Riflessioni sul teatro in quarantena. Intervista a Carrozzerie | n.o.t.

In un nostro precedente incontro, avvenuto in un dicembre che sembra ora lontanissimo, Francesco Montagna, fondatore con Maura Teofili dello spazio teatrale romano Carrozzerie | n.o.t., disse a proposito del lavoro nello spettacolo dal vivo che: «ci occupiamo di quest’ultima forma d’arte magnifica che racchiude l’hic et nunc. Dobbiamo esserci, starci e permanere. È l’ultima cosa che esiste e non è riproducibile tecnicamente in nessun modo».
Da quando i teatri e gli spazi culturali hanno chiuso le porte al pubblico a causa delle misure di contenimento della diffusione del Covid-19, stiamo assistendo alla proliferazione quotidiana di performance in live-streaming, podcast, messa a disposizione di archivi online e altre iniziative virtuali. Conseguentemente, è sorto un dibattito tra chi promuove e favorisce tale tipo di attività e chi, con atteggiamento più scettico, sostiene la necessità di dedicare questo tempo alla riflessione.

Margherita Dellantonio: Dall’inizio della pandemia voi siete rimasti piuttosto silenziosi; qual è dunque la vostra posizione al riguardo? Può il teatro continuare a svolgere il suo ruolo, a darci la possibilità di rinnovare il nostro sguardo, quando questo è relegato allo schermo di un computer?

Maura Teofili: In un momento come questo, in cui le novità e le reazioni emotive sono talmente tante, tutti gli approcci vanno rispettati o quantomeno è più giusto interrogarsi che giudicare. La presenza è caratteristica del teatro, quindi tutte queste attività che stanno spuntando sul web ci fanno pensare a qualcos’altro. Alcuni artisti stanno reagendo in maniera molto creativa, con dei prodotti spontanei che non hanno niente a che vedere con la materia teatrale, ma che sono belli, utili e anche legittimi in questa fase, mentre altri si stanno interrogando per essere proattivi. Il web è un altro mezzo, con un diverso linguaggio, e ricondurre una cosa a supporto altro senza domandarsene le specifiche ne limita le possibilità artistiche. Anche pensando alla lettura in streaming come forma, bisogna pensarla come forma d’arte e non semplicemente accendere la webcam e mettersi a leggere. Se non era interessante farlo prima, davanti a un pubblico, senza un pensiero dietro, tantomeno lo è ora. Rispetto all’arte intendo, non al valore soggettivo di tenere comunque alta la bandiera della cultura e in questo senso non mi sembra stia spopolando l’intrattenimento becero, nemmeno in televisione.
Noi, anche non producendo dei contributi per il web, stiamo alzando il telefono tantissimo, per tenerci in un contatto più diretto e più umano con le persone, per capire cosa gli succede, non tanto e non solo nei processi artistici.

Francesco Montagna: Credo che, ora come ora, chiunque debba perseguire la propria felicità e se questo passa attraverso una lettura in streaming è giusto che lo faccia. Rispetto a questo non sono negativo, ma sono anche convinto che alla terza lettura di poesie arrivi un senso di grande tristezza, di solitudine. È normale provare a ritrovarsi all’interno di una comunità, facendo qualcosa che può essere leggere un verso, un capitolo o una qualunque cosa, ma è ovvio che non è un surrogato del teatro, non vi si può neanche vagamente avvicinare. Stiamo vivendo in un momento di grande tensione latente dove ogni giorno proviamo a mantenere mentalmente l’equilibrio e fare delle riflessioni solo intorno al teatro è un po’ poco. La riflessione va fatta intorno agli esseri umani, perché probabilmente per molto tempo dovremo ridisegnare una grammatica del comportamento, del contatto e della presenza. La realtà, oggi, è talmente densa e in evoluzione che è impossibile anche solo provare a razionalizzarla. Qualunque tentativo fatto ora è goffo perché è come provare a scattare una fotografia a un fulmine, anzi, a un pianeta con una videocamera.

