Riflessioni sul teatro in quarantena. Intervista a Rosario Mastrota

Provoca il tabù del contatto generando sfiducia, autoprotezione, difesa. Arresta iniziative, progetti, speranze: è  la “paura dell’invisibile”, come l’hanno definita psicologi e psichiatri. Difficile da estirpare ciò che è impercettibile: l’isolamento divenuto reclusione, non facile da gestire sotto il peso delle responsabilità individuali, ha scatenato reazioni, in modo quasi provvidenziale, suggerendo domande differenti: cosa significa questa battuta d’arresto per il mondo del teatro? Quali interrogativi pone un periodo in cui lo Spettacolo dal vivo è stato depredato della presenza? E, domani, come si manifesterà nell’arte il black-out di circuiti vitali indotto dalla pandemia? Abbiamo intervistato Rosario Mastrota, regista, attore, drammaturgo e direttore artistico di ÀP, Accademia Popolare dell’Antimafia e dei Diritti.

Samuele Moro: Il 23 aprile ÀP, di cui cura la direzione artistica, avrebbe inaugurato la seconda edizione del Premio teatrale Mauro Rostagno, iniziativa sospesa a causa dell’emergenza Covid-19: che cosa ha comportato l’interruzione del concorso?

Rosario Mastrota: Le date del Premio (16, 17 e 18 aprile) erano la deadline più attesa del nostro palinsesto. Sarebbe stato l’appuntamento doveroso con Mauro e la sua memoria, un momento di apertura dei nostri spazi e di coinvolgimento di compagnie, critici, appassionati di teatro, maestranze e l’atteso rinnovato incontro con Maddalena, la figlia di Mauro. Avevamo pianificato ogni dettaglio per essere pronti ad accogliere i sei finalisti. L’emergenza ci ha tolto ogni entusiasmo. Le Compagnie, selezionate tra le circa 100 proposte ricevute quest’anno, hanno compreso benissimo la causa di forza maggiore che ha fatto saltare ogni previsione e si sono dimostrate concordi nella soluzione che abbiamo proposto: per onorare le partecipazioni abbiamo diramato la lista dei 12 semifinalisti. Ecco qui i finalisti:
Anche i cori russi mi consolanoCompagnia Alluma
La principessa azzurra – Simonet- Filippo Capparella
U! – Compagnia Oderstrasse
L’ingannoCaracò Teatro
Di madre in figlia – Andrea Di Palma
Girasoli – Teatro Mobile di Catania
Voglio elencare anche gli altri sei progetti semifinalisti di quest’anno: Alessandro Blasioli con Sciaboletta, Teatro Dallarmadio con FM e il suo doppio, Teatring con Come se non fosse un fulmine, Cineteatro con Uccidete le madri, Artifragili con Non vedo non sento ma posto e Teatro delle Bambole con Il fiore del mio Genet

S.M.: Lucia Calamaro, nota artista di palcoscenici italiani ed europei, ha polemizzato con ironia pungente contro chi si azzarderà ad attingere materiale dalla situazione scaturita dalla pandemia, con un poemetto pubblicato su doppiozero  lo scorso 16 marzo.
In un momento in cui si ha bisogno di concretezza, entro quali limiti ritiene che la produzione artistica sulla situazione corrente sia manifestazione dell’urgenza del teatro di riflettere sulla società da cui si origina e non una discutibile strumentalizzazione del problema?

