Riflessioni sul teatro in quarantena. Intervista a Cecilia Bartoli

La nuova minaccia all’umanità, la pandemia globale Covid-19, si manifesta a ogni livello destabilizzando i rapporti sociali, politici ed economici dei paesi coinvolti dall’emergenza sanitaria. In ambito culturale, insegnanti e artisti ridefiniscono il proprio ruolo con esperienze di didattica online, visite virtuali nei musei, consultazioni di archivi, repertori teatrali resi disponibili in rete; in qualche modo si crea un ponte nel baratro del distanziamento sociale. Può l’azione culturale acuire il senso di cittadinanza e di responsabilità sociale? Qual è la funzione dell’arte e in particolar modo del teatro, in questo preciso momento storico? Abbiamo intervistato Cecilia Bartoli, psicoterapeuta, presidente dal 2005 al 2012 e attualmente coordinatore di Asinitas Onlus – Centri interculturali con i migranti, nella città di Roma.

Alessia Pivotto: Riflettendo sulle possibilità contingenti delle arti sceniche, sintetizzabili nell’adesione quasi totale alla modalità virtuale di rappresentazione, è come se sopperissimo alla mancanza dell’evento teatrale evocandone l’immagine attraverso uno schermo che, per paradosso, diviene il medium di un’esperienza che si fonda nella relazione inter-soggettiva. Come cambia, in questo contesto, la percezione dell’evento teatrale?

Cecilia Bartoli: Il teatro mette la lente di ingrandimento su tutto ciò che è umano, e anche su questa trasposizione delle nostre relazioni all’interno di una cornice, di una modalità completamente diversa. Io sono psicoterapeuta, in questo momento faccio psicoterapia online e il problema si pone in maniera simile: è una relazione quella online? In che cosa lo è? In cosa non lo è? Il mondo perde una parte della sua concretezza e tutta l’esperienza del contatto con l’altro è estremamente più rarefatta, astratta. C’è la relazione perché ci siamo noi, c’è un passaggio di contenuti, ti vedo e ti rispondo emotivamente, l’identificazione funziona. Può funzionare nella stessa misura in cui funziona il cinema, l’attore di teatro sa che sta lavorando per un pubblico ma sa che il pubblico lo vedrà in un altro momento e in un altro contesto. Il teatro perde quella sua qualità di qui e ora che lo contraddistingue, la sua qualità di sintesi con l’imprevisto, di essere influenzato da quello che succede mentre succede, e questo sia negli attori che negli spettatori e nel contesto nel suo insieme. Non so se ha senso parlare di teatro in streaming, il teatro è sempre andato anche in televisione ma mantiene il suo carattere di imprevedibilità e di rito, rispetto al quale differentemente dal cinema non si può tornare indietro, mentre si compie si svolge e questo suo carattere lo conserva anche in streaming. Per quel che riguarda il teatro sociale, così come per quel che riguarda tutte le forme di psicoterapia, un problema si somma all’altro; io come terapeuta soffro di non poter guardare i corpi nella loro interezza, non condividere in vivo le atmosfere. In una seduta, l’atmosfera e il silenzio che si crea deriva molto dalla percezione che si ha del corpo dell’altro e questo come nel teatro. Nel teatro l’atmosfera che si crea dipende molto dalla percezione del corpo dell’attore. A quanto pare, siamo chiamati a esplorare un portato ancora più simbolico, meno diretto… mi sembra una grande privazione.

A.P.: A volte si ha la sensazione di un’adesione spontanea e diffusa alla produzione artistica, una partecipazione sincera; allo stesso tempo è avvertita come pericolosamente fittizia e inefficace. Questa iperconnessione può essere un modo per tessere una rete solidale tra artisti e spettatori, che rifondi un senso di comunità?

C.B.: In questo momento una comunità si può riunire solo su un piano di contenuti e simboli. Credo che si possano tenere insieme le comunità che già c’erano spostandole un po’ di piano e accettando di perdersi qualcuno, ma che sia molto difficile costruire delle nuove comunità attraverso questi mezzi. Ci siamo già passati, lo abbiamo visto anche con i movimenti politici che si sono creati in questi anni attraverso le piattaforme social, questo tipo di medium crea dei fuochi di paglia. Quello che tu chiami fittizio è molto vero, ogni volta che si crea un’unità via social è sempre molto fragile, può avere una grossa adesione ma breve durata. Anche se ora si creasse un movimento di artisti di teatro che fa questa sperimentazione potrebbe continuare a esistere solo decidendo di incontrarsi. Tieni presente che in questa tua percezione non sei allenata a considerare gli ultimi, quelli che non hanno proprio accesso alla rete come ce l’abbiamo noi, la nostra condizione privilegiata molti non possono viverla, per esempio i ragazzi rifugiati adesso…

A.P.: Nella futura riorganizzazione del teatro, crede sia necessario dare testimonianza di un’impegno sociale?

C.B.: Il teatro è l’arte della relazione, in questo momento il suo compito sociale sarà di interrogarsi sulla relazione, esplorarne le possibilità espressive e simboliche. Intanto, c’è una discriminazione sociale in atto: non tutti hanno i mezzi tecnici per permettersi una connessione stabile e uno spazio di privacy per partecipare serenamente a un’esperienza, per esempio di laboratorio teatrale. Prima era possibile anche da una condizione di marginalità, adesso ci si può sentire tagliati fuori dall’impossibilità di accedere ai mezzi necessari. Abbiamo lottato tanto perché l’arte in qualche modo fosse praticata all’interno del sociale anche nelle dimensioni di marginalità e questa situazione ci mette di nuovo di fronte alla possibilità della discriminazione. Di fatto, il nostro progetto di teatro sociale continua, il laboratorio è bloccato ma i ragazzi stanno continuando a lavorare ciascuno per conto suo e stiamo cercando di tenerli insieme intorno a dei contenuti, a dei simboli, tenerli insieme dal punto di vista dell’anima, in quella che è la tensione in un laboratorio di teatro sociale, la co-costruzione di una cosa comune.