M.D.: Si parla anche del rischio che l’attuale iperconnessione virtuale possa trasformarsi in un individualismo più accentuato se non saremo in grado, nello spazio fisico, di ricostruire le reti in modo virtuoso.
Il teatro italiano non è sempre stato in grado di fare rete, di allearsi, vuoi perché chi chiede finanziamenti pubblici deve sottostare a regole ministeriali piuttosto rigide, vuoi perché si hanno obiettivi diversi o perché prevale la competizione. Provando a guardare al futuro, pensate che il teatro possa fare una riflessione più profonda su se stesso, come sistema più ampio e non solo come singole realtà individuali, ripensando collettivamente il suo ruolo politico?

F.M.: Ci troviamo nella cosiddetta “Fase 1”, ma sarà la “Fase 2” la vera chiave di volta che detterà il modo in cui potremo uscire di casa fino a quando non si troverà un vaccino. Parlando dell’esperienza di Carrozzerie | n.o.t., analoga a tanti altri piccoli spazi, per sua natura può resistere un mese, due, al terzo barcolliamo e al quarto cominciamo a riflettere se chiudere. Se poi si riapre, ma con le norme igienico sanitarie dei primi decreti (il metro di distanza, la mascherina, i guanti), occorre chiedersi come lavorare in quelle condizioni. La natura di questo lavoro si basa su dei principi che sono completamente all’opposto di quelle norme igienico sanitarie e a quel punto dovremo prendere una grande decisione: rimodellare i nostri schemi, adattarci, oppure fare una riflessione molto serena e decidere che non è compatibile in nessun modo col nostro lavoro. Forse non è il momento storico per cui spazi come Carrozzerie | n.o.t. continueranno a resistere, almeno per il periodo della pandemia.

M.D.: Ciò si lega anche agli aspetti di finanziamento, a quanto riguarda in concreto la sostenibilità economica, che se era già difficile prima ora lo è ancora di più.

M.T.: Ora non è, semplicemente. Mi sembra però che il sistema stia cercando di ridefinirsi. Le realtà che fanno parte delle strutture finanziate si stanno relazionando molto tra di loro, stanno cercando di porre domande alle istituzioni e probabilmente otterranno le migliori risposte possibili per la tutela del settore. Credo che molto potranno dimostrare le strutture finanziate alle quali il Ministero garantirà la permanenza in vita. Un domani, avranno un compito di redistribuzione nei confronti sia degli artisti che dei partner produttivi e organizzativi delle piccole realtà che non avranno accesso a nessun tipo di sostegno, di ammortizzatore o possibilità di rilancio, se non proprio creativa e innovativa.
Noi speriamo di riabbracciare la parte più vera della nostra attività, quella rivolta agli associati, a persone che svolgono progetti propri che non per forza prevedono assembramenti allucinanti in termini numerici e, purtroppo, siamo pronti a prendere in considerazione il fatto che in uno spazio con meno di 100 posti la possibilità di fare spettacolo sarà quasi pari allo zero. E se luoghi come il nostro saranno impossibilitati a fare spettacolo, economicamente o legislativamente, l’innovazione è praticamente rasa al suolo, si tagliano le gambe al nuovo che avanza, alla creatività e alle giovani compagnie. Per questo ci stiamo interrogando con alcuni partner, ma soprattutto in generale, su come non far venire meno le opportunità per questo specifico target di riferimento, che è quello con cui artisticamente lavoriamo più spesso e su cui ci interessa di più essere presenti.
La riflessione sul valore politico del condividere e dello stare insieme che il teatro porta avanti implicitamente, adesso è una bella sfida. Il valore politico della proprietà dei nostri corpi, della presenza e della compresenza, del valore dell’amore e dello stare insieme è sul tavolo di questa “Fase 2” alla quale prima o poi dovremo arrivare.

