Teatri del Sacro 2019: Piccoli funerali

Il tema conduttore delle Opere di Misericordia proietta gli spettacoli della VI edizione del festival I Teatri del Sacro in una dimensione relazionale, dove artisti e spettatori si assumono la responsabilità di condivisione, di azione, di presenza. Al bisogno di “seppellire i morti” è dedicata una della quattro riprese in programma: Piccoli funerali di 369gradi (già in scena nel 2018 e di recente all’Angelo Mai). Tra le luci soffuse e la pietra imperfetta di Santa Maria Intervineas di Ascoli Piceno una cerimonia di saluto che trova la propria efficacia teatrale nella semplicità della struttura drammaturgica e nella sincerità d’intenti.

Articolo di Eva Corbari

Come non parlare di morte, se il sentimento del sacro non prescinde da una rappresentazione dell’aldilà, da un sistema binario tra morte e vita, che sulla speranza di infinito si regge, di un luogo dove i morti possano quietarsi, assisterci, per sempre, ascoltarci. Come trattarla in teatro, in una chiesa, evitando la retorica, senza rifugiarsi nella convenzione? Proprio l’ascolto è la chiave che Maurizio Rippa scova: ha sì scelto il teatro per affrontare pienamente le sue perdite recenti, ma non come prova d’arte, bensì dispositivo di comunicazione e emotività tangibile, per un gruppo di sconosciuti con storie comuni, che smettono d’essere soli. La dimensione narrativa di ciascun “piccolo funerale”, racconto in prima persona dal protagonista al momento del trapasso, e quella suggestiva del canto, una canzone per ogni racconto (dolcissima la chitarra di Amedeo Monda) evocano un’atmosfera mitica, non soltanto rituale, in uno spettacolo che tocca corde specificatamente umane ancor più che comunitarie, dove la solennità scende a portata di mano.

Un personaggio ripete «Sono sempre stato solo», un altro «sono morto al 45%», o ancora uno saluta «ci vediamo domani»… e ciascuno è disarmante nella sua quotidianità, dolce nella delicatezza della voce, libero nell’eco dei suoni. Non c’è bisogno di linearità per una serie di folgorazioni che, per un attimo, sollevano l’aria, contatti improvvisi che placidamente fluiscono, come fiumi, mari. Così la vita scorre sotto i palmi tesi, nel vuoto, tra una panca e l’altra, di spalle: si vedono ombre commosse, chine o con le mani in fronte, lo sguardo a rivedere ricordi. Anche se per il finale ben congegnato Rippa invita il pubblico ad alzarsi e sussurrargli il nome di un caro scomparso cui dedicare l’ultimo canto, per tutto lo spettacolo si piange senza afferrarne il motivo soggettivo, verso una dimensione inspiegabile; ognuno il nome lo porta dentro, ma nessuno partecipa esclusivamente per sé. Non sono spiriti, tutti coloro che scompaiono, sono carne che manca; perciò il teatro: sul confine tra un di qua e un di là, il regista non sta da una parte sola, non varca la soglia della terra, sta in equilibrio, in intimità.

La fluidità tutta interna di musica e parole non ha bisogno di linearità, né di codici, in un ritmo rallentato di una vita che, invece, travolge. «Questo è sempre stato il mio modo di fare teatro: mettere qualcuno in relazione, parlare a qualcuno» conversa Rippa amichevolmente, dopo lo spettacolo. Così il tono del suo lavoro: disponibile all’incontro, fuori da canoni estetici, con la semplicità di chi conosce il dolore della realtà e non ha bisogno di orpelli. Per un teatro che fa compagnia, si ritaglia angoli di sensibilità, per un “arrivederci”, per creare il ponte, sfiorare mani perdute una volta ancora.

PICCOLI FUNERALI

Di Maurizio Rippa

Con Maurizio Rippa (voce), Amedeo Monda (chitarra)

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