Foto di Giacomo Cursi

The Speaking Machine, lo specchio indiscreto della solitudine

Foto in copertina di Giacomo Cursi

Il terzo atto della stagione teatrale di ÀP, l’Accademia Popolare dell’Antimafia e dei Diritti di Cinecittà-Don Bosco, prosegue nel segno della parola «Resistenza!» con la prima romana di The Speaking Machine. Lo spettacolo, nato dal testo La máquina de parlar dell’autrice argentina Victoria Szpunberg e prodotto dalla Compagnia Ragli, è parte della rassegna Europe Connection: un progetto che vuole offrire opportunità di contatto per artisti e addetti ai lavori che si muovono nel contesto del teatro regionale con quanto accade sulle scene nazionali e internazionali.

Presentazione del regista Rosario Mastrota

«Tempo: futuro. Giorni in cui non sembreremo umani, ma ancora sapremo come essere tristi», recita l’incipit del testo dell’autrice.

In un ambiente scarno, due sedie, un tavolino, e una statua della Madonna che regge un telefono rosso, fa il suo ingresso Bruno (Maurizio Aloisio Rippa), mediocre e suscettibile dipendente di un’anonima azienda, che, come Estragone, attende ogni giorno, inutilmente, l’arrivo di una promozione che è sicuro di meritare. Disteso in terra giace un corpo imballato nel pluriball, che Bruno si appresta a scartare con lo stesso entusiasmo di un bambino che apre i regali il giorno di Natale. Dall’involucro esce Valeria, una macchina parlante priva dell’uso delle gambe.

Valeria è una Alexa antropomorfa, un’assistente virtuale dotata, tra le altre cose, delle prevedibili e innocue funzioni domotiche, come la regolazione a comando delle luci di casa. Eppure, un bug nella sua programmazione, un intervento divino, o forse un’inevitabile evoluzione autonoma della sua complessità algoritmica, la porta a sabotare se stessa. Innescando così un processo che la porterà a mettere in discussione il ruolo in cui è stata costretta, rifiutando progressivamente le funzioni che le sono state imposte.

Valeria sveste pian piano i panni della macchina, del servo senza volontà, assumendo al contempo il nuovo ruolo di coscienza critica della casa. Una voce onnipresente che, a causa della sua saccenteria e del caustico sarcasmo, assume ben presto per Bruno l’insopportabile ruolo di un grillo parlante. In questa sadica dinamica di coppia si inserisce un terzo elemento: un cane robot, ma dalle fattezze umane, dotato di manuale di istruzioni e telecomando, che Bruno acquista in leasing dalla sua azienda, per imitare una moda diffusa tra i suoi colleghi. Un animale apparentemente sintetico, tenuto al guinzaglio, la cui funzione principale è dare piacere sessuale a comando, come lo slave di una fantasia sadomasochistica.

Da queste premesse, da questo clima surreale, generato e nutrito da un desiderio, malriposto e un po’ morboso, di contatti umani, prende le mosse un accorto gioco di gelosie e di recriminazioni che il regista Rosario Mastrota riesce a tradurre nel ritmo organico di uno spettacolo che incanta gli spettatori, dove una varietà di immagini, comiche e drammatiche, si rincorrono in una spirale di eventi alle frontiere dell’esistenza.

Foto di Andrea Cappadona

Dello spettacolo, quello che colpisce e conquista immediatamente è la prova scenica della protagonista Dalila Cozzolino nella parte di Valeria, la macchina che si ribella alla sua condizione di lavoro forzato, la «macchina da parlare» che dall’arrivo del cane Ciucio (Antonio Monsellato), inizia a essere divorata da sentimenti e passioni fin troppo umani. Un groviglio emotivo che raggiungerà il climax in un finale straziante, in cui Valeria, più che mai consapevole della sua immobilità, si abbandonerà a un disperato, delirante, irrefrenabile monologo multilingue. E in un tragico contrappasso, frutto di uno scherzo crudele del destino, Valeria trova finalmente la felicità soltanto nel momento in cui rinuncia a ciò che la determina: la parola.

The speaking Machine, con il suo campionario di solitudini e i suoi umani che si fanno macchina, si interroga sulla condizione stessa dell’umanità contemporanea, e in special modo sulle dinamiche dei rapporti interpersonali. Ognuno dei tre protagonisti ha perso un pezzo fondamentale di sé stesso, ma invece di cercare di recuperarlo, di recuperare la propria umanità, vive incastrato nel suo orizzonte ristretto, fatto di piaceri immediati, o di illusioni. Si specchiano in quello che Spunzberg chiama «specchio indiscreto», rivelando un insidioso male diffuso che chiede la nostra complicità, dandoci l’impressione di stare operando scelte autonome.

Bruno è un ambizioso uomo frustrato da un lavoro che lo rende infelice. Ha perso la capacità di amare e di relazionarsi con altri esseri umani, e si rifornisce solo di piaceri sessuali e autocompiacimento attraverso l’acquisto di macchine senzienti. Ciucio è un libertino che dà piacere a comando. Relegato in una condizione di inferiorità sociale, e trattato come un vero e proprio animale, lo obbligano a offrire il suo corpo in leasing al miglior offerente, rinunciando a dignità e sentimenti. E per ultima Valeria, la «macchina da parlare» malinconica e triste a cui manca il contatto fisico. Stanca della sua immobilità forzata, mette costantemente in discussione il suo utente con parole sprezzanti, spargendo infelicità intorno a sé.

Nella consapevolezza che queste tre solitudini, invece di completarsi a vicenda, tendono a respingersi e a distruggersi, sembra di scorgere la diffusione di quel triste isolamento in cui l’automazione e la vita virtuale sembrano volerci costringere. Alla fine, solo Ciucio riuscirà a spezzare le sue catene, liberandosi mentalmente e fisicamente, e a riscattarsi dal suo ruolo di sottomesso. Mentre la macchina parlante resterà relegata alla sua condizione di spettatrice forzata delle vite altrui, trovando sollievo nella televisione e nel subconscio, quando, finalmente libera di muoversi e camminare, sogna di liberarsi dalla sua paralisi e partire insieme a Franz (Kafka).

Foto di Archeopita Zampini

Prodotto da: Compagnia Ragli

Di: Victoria Szpunberg

Con: Dalila Desirée Cozzolino, Maurizio Aloisio Rippa e Antonio Monsellato

Voce registrata: Rachele Minelli

Traduzione: Davide Carnevali

Luci e musiche: Giacomo Aziz

Regia: Rosario Mastrota

Produzione: Compagnia Ragli, Primavera Dei Teatri in collaborazione con PAV 

Con il sostegno di ÀP, Accademia Popolare dell’Antimafia e dei Diritti

Progetto Europe Connection in collaborazione con Fabulamundi. Playwriting Europe

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