M.D.: La vostra indipendenza è anche espressione di libertà, ma dalle tue parole traspare che, anche per gli artisti, la libertà di sperimentare, innovare, cercare forme e riflessioni artistiche nuove sarà fortemente limitata…

M.T.: Pur nella totale indipendenza, abbiamo sempre svolto il nostro ruolo con consapevolezza, ponendoci in dialogo con soggetti con possibilità e accesso a forme di sostegno ulteriori. Ci è sempre piaciuta l’idea di essere un incubatore di qualcosa che artisticamente si poteva rafforzare del nostro supporto per poi magari superarci. In questo senso, la sopravvivenza degli artisti che si basano sulle piccole produzioni, è fortemente messa alla prova da un sistema che, se deve ripartire con delle limitazioni igienico sanitarie importanti, non potrà che andare su numeri che privilegiano progetti grandi. Se il metro di distanza deve essere il metro quadro, come avviene sugli aerei, vuol dire ridurre i posti a meno del 50%. Oggettivamente, quale spazio rispetta questo parametro? E se lo rispetta, quale spettacolo ospiterà sul palco? Chiaramente stiamo parlando dei Teatri Nazionali o di privati molto grandi che vanno su scelte commerciali. A questi soggetti, oggi, è data una responsabilità diversa.

F.M.: L’altra domanda che ci dobbiamo porre, e che non è da poco, è quale sarà il potere d’acquisto delle famiglie e dei singoli alla fine di questo periodo di chiusura. Altra cosa molto importante è come farà una compagnia ad allestire uno spettacolo dovendo rispettare le norme igienico sanitarie. Assisteremo a una stagione di transizione dove vedremo soltanto monologhi? O testi a due dove il secondo sta comunque a un metro di distanza? Come faranno i festival a far arrivare compagnie internazionali con le frontiere chiuse? È strano pensarci. Gli scenari sono multipli e con delle variabili attive gigantesche tali per cui è molto difficile programmare e ripensare tutto. Bisognerà capire se e quando si potrà cominciare a riaprire e in quali modalità. Per cui, ripeto, la riflessione più giusta da fare ora non è sul nostro settore ma, alla fine di tutto questo, bisognerà domandarsi qual è il nostro ruolo all’interno di una società che comunque, vuoi o non vuoi, avrà dei parametri nuovi.

M.T.: Una riflessione nei limiti del settore è necessaria e non ci sottraiamo, ma ci sembra poco, o comunque che non possa non legarsi a una riflessione più generale. L’umanesimo che sta al fondo del voler riflettere d’arte, farsi tramite di messaggi collettivi e comuni, non può non passare da un pensiero più trasversale. Sicuramente saremo tra quelli che pagheranno moltissimo questa situazione, ma non possiamo fare le vittime primarie in un contesto che probabilmente metterà in ginocchio molto più di noi, o almeno quanto noi, strati ampissimi dell’umanità. È un dramma e non nascondiamo che sia difficile e frustrante orientarsi, però noi, come parte di questo mondo, dobbiamo dimostrare di saper stare dalla parte di chi ci osserva, dell’umanità, per questo si fa arte, credo.
Può darsi che magicamente tutto si risolva, che trovino soluzioni farmaceutiche o virologiche vere e che da mercoledì prossimo tutti vaccinati torneremo a fare la stessa identica vita di prima, non dico di no. Ma se non avremo fatto le domande giuste a noi stessi, saremo meno in grado di porci in dialogo con chi osserva e vive e deve fruire quello che come sempre cerchiamo di offrire alle persone e al pubblico. Porsi solo domande molto interne rischia di renderci sterili. Domani ci sarà sempre e comunque il bisogno di mangiare e di pagare le bollette, questo è vero oggi più che mai, per cui domandarsi quali sono i bisogni delle persone e quindi anche nostri, degli artisti, in maniera più trasversale, forse è l’unica vera domanda che ci può portare a essere sempre necessari, come ci siamo ritenuti fino ai primi di marzo.

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