Incontro con Marialuisa Abicca

Marialuisa Abicca inizia gli studi di danza presso la Tersicore di Brindisi e sostiene gli esami di tecnica classica all’Académie de Danse Classique di Montecarlo diretta da Marika Besobrasova. Si perfeziona al Corso per Giovani Danzatori Aterballetto nel primo anno di direzione di Mauro Bigonzetti e prosegue in seguito l’attività di danzatrice con alcune compagnie in Italia. Laureata in Filosofia Morale all’Università di Roma Sapienza, ha lavorato per l’Ufficio Comunicazione del Balletto di Roma e con altre strutture italiane. Redattrice nella sezione danza per il giornale «Il Mondo della Musica» e collaboratrice, per recensioni di danza e interviste, per «Danza Effebi».

«Che cos’è la critica? Per rispondere risaliamo all’etimologia del termine, critica e crisi hanno la stessa origine, derivano dal verbo greco krino: io giudico, distinguo. È un processo mediante il quale la ragione umana prende coscienza dei propri limiti e delle proprie possibilità nonché parte della logica che si occupa della facoltà di giudizio.  La critica, nella definizione Kantiana, è prima un esame del sé e successivamente dell’oggetto esterno; una critica che la ragione fa a se stessa prima ancora che alla realtà che la circonda. Facoltà di analisi e autocritica dell’uomo che si accinge a giudicare la realtà, un’attività di azione della facoltà del giudizio. La facoltà di giudizio ci appartiene in quanto essere umani: Cogito ergo sum, dubito quindi sono. Problematizziamo la realtà in cui viviamo affinando capacità e spirito critico, traducendolo in azione e attività».

La professione del critico è motivata dall’urgenza di sviluppare una dialettica al fine di acuire la conoscenza dell’oggetto artistico, attraverso il dialogo con la comunità. Scrivere d’arte significa storicizzare l’effimero e attraverso la scrittura, creare immagini stabili nel tempo. Nel caso specifico della danza, è l’energia del corpo dei danzatori a organizzare il racconto, è il puro movimento ad essere tradotto in parole.

Alessia Pivotto: Intessere un dialogo con la comunità, coinvolgere nella fruizione artistica il maggior numero di persone, è una delle responsabilità del critico?

Marialuisa Abicca: È una conseguenza del nostro lavoro, di avvicinare la gente alla nostra arte. Rendere l’opera più accessibile, comprensibile o semplicemente fornendo un punto di vista. La responsabilità nei confronti dello spettatore è di essere onesti, essenziali, diretti, concisi, disinteressati a un fine altro e con la giusta distanza da quello che ci circonda.

AP: Raccontare la poesia del corpo. Come può la scrittura, restituire la polivalenza semantica di una forma d’espressione silente, muta, come la danza?

MA:La scrittura di danza è molto specifica, scrivere di danza significa immergerti in quello che vedi, cogliere la chiave di lettura dell’opera e riuscire a restituire le diverse modulazioni che l’autore ha messo in scena. Un balletto è fatto di diversi aspetti, quello propriamente tecnico, stilistico, interpretativo e devi essere in grado di suddividere questi settori e analizzarli cercando di restituirli con un linguaggio fruibile. Essere in grado di analizzare e nello stesso tempo avere un idea del tutto, il balletto più riuscito è quello che è organico e può darti il senso compiuto di un opera. Le opere non riuscite sono quelle che non riescono ad amalgamare diversi aspetti di una creazione.

AP: È possibile individuare nella dimensione ritmica un’analogia tra la struttura del testo scritto e il quadro coreografico?

MA: La definizione di coreografia è la disposizione di una serie di movimenti sulla musica. La corrispondenza tra disegno coreografico e architettura ritmica è fondamentale persino nel silenzio, è il principio della coreografia. Il disegno si sviluppa nello spazio ma principalmente in un tempo. A volte c’è un desiderio specifico che la coreografia rispecchi la musicalità della parola altre volte sono separate e la coreografia segue un ritmo a sé. Nei pezzi di teatro danza o in spettacoli in cui c’è un uso specifico della parola c’è uno studio approfondito su come rendere armoniche le diverse voci, danzata ed umana. Così come i drammaturg, anche noi siamo gestori di un ritmo della parola ma la specificità ritmica della danza può essere non equivalente e giustapposta alla nostra.

AP: Trasversalità di sguardo. Quali sono i requisiti necessari per confrontarsi con il vasto panorama della performatività contemporanea?

MA: Con l’arte performativa devi confrontarti in quanto soggetto, individuo, con la tua storia e la tua formazione, confrontarti con l’altro da te. La grande opportunità che ci danno questo tipo di creazioni è per l’appunto quella di interrogare noi stessi. Quando ci troviamo davanti qualcosa che non capiamo il risultato è quello di chiederci perché. È un esercizio dello sguardo, il porsi in apertura rispetto a quello che vedi, non in chiusura. Se vogliamo un arte il più inclusiva possibile non devono esserci criteri d’accesso, il requisito è quello di porsi l’interrogativo, riflettere sulla società contemporanea del nostro tempo e sulla nostra storia. Si dovrebbe sempre uscire da uno spettacolo con delle domande da porci, quando questo non accade, l’esperienza è fallimentare. Lo spettacolo in sé deve produrre una reazione di questo tipo, a maggior ragione in noi che poi vogliamo analizzarne le intenzioni, gli esiti. Con la nuova danza che si sta diffondendo in Europa, in Italia e nel mondo si sta diffondendo anche un’apertura alle altre arti, un’apertura al pubblico di diversa età e formazione. È un buon segno.

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