Per fare il teatro che ho sognato @ Over – Emergenze Teatrali: Paolo Tommaso Tambasco, Federica Di Cori, Marina Benetti

Nell’ambito di Per fare il teatro che ho sognato – ciclo di incontri promosso dall’Universitàdi Roma Sapienza – artisti, studiosi e operatori teatrali si sono incontrati all’interno della rassegna Over – Emergenze Teatrali del Teatro Argot Studio, che individua, sostiene e promuove i progetti artistici di compagnie over 25.

Articolo di Alessia Pivotto

Per fare il teatro che ho sognato racconta di realtà teatrali di confine, che aderiscono soltanto in parte, alle direttive istituzionali che elaborano modelli di lavoro e sviluppo produttivo difficilmente attuabili. Racconta del quotidiano lavoro di ricerca artistica, gestionale, economica che accompagna la creazione di una pièce teatrale. Due amiche è il lavoro drammaturgico e registico di Paolo Tommaso Tambasco, rappresentato il 12 maggio al Teatro Argot Studio con il sostegno produttivo del medesimo. Lo spettacolo pone semplici e irrisolti quesiti riguardanti la propria e altrui identità, invita il pubblico a essere soggetto attivo nella dialettica tra passato e presente che tesse la storia delle due protagoniste. Due attrici, Federica Di Cori Marina Benetti, saranno l’una a disposizione dell’altra in questo spettacolo sull’ascolto che si propone di arrivare a un finale in cui l’amicizia del titolo si compia in modo autentico.

Abbiamo incontrato e intervistato i tre artisti in una delle numerose sale dell’edificio WeGil a Trastevere, riaperto nel dicembre 2017 con il proposito di configurarsi come spazio culturale polivalente. È l’ottavo dei nove incontri programmati con le compagnie della rassegna Over – Emergenze Teatrali; come prima riflessione continua ad affermarsi la necessità di intendere l’emergenza teatrale come volontà di trasformazione concreta, individuabile nella maggior parte dei casi, in un ensemble di artisti che abita spazi non ufficiali e si autosostiene come può, in grado di sviluppare una propria e definita sensibilità, derivante anche dalla capacità di adattamento al contesto e dal senso di appartenenza al progetto. Paolo Tommaso Tambasco ci suggerisce di pensare il teatro come il luogo in cui poter stare, dover stare. «Si passa tutto l’anno a scrivere, pensare, organizzare ma poi la vita che si passa dentro al teatro è pochissima. L’emergenza è quella di avere sempre più spazi da trasformare, stare il più tempo possibile a teatro. Io ci sono nato e so quanto tutti gli aspetti siano fondamentali, dall’amministratore di compagnia, ai macchinisti, all’attrezzista. Bisogna entrare in contatto con queste realtà, anche se abbiamo poco tempo per farlo. È la cosa più cogente, più strettamente necessaria in questo momento».

Essere figlio d’arte ha un peso specifico e anche una specifica conseguenza, significa crescere e formarsi all’interno di un ambiente e questo è molto importante. Qual è stato il tuo percorso, quali sono stati gli incontri e i maestri?

Paolo Tommaso Tambasco: Sai già dinamiche, bellezze, fatiche e incomprensioni e capisci che è importante mantenere una rete di relazioni. Io come autore devo molto a Fausto Paravidino e al suo seminario Crisial Teatro Valle dove ho avuto l’opportunità di incontrare Maria Teresa BerardelliCarlotta CorradiDaniele Natali, il gruppo dello Stabile di GenovaMarco TaddeiIrene Ramponi. Dal punto di vista registico sono stato assistente volontario per Vita di Galileo di Gabriele Lavia, regista in cui mi sono sempre riconosciuto, mi ha restituito molto dal punto di vista della messa in scena. Ho appreso l’importanza di evitare che in scena ci sia un prolungato silenzio e che la posizione degli attori a volte è più importante dell’esigenza del personaggio. Sono stato assistente unico alla regia per lo spettacolo di Pier Francesco Favino La controra, esperienza importante per quanto riguarda la direzione attoriale. Ogni scena deve essere un quadro, avere una chiara diposizione. Provare tutte le posizioni possibili crea dinamicità e dinamiche emotive. È importante sfruttare il palco in tutta la sua larghezza, lavorare sull’estetica.

Come nasce questo spettacolo?

