Per fare il teatro che ho sognato @ Over – Emergenze Teatrali: Controcanto Collettivo

Per il quinto incontro del ciclo Per fare il teatro che ho sognato, in collaborazione con la rassegna Over – Emergenze teatrali, abbiamo incontrato la compagnia Controcanto Collettivo, composta dalla regista Clara Sancricca e dagli attori Federico CianciarusoRiccardo Finocchio, Martina GiovanettiAndrea Mammarella ed Emanuele Pilonero,al Teatro Argot Studiodi Trastevere. 

Articolo di Valeria Vannucci 

Nell’ambito degli incontri è stato possibile far emergere le componenti generali che formano il linguaggio di ogni compagnia, senza tralasciare dinamiche della vita artistica che non solo influenzano la costruzione di un linguaggio personale, ma fondano anche la parte invisibile e immancabile del proprio carattere. Uno degli aspetti più interessanti, dai confronti che si creano in queste occasioni, è dato dalla possibilità di scoprire processi inconsapevoli alle stesse compagnie protagoniste. Per un approfondimento ulteriore, rimandiamo all’intervista con Controcanto Collettivo dell’anno scorso. 

Fra dinamiche processuali e metodologie pratiche, il Collettivoha avuto modo di raccontare la propria esperienza e, negli intenti del progetto, di spiegare (e riflettere) sulle ragioni che fondano e sviluppano il loro lavoro. Partendo dalla vittoria del Premio InBox 2017, secondo la regista, quello vissuto dal gruppo è stato: «Un processo di trasformazione che non ha avuto una gradualità ma un’accelerazione molto forte, che non ha modificato i nostri modi di fare teatro, ma di certo ha dato una spinta decisiva alla circuitazione degli spettacoli e alla loro visibilità».

E se non ci fosse stato InBox?

«Controcanto esisterebbe ancora e questo spettacolo sarebbe nato comunque, magari sarebbero cambiate le modalità, perché quello che vivi in un anno e mezzo ti cambia come persona e quindi anche come artista che “produce”, ma senza dubbi sarebbe comunque nato», come ha affermato l’attrice Martina Giovanetti

Fondamentale all’interno di questi incontri, sia per la natura del progetto universitario che per gli intenti della rassegna teatrale, è l’indagine sui linguaggi peculiari creati da ogni compagnia, sulla costruzione degli stessi e sulle modalità attraverso cui vengono messi in atto. Inoltre, sempre nell’ottica del confronto, dell’aiuto e del sostegno reciproco – che si tratti di artisti, studiosi o addetti di altro genere – un altro aspetto interessante sono i mezzi per la sopravvivenza e il sostentamento sviluppati da ogni compagnia, in cui soprattutto le dinamiche di produzione e circuitazione vanno a scontrarsi con un panorama con troppi vizi, tempistici e di forma. 

Rispetto a come lavora il Collettivo– termine che identifica le dinamiche pratiche e poetiche del gruppo – l’attore Federico Cianciarusoha spiegato che: «Il tipo di lavoro artistico che facciamo dipende tanto dal tipo di approccio che abbiamo alla produzione, che è indipendente dai tempi dettati dall’esterno. Il modo in cui noi discutiamo e affrontiamo gli argomenti da portare in scena, mi sento di dire che è lo stesso di Sempre domenica, di No, senza dubbio con maturità differenti». Che si parli delle negazioni, delle scelta, del perdono, la volontà parte da esigenze interne al Collettivo, che non si fa prendere dal tempo in vista di una creazione ma al contrario prende tempo perché l’opera si crei insieme a loro. Le tematiche affrontate contengono sempre una matrice politica, per cui attori e regista sentono la necessità di svilupparle, capirle e metterle in azione senza imporsi preventivamente limiti di durata. Questo non li colloca al di fuori del circuito commerciale, ma di certo dà alla compagnia un modo d’essere ormai particolare, in cui se la loro natura cambia, come affermano gli stessi attori, è perché vivono una crescita del proprio carattere e non una alterazione sovraimposta. Per questo le residenze artistiche sono state dei luoghi in cui «trovare la propria dimensione e il proprio tempo», come occasioni per immergersi nella profondità di ogni esperienza e coltivare la sinergia su cui Controcanto si fonda. «Sempre domenicaè uno spettacolo che si pone domande importanti sul lavoro e sulle scelte, una riflessione che avete messo in pratica con una drammaturgia che avete anche vissuto», come ha sottolineato Tiziano Panici,direttore artistico del Teatro Argot Studio.  

Entrando più nel merito del lavoro attorale e della messinscena, fra poetiche e drammaturgie, si è parlato dell’evoluzione dei personaggi da uno spettacolo all’altro, soprattutto fra Sempre domenicae l’inedito Settanta volte sette, premiato nella VI edizione del festival I Teatri del Sacro (2019).Le presenze in scena, indicate come personaggi, persone o figure, si distinguevano agli occhi della compagnia per un’evoluzione tridimensionale, facendo riferimento al debito che i protagonisti di Sempre domenicahanno nei confronti delle loro storie. Secondo Riccardo Finocchio: «Quello che viene mostrato al pubblico è solo una parte del personaggio. Sempre domenicaavendo più personaggi, cioè quello principale di ognuno più i collaterali degli altri, dava meno spazio per creare intorno un universo ampio. Mentre in Settanta volte settesei un unico personaggio e quindi puoi farti molte più domande sulla tua vita in generale, quindi ciò che c’è dentro e che non porti in scena. […] Poteva essere solo così, non lo abbiamo deciso noi. Si è creato mentre lo stavamo facendo», e prosegue Federico Cianciaruso: «Generiamo universi-mondo intorno a queste figure, è un processo che inizia con piccole interviste e che procede spontaneamente nella creazione». 

Approfondendo la questione della concretezza dei personaggi, Martina Giovanetti spiega: «Tridimensionalità nel senso che la costruzione delle figure è veramente lenta, ci si arriva in maniera talmente graduale e da dentro che io a un certo punto non ho deciso io come ‘lei’ – in riferimento al suo ruolo nell’ultimo spettacolo – poggia le parole, è successo». Quelle che la regista definisce le perlustrazioni psicologiche e emotive, che segnano il percorso drammaturgico e determinano linguaggi verbali e non di ogni figura teatrale. 

Questi momenti di confronto e dialogo riflettono dei tentativi per creare una rete di comunicazione e individuare le tendenze, le peculiarità e le similitudini che costituiscono il panorama emergente attuale. Da qui la doppia valenza del termine ‘emergenze’, ad indicare da un lato nuove realtà che si stanno sviluppando nel circuito teatrale e dall’altro la necessità – appunto l’emergenza – di colmare dei vuoi strutturali e metodologici, con particolare attenzione, come detto, all’aspetto processuale di ogni compagnia.

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