacci, cucchiai e pentole a ritmo sostenutissimo.

Una compagnia storica, pluripremiata con dodici spettacoli alle spalle che opera da venticinque anni in tutto il mondo non si fa alcuno scrupolo durante i saluti a fermare gli applausi del pubblico per fare un piccolo annuncio: «Saremo in scena fino a giorno 7. Se vi è piaciuto il nostro spettacolo invitate i vostri amici e parenti. Ne saremmo molto felici, grazie». Forse è questo che manca oggi agli artisti, forse è proprio questo che sta allontanando il pubblico dal teatro: la mancanza di umiltà. Gli artisti oggi sembrano prendere volutamente le distanze dalla massa, per il semplice fatto di auto-considerarsi tali. Si sa, l’artista è l’emarginato per antonomasia ma non si dimentichi che si tratta di una conseguenza e non di una maschera ridicola che sceglie di indossare.                                                                                                                

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