P.T.T.: Io scrivo sempre per necessità interiori, deve nascere da una mia esigenza. Questo testo si è ispirato a vicende biografiche ma ho scelto di staccarmi da questo mio vissuto anche scegliendo due donne come attrici invece che due uomini. Una volta conclusa la stesura, ho contattato due attrici con cui avevo lavorato in precedenza e con cui c’era stata una consonanza di intenti. Con Federica Di Cori ho fatto una webserie nel 2012, un prodotto comico importate per la nostra crescita e consapevolezza artistica. Io e Marina Benettici siamo conosciuti a un seminario.

Marina e Federica, qual è stato il vostro approccio al testo di Paolo? 

Marina Benetti: Il testo è molto complesso, infatti durante le prove non facciamo tanto training quanto lavoro sul testo per comprendere i personaggi e le loro emozioni. Entrambi i personaggi hanno un’emotività molto forte e un vissuto di relazioni complesse. Io lavoro sul personaggio partendo autonomamente dal testo, studio il personaggio cercando di ricrearne i vissuti, i ricordi, le relazioni. 

Federica Di Cori: L’esigenza è di incontrare testi che abbiano un certo tipo di respiro, intendo qualcosa che si agganci alla mia sensibilità sinceramente. Con questo testo in cinquanta minuti bisogna sviluppare una serie di situazioni, di cornici, come una matrioska. È importante lavorare sulla posizione del corpo all’interno di uno spazio, la posizione è già un racconto.

Quanto tempo avete provato insieme e quanto è durato nel complesso il lavoro e nello specifico, le singole giornate di prove? 

Per quanto riguarda le prove, questo è uno spettacolo che ha debuttato lo scorso anno e quindi siamo in una fase di ripresa. La prima volta che siamo andati in scena abbiamo dedicato tantissimo tempo al testo. Noi, come attrici, abbiamo seguito attivamente il lavoro drammaturgico, letture e dibattiti. Il testo è stato modificato, riscoperto, è in continua evoluzione. 

In che modo avete apportato modifiche a livello drammaturgico?

Non è semplice dare una tridimensionalità alla situazione e quindi rendere poi, nel concreto, quello che si vuole raccontare. Non è tutto nero o bianco. Abbiamo lavorato sulla biografia dei personaggi e analizzato situazioni e comportamenti, è stato un percorso complesso, siamo arrivati insieme a capire su cosa vertesse il testo e ora è più aderente a quello che Paolo voleva rendere e anche noi lo sentiamo più pieno.

Dove avete studiato, dove vi siete formate?

F.D.C.: Al Teatro Azione, ho poi proseguito il mio percorso restando attiva con workshop, approfondendo lo studio dello psicodramma e restando in contatto con la realtà del Teatro Valdoca. Sono presidente di un’associazione culturale dedicata ai bambini e ai ragazzi, ci occupiamo di teatro di burattini, di letture animate.

M.B.:Io ho iniziato un percorso di curiosità e passione per Stanislavskije il metodo, poi ho studiato con Beatrice Bracco, ho frequentato diversi laboratori e palestre per attori, un modo per tenersi attivi anche quando c’è poco lavoro.

Non avendo mai lavorato insieme, come avete costruito un linguaggio comune?

P.T.T.:Siamo stati disponibili verso le esigenze di ognuno. Le attrici non si conoscevano, il lavoro pratico e registico ha aiutato tanto, il teatro è stare sul palco. È la mia prima regia e quindi anch’io mi sono affidato a loro.

Come avete sostenuto economicamente Due amiche? Qual è la vostra primaria fonte di sostentamento?

La bellezza di non essere in un contesto istituzionale, nonostante lo scarso guadagno, è che c’è uno scambio di competenze e una rete di reciproco aiuto. Non siamo una compagnia sotto nome, noi lavoriamo insieme per Due amiche. Non c’è una produzione e le attrici non sono scritturate. I costi per il momento ricadono sul regista. Stiamo provando un po’ a casa e un po’ a MaTeMù, le sale prove sono un capitolo drammatico su Roma, i costi sono alti. L’anno scorso ci siamo appoggiati a un’associazione, La Strada, che si è occupata dell’agibilità, di andare all’ENPALS e alla SIAE. Quest’anno ci stiamo appoggiando alle coproduzioni. Il progetto è di vendere lo spettacolo, ottenere un finanziamento. Il lavoro d’attore/attrice è ballerino, i soldi a volte arrivano dopo due mesi, anche negli ambiti istituzionali non veniamo pagati per le prove (i tecnici sono pagati, il teatro è pagato). Bisogna iniziare a cambiare il sistema.

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