Con Oratorio virtuale il progetto Oceano Indiano propone una riscrittura del patto teatro-spettatori

Siete a teatro, è domenica e avete speso cinque euro per lo spettacolo. Siete seduti a terra sul palco a meno di quattro metri da un grande schermo, un po’ come in un cineclub. Qualcuno, dietro di voi, è seduto più lontano, ma al massimo nella prima fila di poltrone della sala. Non state per vedere un film, però; davanti a voi di lì a poco si esibiranno in carne ed ossa un’attrice e cantante lirica esperta di musica barocca e un compositore, performer elettroacustico e code artist.

Esattamente così domenica 23 febbraio ha preso il via Oceano Indiano, il nuovo progetto voluto da Francesca Corona e Giorgio Barberio Corsetti per il Teatro India, con cui il Teatro di Roma – Teatro Nazionale si lancia in una notevole sfida di aggiornamento del patto teatro-spettatori. Una proposta di riscrittura bilaterale di questo contratto immaginario, che vede il Teatro India diventare il luogo di una residenza artistica per cinque registi/gruppi – Fabio Condemi, DOM- , Industria Indipendente
mk, Muta Imago
– ma soprattutto una zona franca di scambio fra artisti e spettatori, attraverso aperture, laboratori, performance e concerti programmati fino al 31 maggio 2020, molti dei quali gratuiti.

Gli artisti di Oceano Indiano

È stata cura di Fabio Condemi far approdare in apertura di OceanoIndiano, come performance ospite, Oratorio virtuale: un concerto di Elena Rivoltini (arrangiamento vocale e voce) e Alberto Barberis (elettronica e visuals). Un «rework A/V elettroacustico dell’oratorio San Giovanni Battista», opera musicale sacra composta da Alessandro Stradella nel 1675 e riportata alla vita con una live performance che si avvale degli algoritmi 3D del video-sound artist Rajan Craveri.

Infatti, nel momento in cui dalla console emerge la sagoma di Alberto Barberis e si diffondono le prime note della sua musica sintetica, una proiezione fende la penombra e colpisce lo schermo buio con una trama di punti e linee bianche, in perfetto accordo di movimento con l’ambiente sonoro. L’algoritmo traduce in tempo reale la musica in una trama instabile di frequenze disegnate, nelle quali lo spettatore è invitato a trovare una risonanza del tutto personale. La tentazione di cercare immagini conosciute è irresistibile; davanti a ciascuno si dispiega così una narrazione virtuale in cui appaiono e scompaiono fessure, stanze vuote, canyons, catene di montagne come viste dallo spazio, volute di fumo, piogge torrenziali, galassie di punti… (voi, cosa avete visto?).

Nell’universo noise di questo tappeto sonoro (in alcuni punti assordante), come una nota di piano si inserisce la voce di Elena Rivoltini, attrice formatasi al Piccolo Teatro e cantante lirica di musica barocca e rinascimentale diplomata al Conservatorio Verdi di Milano. La prima stringa di testo, in linea con la frammentazione dei discorsi in eredità dal post-moderno, è un eco della Salomé di Carmelo Bene (che era legata a sua volta ad un poema mai concluso di Oscar Wilde: La sainte courtisaine). Un bellissimo gioco sintattico, quasi palindromo, che chiarisce subito il nucleo del lavoro: «Non c’è altro amore che l’amore di Dio. Non c’è altro amore che l’amore. Non c’è altro amore. Non c’è altro».

Sarebbe improprio parlare di trama per questo spettacolo che si sviluppa interamente sulle forti suggestioni audio e video, e sulla performance di Barberis e Rivoltini in scena; a tratti, la qualità sinestetica della musica è talmente intensa e le proiezioni trasmettono una vibrazione tale da dare fisicamente i brividi (un po’ meno riuscito, invece, è il momento in cui un’ombra danza dietro lo schermo). La storia è quella della Salomé innamorata di Giovanni Battista, di cui chiede la testa per esserne stata rifiutata; alle arie barocche del libretto seicentesco di Ansaldo Ansaldi si intervallano infatti i recitativi tratti dalla Salomé di Oscar Wilde, primo testo ad attribuire la volontà di decapitazione del santo alla perversa smania amorosa della principessa – e non alla vendetta di sua madre, come nelle versioni bibliche – che potrà infine baciare la bocca della testa mozzata.

La scelta di aprire il progetto produttivo di Oceano Indiano con uno spettacolo di questa pasta la dice lunga sulla volontà di emancipazione dagli stereotipi rituali di cui tanto teatro romano e nazionale è spesso prigioniero. Oratorio virtuale, per il suo tentativo di fusione fra antico e iper-contemporaneo,è infatti certamente in grado di attrarre un pubblico anche diverso rispetto a quello dei frequentatori abituali degli spazi del Teatro di Roma. Resteremo curiosi, nei prossimi mesi, a proposito della tenacia e della radicalità di questo progetto di trasformazione, ma questa prima sera non può che tentarci con ottime speranze.

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