Inequilibrio 22: «Atlante dell’attore solitario» di Marcello Sambati. L’assolo di una moltitudine

Nel contesto del festival Inequilibrio 22, il 28 giugno ha debuttato a Castiglioncello in prima nazionale Atlante dell’attore solitario. Capitolo 1 La marionetta, il nuovo lavoro del poeta, drammaturgo e regista Marcello Sambati. Il canto oscuro e commosso dei mali inguaribili degli esseri umani, e dei loro migliori istinti.

Articolo di Doralice Pezzola

Forse è il buio – le finestre e le porte sono chiuse e la luce non filtra nemmeno dagli spiragli – ma nella stanza del castello fa un caldo tanto solido e presente che quasi si potrebbe tagliarlo a fette. Poi, man mano che l’occhio si abitua (o forse una luce si accende piano) appare Marcello Sambati. Sospeso nell’ombra, attorto sopra una sedia con sei gambe, pare una sindone impressa nel muro che gradualmente riveli la sua qualità luminosa. Ne accompagna l’apparizione quello che sembra un lamento umano roco e prolugato, che ha qualcosa di prestato all’infanzia e qualcosa di rubato alla morte. 

Così Atlante dell’attore solitario introduce il pubblico nella sua morna oscura e commossa, che ricorda quella ‘poesia inesauribile’ di cui un’altra delle maggiori voci viventi della poesia italiana, – Mariangela Gualtieri – diceva in Ringraziare desidero. Un canto soffiato, un mormorio di ossa, il discorso ininterrotto dei vivi e dei morti che si ricongiungono nel tempo, sgorga dal corpo di Sambati come fosse uno strumento accordato sulle frequenze dell’universo. Un corpo al tempo stesso non umano e troppo umano, contratto, contorto nello sforzo della sospensione, che parla come il corpo di una moltitudine ma azzera perfino la scarna presenza dei pochi oggetti di cui si serve: una pedana in legno, una bacchetta con cui a un tratto dirigerà un’orchestra immaginaria. E poi quella strana sedia con quattro gambe dritte e due oblique, quasi un ready made su cui Sambati sposta il peso di tanto in tanto, lentamente, sbilanciandosi, incerto per un momento sulla possibilità di atterrare dall’altra parte, ritrovando ogni volta, infine, un quieto equilibrio. Una sedia deforme, col fascino sinistro degli oggetti improduttivi, sbagliata e familiare, alleggerita nella materia per diventare simbolo di una prospettiva sbieca sul mondo.

«La parola si macera e si umilia / pur di salvare qualche sillaba dal nulla», recita il poeta con grazia nodosa, e a noi, col fiato trattenuto per la reverenza e la meraviglia, sembra di vedere una divinità che si manifesta per parlare dell’ordine del mondo. Una divinità umana che conosce il caos, la tristezza, la bellezza, i mali inguaribili della sua specie e il guaio gioioso della speranza. 

Ad Armunia reagisce l’alchimia di questo spettacolo con la scena e il suo pubblico: nel contesto di questo Inequilibrio 22, si svolge la danza di un maestro che torna alla sua scena, e si svolge con i gesti e le parole di una partitura esistita sempre, in tutti i corpi. Il ballo di resurrezione di un cristo povero e senza tempo, che muove le braccia per interpretare la sua passione di attore, e finisce per dare voce a quella della moltitudine di tutta un’umanità ferita, e grata. 

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