R.M.: Sono tra quelli che stanno soffrendo per una mancanza. Il teatro mi manca. Vedere teatro mi manca. Fare teatro mi manca. Organizzare teatro mi manca. Questo pensiero aleggia negli animi di ogni artista, ne sono certo. So bene quanta fatica facciano attori e attrici in questo periodo, quanta paura li attanagli, quanta vaghezza li sorprenda. So che ci sono amici carissimi che hanno attraversato un periodo di solitudine e la quarantena li ha trasformati in reclusi, perciò rispetto tutto e tutti. Sulla questione Calamaro, che dire. La sua uscita, seppur sotto forma di arte lirica, ha dato un’indicazione chiara: l’artista ha detto la sua trovando i soliti accordi e i soliti disaccordi. Peccato che qualche tempo dopo in un articolo pubblicato su «La Stampa», la stessa Calamaro, abbia dichiarato: «Scrivo un monologo di sette pagine per Darwin inconsolabile, il prossimo personaggio che parlerà da solo, starà chiuso dentro casa, avrà seri dubbi sull’umanità». Questa dichiarazione mi ha lasciato un po’ spiazzato, perché parlare di solitudine, d’ora in poi, sarà inevitabilmente accostabile a quello che è accaduto. Quindi forse anche Lucia Calamaro era poco lucida sul futuro, come tutti. Come è accaduto per tutti i fenomeni sociali, da sempre, quando tutto passerà il teatro internazionale produrrà spettacoli sul Covid-19, ne sono certo: è uno squarcio troppo segnante. Ho paura che strumentalizzazione, moda e forzatura saranno l’inchiostro che macchierà i fogli e genererà i copioni, forse molta roba sarà spazzatura. Qualcosa già è stato prodotto, biecamente caldeggiato dalla necessità. 

S.M.: Dunque ritiene che nella proposta spettacolare dei cartelloni italiani si avvertirà una sorta di inattualità? In che termini crede che le direzioni artistiche delle future stagioni teatrali, le sue per esempio, saranno influenzate da ciò che sta accadendo in questi giorni?

R.M.: Sulla questione, per quel che mi riguarda, sarà difficile esprimersi, sarà complicato parlarne, sarà discostante – nella maggior parte dei casi – e forse sarà dannoso. Ho letto che l’ideale sarebbe soffermarsi sulle emozioni che la pandemia ha generato nell’essere umano anziché riportarne una cronaca: a tratti sono d’accordo, ma è un campo minato. Sarà impossibile fare finta di niente ma fingere bene potrebbe essere davvero la chiave per uscirne totalmente. Al momento sto scrivendo un testo che avevo cominciato a gennaio, non ha nulla a che vedere con la pandemia e non credo lo finirò a stretto giro: invidio chi scrive libri in una settimana e viene pubblicato quella successiva. Ma si sa, c’è dell’usa e getta anche in questo campo.
Quanto alla nostra stagione di quest’anno, purtroppo, è stata interrotta sul più bello ma sicuramente proveremo a recuperare gli spettacoli che non siamo riusciti a programmare e poi ci guarderemo intorno. Quando ci siamo fermati intorno a noi c’erano tantissime proposte che stavamo vagliando. Eravamo sereni. Credo che ripartiremo da lì. 

S.M.: Tra le tante riflessioni fatte, quella del critico teatrale e giornalista Andrea Porcheddu che, soffermandosi sul teatro dopo lo streaming, afferma: «[…] Anche in queste proposte avverto un’ansia da prestazione, un presentismo, un senso d’obbligo morale, un dilagante e pregiudiziale entusiasmo. […]  Il teatro non è in streaming. Il teatro è una agorà, una piazza, un vivere assieme.»
Come si pone lei nei confronti della deriva streaming dello spettacolo? Avverte una pericolosa compromissione del concetto di “teatro” per la quale sarebbe più sicuro il silenzio o la considera come un valido palliativo?