A.P.: Asinitas si occupa di educazione e intervento sociale, è quotidianamente impegnata nell’affrontare urgenze relative all’integrazione, al diritto di cittadinanza, all’assistenza sanitaria e alla cura della persona in generale. Come state gestendo l’emergenza Covid-19?

C.B.: Noi lavoriamo con molti tipi di stranieri; parlando di rifugiati in senso ampio, posso dirti che sono molto migliori di noi, non lo dico per retorica ma perché sono più allenati alla resilienza, al contenimento e alla privazione. La maggior parte di loro proviene da contesti in cui rispetto alla malattia c’è un atteggiamento e una sensibilità molto diversa. Sono cresciuti in territori minacciati dalla malattia, dalla povertà, dalla guerra. Hanno dei traumi, certamente, ma anche una capacità di sopportazione diversa dalla nostra che invece siamo cresciuti in una condizione di sicurezza e quindi ci possiamo sentire facilmente scioccati dall’insorgere di una dimensione di insicurezza e di contenimento all’improvviso. Loro non stanno particolarmente male a meno che non ci siano disagi psicologici più individuali, chi sta soffrendo molto sono le persone che vivono in condizioni abitative molto affollate perché naturalmente hanno paura del contagio e magari con tre lavori erano abituati a stare a casa solo per dormire, mentre adesso c’è una grande difficoltà di coabitazione. Nei centri di accoglienza si rispettano le norme, alcuni ragazzi vengono spostati di residenza e, ad ogni modo, continuiamo l’apprendimento della lingua con la scuola di italiano online. Con i ragazzi del laboratorio di teatro, ieri abbiamo fatto una splendida riunione in cui la domanda era: che cos’è per me il teatro?

Quando usciremo fuori da questo problema avremo imparato che questa è la nuova minaccia della nostra civiltà quindi forse ci fideremo meno degli sconosciuti, degli altri, ci ritireremo nelle cerchie più strette. Non so come sarà il teatro dei corpi nei mesi a venire, se avremo la stessa confidenza. Nei laboratori teatrali c’è molto contatto e c’è proprio un training fatto alla sensibilità verso l’altro. Il Teatro Magro di Mantova, con cui abbiamo un rapporto di scambio in quanto lavorano anche loro con i migranti, sta facendo dei training individuali in video, stanno facendo lavorare i ragazzi sul rapporto con lo spazio, la voce, la dizione.

A.P.: Per esempio, il lavoro sullo spazio come si struttura quando l’educatore non è presente, non può condividere il medesimo spazio con l’allievo?

C.B.: Nonostante questo in alcuni momenti il coinvolgimento è forte perché la videocamera è come un amplificatore. Si ricerca una qualità del contenuto, una qualità espressiva, paradossalmente si è anche più espressivi.

A.P.: Lei lavora in un contesto educativo, dove la pedagogia è connessa alla dimensione creativa.

C.B.: Sì, è il fulcro della nostra azione sociale. Abbiamo mutuato dal movimento di cooperazione educativa un motto: ogni persona viene a scuola con un corpo e una storia. Per noi l’apprendimento non è soltanto un movimento cognitivo ma è un cambiamento, una ristrutturazione della personalità profonda e quindi che attiene a tutti i linguaggi dell’umano. Tentiamo di fare scuola di lingua anche attraverso l’arte, le immagini, la musica, attraverso i corpi. Come dice Gardner, l’intelligenza non è l’intelligenza, sono le intelligenze. L’esperienza che più di tutte ci immette in questa totalità delle nostre possibilità espressive di apprendimento, è l’esperienza artistica. L’arte ha la possibilità di entrare da un punto di vista simbolico dell’umano e quindi in una prospettiva interculturale è quella che ci avvicina di più perché tratta l’universalmente umano, a prescindere dalle culture di appartenenza dei singoli. L’arte consente una comunicazione tra di noi su un piano archetipico molto profondo, crea l’intercultura quella vera, di contatto intimo tra esseri umani. Il teatro è una lente di ingrandimento sulla vita in quegli aspetti in cui tutti ci possiamo riconoscere; il training dell’attore e il training dell’educatore hanno molte similitudini. Si formano alla relazione, a stare fortemente con l’altro, alla costruzione di un gruppo e di legami intorno a un compito. Noi abbiamo mutuato moltissimo dalla formazione teatrale per la nostra formazione come operatori, educatori.

L’idea è che la bellezza comunque cura. Quando un conduttore di teatro è capace di estrapolare fuori il nucleo simbolico dell’agire umano, lì succedono cose importanti dal punto di vista della cura della persona. Io come terapeuta sono sempre molto affascinata di come in maniera inconsapevole alcuni registi, conduttori di laboratorio, innescano dei processi di cura importanti nelle persone. L’estetica è la verità. Quando quel corpo e quella storia sono, semplicemente. Quando il regista è in grado di togliere, lavorare in sottrazione, è bello.

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