Settanta quadri d’amore in un’epoca di violenza

Di Alessia Pivotto

Nell’ambito di Romaeuropa Festival, va in scena all’Auditorium Parco della Musica, lo spettacolo Furia della coreografa Lia Rodrigues con la drammaturgia di Silvia Soter. La pièce è prodotta dal Théâtre national de la dance – Chaillot e creata in stretta collaborazione con i danzatori dell’Art center della favela di Marè di Rio de Janeiro.

Al termine dei settanta minuti la sala si illumina e i danzatori tornano in scena mostrandoci tre cartelli, tre ineludibili appelli che destano, forse, la coscienza degli spettatori. Who killed Marielle Franco? Sociologa, politica, attivista, membro della commissione statale per i diritti umani di Rio de JaneiroMarielle Franco viene assassinata nel quartiere Estacio il 14 marzo 2018. L’Amazzonia brucia, brucia da anni. No prejudice, conoscenza! La regista dello spettacolo FuriaLia Rodrigues, ritiene che non sia compito dell’arte cambiare la società eppure implicitamente lo afferma: «Gli artisti possiedono una sensibilità particolare che può aiutare a raggiungere una visione del mondo nuova e diversa». Esplicitamente, la concreta possibilità di cambiamento avviene nei, da e attraverso corpi consapevoli. 

La danza in Furia vibra di energia vitale, è simbolica e onirica. È un’epifania di forme e colori, un’intuizione che individua il nesso tra la dimensione contingente e trascendente nell’astratta materialità della poesia corporea. Uomini e donne distesi nell’ombra, adagiati al suolo tra mucchi di stoffe colorate, si risvegliano alla fonte energetica della creazione artistica: il ritmo della musica Kanaks della Nuova Caledonia

Il contatto dei corpi avviene tra zone liminali, di nudità. Un primo nucleo di significato è dato dall’opposizione binaria di vita-morte, un’umanità trascinata e pesante che grava sulla superficie piana del palco, che transita da un lato all’altro tracciando linee trasversali. Moduli di movimento si ripetono invertendo ruoli, chi domina sarà dominato, chi è in cima alla scultura piramidale vivente ne sarà alla base per sopportarne il peso. Uomini e donne dai corpi dipinti, mascherati e non, divini ed umani, protagonisti di metamorfosi incessanti. 

Un lirismo ancestrale pervade scena e platea, si assiste a processioni che innalzano croci nere, vestizioni e atti carnali. L’esposizione di un seno che nutre si oppone al disorientamento di un ragazzo solo, che agita frenetico il proprio virile membro. Ogni provocazione è accompagnata dall’espressione gioiosa e divertita dei danzatori che impediscono la rigida categorizzazione degli elementi, insieme inaccettabili e riconoscibili. 

Principio costante nella performance è la complessa semplicità delle percussioni ritmiche della tradizionale danza Batucada, un incontro tra la samba e la cultura musicale africana. L’ultimo tableau ha come protagonista un uomo, un profeta, che nell’unico momento silente della pièce pronuncia un discorso incomprensibile quanto potente e rompe la già labile quarta parete portando l’azione nel buio della sala. Danzatore e spettatore sono connessi, li unisce il fil rouge di quella sorta di «carburante vivo» che è stata la messa in scena di Furia. La danza come libera espressione corporea rifiuta l’annichilimento dell’individuo, il cinismo inutile e grottesco.

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