La tempesta

Roberto Andò: ritrovarsi nella Tempesta

Un vascello di carta sbuca da un libro, tenuto in mano da un uomo elegante che ci soffia sopra, e spinge tutti, con quel respiro, in una tempesta di fantasia, come se tutto dovesse prendere forma da un libro di fiabe, appunto. È il muto prologo di Ariel, prima apparizione di questa Tempesta di Shakespeare, in scena al Teatro Vascello – e dove, se no? – di Roma, per la regia di Roberto Andò che immagina qualcosa di simile a un gigantesco pop-up. Una tenda-vela sulla soglia del proscenio nasconde quel che c’è dietro, prima di sollevarsi per rivelare acqua, acqua che gocciola, acqua dappertutto, sul pavimento di questa casa piena di libri, anche quelli dappertutto, sugli scaffali, per terra e sospesi, persino. Una giovane donna dorme su una poltrona e un uomo avanti negli anni la veglia. Sono Prospero e Miranda. Dalle vetrate sullo sfondo un paesaggio senza troppi contorni, mare e cielo scuri. E lampi e tuoni. È La Tempesta che Prospero ha scatenato per vendicarsi di un torto antico, e messa in atto dal suo servo, Ariel, spirito dell’aria che indossa gli abiti di un elegante cerimoniere e muove le fila del racconto come un direttore d’orchestra o come un puparo, per dar forma alle magie di Prospero uomo sapiente, mago, regista di questa intrecciata messinscena (è lui stesso a definirla tale). Come al solito riassumere i plot shakespeariani equivale a trovare il bandolo di un’intricata matassa ma, intrecci a parte, il capolavoro del bardo è, di fatto, un inno al teatro, al prodigio dell’arte, all’incredibile.

Roberto Andò cerca la magia e la trova in una scatola incantata, quest’interno decadente frutto dell’ingegno di Gianni Carluccio e valorizzato dalle luci di Angelo Linzalata. Letti e tavole imbandite salgono e scendono con visibili corde: è tutto un gioco dichiarato, il teatro. 

La scena – mi si perdoni l’indugio, ma ha valore drammaturgico notevole – è ricca di spunti, alcuni dei quali forse avrebbero meritato qualche attenzione in più: lo studio di Prospero, ad esempio, all’estrema destra della scena, oltre i muri della stanza in cui avvengono le azioni, è sempre acceso, ma mai – tranne un solo, brevissimo momento che si dimentica – usato; o il manto della conoscenza che Prospero si toglie dalle spalle dopo i primi dieci minuti per non indossarlo più. 

Renato Carpentieri è un Prospero misurato, calmo, con una vena d’ironia, mentre assiste alla confusione dei suoi naufraghi. Al suo fianco Filippo Luna indossa i panni di un Ariel maggiordomo, che è aria, sì, ma frizzante; e sotto di lui, a far da negativo allo spirito dell’aria, un essere fatto tutto di terra, Calibano, interpretato da Vincenzo Pirrotta che in questa prova (per la quale ha vinto il premio come miglior attore non protagonista alle Maschere del Teatro Italiano), come suo solito, riempie di energia esplosiva un personaggio a tratti mostruoso, a tratti addirittura infantile. Un cast equilibrato, in parte, per dirla in gergo, con delle variazioni rispetto al debutto palermitano di circa un anno fa, una compagine di attori che val la pena di citare: Giulia Andò, Miranda, la figlia «ignorante delle fattezze del mondo», Paolo Briguglia, Ferdinando, promesso sposo della fanciulla, Gianni Salvo, nei panni di un tenerissimo Gonzalo, Paride Benassai, un esilarante Trinculo palermitano doc e Antonio, fratello di Prospero e Francesco Villano nel doppio ruolo del Re di Napoli e di Stefano, mozzo napoletano.

Sono tutti coi piedi in acqua, forse perché ciascuno si trovi a convivere con la propria tempesta e impari a trovare sé stesso. Persino la somma sapienza può smarrire sé stessa, ma Prospero si ferma un attimo prima, avendo il coraggio di rinunciare alla magia per non perdere l’umanità. Ciascun personaggio troverà il proprio posto: «Ciascuno ha trovato sé stesso quando più nessuno era in sé», conclude Gonzalo, e il vecchio saggio Carpentieri, non più Prospero, si tira fuori dal gioco, lo spettacolo è finito, gli ultimi istanti si consumano nel fumo di una sigaretta accesa dall’uomo moderno, negli abiti e nella consapevolezza, che si concede un momento di verità in un intenso congedo: non potrà più ridere della sofferenza, ma dovrà soffrire come tutti gli esseri umani, rinunciando alla magia. L’allestimento ha la capacità di agganciare la fantasia dello spettatore, alla fine delle due ore e mezza – intervallo compreso – il pubblico numeroso della domenica pomeriggio non si è risparmiato negli applausi. 

LA TEMPESTA

traduzione Nadia Fusini
adattamento Roberto Andò e Nadia Fusini

regia Roberto Andò

scena Gianni Carluccio
costumi Daniela Cernigliaro
musiche originali Franco Piersanti
flautista Roberto Fabbriciani
light designer Angelo Linzalata
suono Hubert Westkemper

personaggi e interpreti
(in ordine di apparizione)
Prospero Renato Carpentieri
Miranda Giulia Andò
Ariel Filippo Luna
Calibano Vincenzo Pirrotta
Ferdinando Paolo Briguglia
Gonzalo, Iris Gianni Salvo
Trinculo, Antonio Paride Benassai
Stefano, Alonzo Francesco Villano

collaborazione artistica Alfio Scuderi
aiuto regia Luca Bargagna

scenografi realizzatori Giuseppe Ciaccio, Sebastiana Di Gesù, Carlo Gillè
assistente ai costumi Agnese Rabatti

il regista ringrazia per la collaborazione Alex Vella

produzione Teatro Biondo Palermo

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