Per fare il teatro che ho sognato @ Over – Emergenze teatrali: Valerio Peroni e Alice Occhiali

Il progettoPer fare il teatro che ho sognatoha indagato le modalità produttive e creative delle compagnie contemporanee protagoniste della rassegna Over – Emergenze Teatrali, promossa dal Teatro Argot          Studio, con la direzione artistica di Tiziano Panici. Con le dieci compagnie emergenti over25 (per gli artisti under25 si sono tenuti incontri all’interno del festival di Dominio Pubblico), si amplia la panoramica sul contesto teatrale cittadino e nazionale e si creano reti di relazioni e sostegno alla ricerca artistica. A Zalib, abbiamo dialogato con Alice OcchialiValerio Peroni

Articolo di Eva Corbari

Alle pareti del centro giovani del Municipio I, recuperata dall’associazione de I ragazzi di Via della Gatta, ci sono libri su libri e viene voglia di sfogliarli per scoprirne le storie. Proprio due racconti di storie vere hanno ispirato Lunghe Notti, spettacolo debuttato nel 2017 come esito della Residenza multidisciplinare della Bassa Sabina, su bando della Regione Lazio: Into the Wild (noto per il film di Sean Penn) Into the Wild Truth (scritto dalla sorella del protagonista Christopher). La drammaturgia, anticipano i due artisti, si focalizza sulle parti più in ombra della vicenda, fratellanza, una dimensione emozionale, momenti di crisi e capacità di adattamento. Valerio racconta come il lavoro drammaturgico su questi temi abbia dato concretezza al suo lavoro a Roma, dopo quasi tre anni di lontananza e l’urgenza di lavorare sul progetto abbia coinvolto Alice nel ritorno in Italia, per dedicarsi agli ambiti espressivi a lei maggiormente affini: luci, movimento scenico…

La loro è una storia di partenze e ritorni: l’esigenza di trovare una propria identità poetica, che ci spiegano fondarsi soprattutto sul passaggio dal processo laboratoriale di training all’esito drammaturgico in una fusione di più modalità espressive, prosegue e insieme scardina i principi della loro formazione, appresi in quella che entrambi concordano nel definire «una grandissima palestra», una realtà produttiva, artistica e umana assolutamente eccezionale: quella dell’Odin Teatret di Holstebro. Il legame decisivo con Pierangelo Pompa li ha fatti incontrare lì, nel 2013, nell’ambito di una residenza; poi sono rimasti per tre anni all’interno di Altamira Studio Teater, come compagnia indipendente in residenza fissa, sostenuta dal Nordisk Teaterlaboratorium, l’ente dell’Odin che ne affianca la storica compagnia, unendo al teatro in sala e alla formazione in workshop attività di teatro comunitario, spesso su progetti in collaborazione con enti cittadini. Nel mostrarci le foto dei loro spettacoli-concerti, con abiti cuciti da loro, Alice e Valerio ci aprono le porte di una casa, tanto è stata quotidiana la dimensione dell’esperienza: una giornata tipo di 12 ore di lavoro, con un giorno libero a settimana, 4 ore di training, poi creazione individuale e montaggio, svolgimento di una serie di occupazioni settoriali (pedagogia infantile, promozione, archivio…), con una larga parte dedicata alla ricerca e alla formazione interna, secondo il mantra «find a solution», trova una soluzione.

Attratti dalla strada degli “outsider”, a partire dalla storia personale di Eugenio Barba, alle proposte di workshop del Odin per giovani di formazione non accademica, fino a Sulerzickj (al rientro a Roma, Valerio chiama «Suler» il suo primo tentativo di compagnia, in suo onore), i due parlano innanzitutto di una «formazione degli esseri umani». L’inevitabilità di un’attrazione, di un richiamo, può essere la chiave che avvicina due provenienze diverse: per lei dalla campagna ferrarese, canto, danza contemporanea, “teatro universitario”, progetti indipendenti per enti culturali o per l’infanzia; avvicinamento famigliare al teatro (grazie al fratello) e formazione accademica, per lui. «Eravamo una squadra di innamorati», dice Alice, «venivamo dallo stesso sogno, dalla stessa dimensione», individuando la base della loro intesa (artistica e personale) su un linguaggio comune: «solo chi riesce a trovare una connessione può andare veramente a fondo», riflettono; «andare avanti su questa strada» è l’emergenza che li spinge. 

Ricorre spesso la parola emergenza, nei significati di urgenza, emersione, necessità e l’incontro apre interrogativi sulle modalità di sopravvivenza del loro lavoro, trasferito da una «realtà parallela» in un contesto teatrale italiano spesso privo di “protezione”, sul bisogno di creare una rete di relazioni personali e di collaborazione. L’aderenza ad una dimensione produttiva di una città dove la relazione con abitanti ed enti è così stretta da riconoscere e garantire una professionalità, la continuità del lavoro sul territorio e libertà di sperimentazione ha reso evidente la differenza con una situazione culturale come quella romana, non soltanto in continuo mutamento, ma soprattutto disgregata, dove molto spesso gli artisti sono costretti ad autogestirsi. Ad ora, in Italia, Alice e Valerio non hanno un centro di produzione, hanno trasformato lo spettacolo in un format laboratoriale per licei (di Ostia, soprattutto) e portano avanti la loro ricerca tramite spettacoli site specific esiti di laboratori di drammaturgia attoriale. 

Per il perfezionamento di Lunghe Notti, ancora una volta è stato decisivo il ritorno ad Holstebro, dove in una residenza del 2018 lo spettacolo è stato mostrato a tutta la compagnia e la condivisione dei linguaggi vi ha dato un imprinting essenziale. Il ritorno ha poi riaperto la collaborazione per progetti di pedagogia e soprattutto di teatro comunitario in Danimarca. Al confronto, l’Italia ancora non permette di vivere con queste attività agli artisti che, come loro, padroneggiano un tipo di teatro che non prescinde dal gruppo, dalla comunità cittadina, dal radicamento. Riflettendo sul contesto romano, in particolare, con i suoi quartieri isolati e una generale perdita di comunicazione, di identità collettiva, questo tipo di lavoro diventa «seme di diffusione futura», come prospetta Tiziano Panici. «È un grandissimo dilemma fare arte in un paese a cui non appartengo», dice Valerio, «questa voglia di farla nel mio quartiere, nel mio paese, diventa sempre più forte. Il limite è che non riusciamo a stanziarci»; «bisogna stare, starci dentro», concorda Alice. Ritorni, dunque e infine responsabilità di rimanere, resistenza che insegni a essere sé stessi, ovunque, e soprattutto insegni a restare.

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