Giulio Cesare di Shakespeare al Silvano Toti Globe Theatre

di Lorenzo Bitetti

Al Silvano Toti Globe Theatre di Roma è andato in scena Giulio Cesare, per la regia di Daniele Salvo, prodotto dall’associazione Politeama S.r.l., con un numeroso cast di alto livello e un grande compartimento tecnico. Perché costruire un teatro con quelle caratteristiche architettoniche? Storicamente l’architettura di un teatro ne descrive bene il contesto culturale e la finalità. Nel Novecento lo spazio teatrale ha assunto così tante forme da non avere più un’unica identità.

L’architettura del Silvano Toti Globe Theatre a Roma, nato nel 2003, non rispecchia un contesto contemporaneo, bensì rievoca un’epoca passata in un contesto culturale e geografico diverso dall’ originario, che ne identifica lo spirito artistico: come al Festspielhaus di Bayreuth, il teatro costruito da Richard Wagner e dove vengono messe in scena solo le sue opere, qui si potrà assistere esclusivamente a drammi firmati William Shakespeare. Nonostante la sua alienità, il progetto risulta interessante, sia per lo spettatore che vive l’esperienza di entrare in un teatro lontano dalla sua cultura, sia per l’artista che sperimenta la praticità di uno spazio così diverso. Una scelta artistica condivisibile o meno, ma che inevitabilmente costringe gli artisti che vogliano lavorare in quella cornice ad essere fedeli ai testi shakespeariani. Un regista con grande vena artistica o fortemente coinvolto da un particolare testo potrebbe risentire di questa restrizione.

Il Giulio Cesare di Daniele Salvo è un bello spettacolo, con un cast di bravi professionisti, meravigliosi il disegno luci e i costumi (ad esclusione dei legionari sullo sfondo). Un grande finanziamento sostiene la messa in scena, la mente che riesce a sfruttare al meglio questa ricchezza è Daniele Salvo, al quale vanno i complimenti per il grande effetto spettacolare del suo lavoro.

Riguardo l’interpretazione del dramma, la funzione sociale attribuitagli, il Cesare di Massimo Nicolini (anche Ottaviano) è un tiranno, o meglio dittatore, venerato dalla gente come un dio, disprezzato dai repubblicani che vedono in quel Cesare che loro hanno conosciuto come uomo, con le sue debolezze, i suoi insuccessi, la fine del Senato. Egli è l’emblema dell’uomo vittima del potere, nessuno, nemmeno la moglie, è degno di parlare all’uomo, tutti sono sudditi del Grande Cesare. Dalle bandiere e dalle divise militari nere si intuisce che il dittatore non è solo un ricordo dei tempi antichi: Benito Mussolini è Giulio Cesare. Sulle note di produzione si legge «E se in realtà [il fascismo] non se ne fosse mai andato?». La risposta arriva dopo la morte di Cesare: morto il dittatore ne arriva un altro, Ottaviano, che si traveste da repubblicano, ma si fa chiamare Cesare. Cesare fascista è un’interpretazione che ha molto successo in teatro, non per questo è sempre la scelta migliore.

Rispettare fedelmente il Giulio Cesare al Globe costringe il regista a una ricostruzione romantica di un ipotetico spettacolo shakespeariano, oppure al tentativo di inserire nel testo di allora un messaggio per gli spettatori di oggi, come riesce in parte a Salvo: il fascismo è lampante nella sua messa in scena, ma il testo inevitabilmente risulta qualcosa di superfluo, un pretesto per dire altro, svuotando di significato passaggi che in un altro contesto potevano avere un altro effetto.

La critica di Shakespeare verteva contro la monarchia in nome di valori repubblicani, ma lo spettacolo veniva visto dalla corte e il messaggio andava nascosto: Cesare è una figura ambigua, è un dittatore, ma i repubblicani sono una setta, che cospira contro quello che Marco Antonio descriverà come liberatore, difensore e guida del suo popolo. Questa ambiguità qui scompare: il dittatore è solo una figura negativa, arrogante e, con l’uso delle maschere, le sue idee diventano quasi una peste che contagia le persone e le rende animali. Con il 2020, ci avviciniamo al centenario della nascita del fascismo ed ancora è una ferita aperta: ciò che poi ne fa vivere il ricordo è l’associarlo con razzismo, violenza, ignobile indifferenza per la vita altrui… piaghe che da sempre  fanno parte della storia dell’uomo. Chi è Cesare oggi? Chi  Ottaviano? Esistono Cassio, Bruto e Casca? Come nella Roma antica, avere paura del “re” non permette di vedere il nuovo male, che si traveste di buoni valori, non si nomina re, ma imperatore. Cesare non è un re, Ottaviano non si nomina tale, ma si fa chiamare Cesare.

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