Incontro con Antonio Audino: la figura del critico e l’importanza del giornalismo radiofonico

Consapevolezza del ruolo, abilità lavorativa e ampio coinvolgimento sociale sono gli ingredienti della scelta professionale e giornalistica operata da Antonio Audino, nota firma del domenicale de IlSole24ore e giornalista radiofonico di Rai Radio3. Da sempre immerso nelle dinamiche che smuovono gli equilibri teatrali, con programmi radiofonici di approfondimento come Tutto Esaurito, giunto magistralmente alla nona edizione, imposta la conversazione sulla inevitabile crisi della critica, spinta in una spiacevole condizione da un atteggiamento sfavorevole e deleterio di alcuni addetti ai lavori. «La critica si è chiusa nei suoi schemi e ha teso sempre più a fare politica teatrale e a stabilire un potere che ne derivava. In molti hanno cominciato a fare un gioco che al lettore non era più chiaro, chiudendosi in linguaggi molto settoriali e molto criptici. Questo credo che abbia generato l’idea che la critica teatrale fosse una cosa marginale e inevitabilmente il rapporto con il lettore si è rotto». Tecniche di conduzione radiofonica, esempi di analisi critica di uno spettacolo ed etica giornalistica sono gli argomenti nodali di una proficua discussione che auspica al ritorno legittimo di una critica popolare e compresa. «Credo che molti di quelli che svolgono il ruolo del critico teatrale non sentano più questa responsabilità e scrivano in maniera impressionistica rispetto a delle sensazioni che hanno, immaginando di essere letti molto più dal mondo del teatro che non dalla gente comune. Questo è un errore grave».

Gianmarco Castaldi: Anton Ego, lo spietato giornalista del celebre cartone animato Ratatouille, racchiude in sé tutte le considerazioni negative che ruotano intorno alla figura del critico, che, isolato dal mondo, sentenzia sull’operato altrui. Quale linea etica e professionale deve seguire il critico per non contornarsi di stereotipi?

Antonio Audino: Non credo che il critico sia una persona che vive isolata dal mondo, con delle sue convinzioni molto rigorose e indiscutibili. Credo che avvenga esattamente il contrario, cioè che il critico sia un individuo, sicuramente munito di strumenti e della passione, che si mette in gioco in una relazione che va dallo spettacolo al pubblico. Scrivendo di teatro deve far circolare dei pensieri, deve stimolare delle riflessioni sullo spettacolo, confrontandosi in maniera aperta e senza pregiudizi e ponendosi in una posizione che non escluda lo stato di crisi della propria figura e del proprio compito.

G.C.: Lavorando da molto tempo nell’ambiente radiofonico, quali sono gli strumenti utili per trasportare il teatro in un luogo come la radio, in cui l’immagine risiede nella mente dell’ascoltatore e viene evocata solo dalla dimensione uditiva?

A.A.: Questo elemento, per noi che lavoriamo nel mondo della radio, soprattutto per Radio3, è la forza che abbiamo; un tipo di forza che, in un mondo dominato da immagini imposte che non sollecitano la fantasia, si formalizza in un segno acustico che invece dà la possibilità all’ascoltatore di vedere e di immaginare molto di più di quanto non possa fare attraverso il cinema o la televisione. Ci interessa molto fare teatro alla radio, la storia della radio italiana è la storia del teatro italiano e ne ha raccolto i segni e le fasi evolutive. Oggi bisogna ragionare in tempi diversi, su una fruizione diversa dello strumento radiofonico, in quanto è cambiato l’utilizzo di questo mezzo, chiaramente attenti a non creare un risultato troppo difficile da ascoltare e di una lunghezza troppo estesa. La sfida della radio, soprattutto di Radio3 che è una radio culturale, è quella di non abbassare il livello della proposta ma, allo stesso tempo, di non chiudersi in linguaggi che tendono ad essere troppo elitari. Proporre opere di grande livello, puntando maggiormente sul teatro contemporaneo, cercando di renderle più fruibili nei tempi della nostra percezione e della nostra comunicazione attuale.

G.G: Quali peculiarità di un processo creativo di uno spettacolo bisogna cogliere affinché l’intenzione del regista non venga tradita dalla mediazione radiofonica?

A.A.: Noi a Radio3 non facciamo recensioni di spettacoli, non vogliamo sovrapporre un giudizio. Facciamo comunicazione e approfondimento, molto spesso andiamo alle prove, registriamo dei frammenti e registriamo anche l’opinione del regista o degli attori. Quindi cerchiamo di creare un avvicinamento allo spettacolo per quello che sarà il futuro spettatore, in modo che lui possa capire quelle che sono le intenzioni di chi sta lavorando a un’opera. Oltretutto, intervenendo in questo modo alle prove, non sappiamo di preciso quale sarà il risultato dell’operazione e di conseguenza non possiamo estrapolare un giudizio preliminare. Cerchiamo di mettere in condizione gli artisti più interessanti di chiarire il loro percorso e quali sono le modalità del loro lavoro, fornendo allo spettatore uno strumento per comprendere meglio lo spettacolo che andrà a vedere.

G.G: Ultima domanda. Ha parlato del ruolo sociale e politico che dovrebbe svolgere il giornalista e il critico in particolare. Per un risanamento della funzione giornalistica, crede che sia utile rendere la critica teatrale uno strumento popolare e condivisibile?

A.A.: Certamente. Io attribuisco la colpa di una disattenzione nei confronti della critica agli stessi critici, che si sono isolati in un loro mondo aristocratico ed elitario, senza pensare più a comunicare realmente. Io insisto che la critica in fondo è un pezzo di giornale, deve comunicare, deve farsi leggere ed essere chiara nei suoi intenti. Questo, naturalmente, rafforza una comunicazione che va tutta a favore del teatro; credo che il teatro oggi sia il luogo dove tutti ci ritroviamo in carne e ossa, non come nella virtualità dei mezzi contemporanei, per scambiarci delle idee che ci riguardano da vicino sulla nostra società e sui nostri disagi. Per questo il teatro ha una funzione politica e quindi anche la critica, se riesce a inserirsi in questo circuito di scambio di idee e a trasmettere quanto sia importante oggi un momento di collettività, sicuramente ha un significato politico secondo me necessario.       

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