R.M.: Condivido quello che ha scritto Andrea. Ho visto sperimentazioni disparate di streaming, letture, podcast che, per carità, rispetto. Ma a mio avviso sono soltanto palliativi per riempire un vuoto o esorcizzare una paura. Qualche esperimento è addirittura privo di senso. Vivo nella convinzione che il teatro sia corpo e respiro, carne, uomini e donne che emanano vibrazioni e solo sul palcoscenico questa mistura di concretezze ha senso. Il ragionamento, non lo nascondo, è semplice: il cinema è video, la musica è audio, il teatro è live. Le letture, altra modalità di esercizio, sono un’ottima palestra per allenare talenti e maestrie personali degli attori e delle attrici, ma la palestra, si sa, si può fare tranquillamente in privato. Ribadisco, qualcuno lo fa per urlare “ci sono”, qualcun altro per urlare e basta. Tuttavia, il concetto di creare comunità tramite la rete è molto nobile ma si può fare anche coi meme o con i tweet. C’è chi ha ideato la proposizione di spettacoli d’archivio, gli amici Daniele Timpano ed Elvira Frosini, per esempio: una buona idea. Un sostituto di Netflix. Un momento per ricordare, per vedere le brutte riprese di alcuni spettacoli meravigliosi. Ne ho visto qualcuno che avevo visto dal vivo: non c’è paragone. Lo schermo crea una barriera troppo spessa, la fruizione è passiva. Pubblicità. E non è necessariamente una critica negativa, anzi: come si promuovono le merendine è giusto promuovere anche gli spettacoli… o riproporli. Leggevo oggi di un assessore del sud Italia che, attratto probabilmente da questa nuova idea dello streaming teatrale, ha chiesto agli artisti di continuare a proporre materiale in streaming come sostituto dello spettacolo dal vivo: il problema è che ha chiesto di farlo solo gratis. Assurdo. 

S.M.: ÀP non demorde e fa della parola “Resistenza” il suo motto anche ai tempi del Covid-19 proponendo, in questi ultimi giorni, numerose iniziative: video letture ad alta voce per bimbi disponibili sul canale Youtube de Il baule magico, (ri)visione di film scelti e consigliati, presentazioni di libri, l’ultimo dei quali Te lo dico in rap di Francesco Carlo, programmazioni di RadiodaSud, mostre fotografiche virtuali. Nella riprogrammazione degli spettacoli teatrali invece, come si sta muovendo burocraticamente? Si parla di annullamento o di semplice sospensione degli eventi?

R.M.: Assolutamente non demorde. ÀP è viva più che mai. Oltre alle cose già citate nella domanda, ci siamo immersi nella nostra quotidiana agorà virtuale: il nostro gruppo whatsapp che si chiama La Comunità di ÀP. C’è un confronto costante, discussioni, commenti, informazione e tante riunioni su Zoom. Ed è bellissimo ritrovarsi, ascoltarsi e pianificare il futuro anche se il futuro è ancora tratteggiato a matita. Ti racconto la prima riunione su Zoom. Eravamo circa 25 persone, tutti perfettamente connessi all’orario stabilito, tutti pronti. Ma è stato bellissimo, a un certo punto, il silenzio che si è creato, non parlava nessuno, eravamo lì, zitti a guardarci, a riconoscerci, a fissare volti senza mascherine. È stato un momento molto toccante. Poi siamo partiti, subito con le nostre belle proposte da attuare. Questa comunità, una ricchezza di persone straordinarie, sta portando avanti sulla pagina facebook di Dasud una bella impresa: il progetto si chiama Mappe ed è partito il 7 marzo, quando Eleonora Farnisi ha scritto la prima lettera. Mappe è una raccolta di “lettere da casa” che ognuno di noi ha voluto condividere sotto forma di pensieri, ansie, considerazioni sul proprio momento personale. L’obiettivo – ben saldo nell’idea del Presidente Danilo Chirico – sarà una pubblicazione cartacea, un libretto, edito direttamente da ÀP. Non ci siamo mai fermati, anche questo racconterà Mappe. Gli spettacoli proveremo a recuperarli. Ad oggi stiamo immaginando delle soluzioni, viviamo in attesa di certezze per concretizzare al meglio la prossima stagione e, se questa era targata “resistenza”, la prossima profumerà di libertà. Oppure, come ha detto Roberto Latini, di “ri-esistenza”. 

S.M.: A proposito di The Speaking Machine portato in scena dalla Compagnia Ragli lo scorso febbraio presso ÀP di cui ha curato la regia, crede che questa pandemia ci stia avvicinando ancora di più a quei «giorni in cui non sembreremo umani, ma ancora sapremo come essere tristi»?

R.M.: «Abbiamo acconsentito ad ogni fottutissima privacy policy e il desiderio è scivolato più veloce del ragionamento. Gli occhi che osservano si sono trasformati in miriadi di ficcanasi. […] Sono giorni strani questi, tutti ridistribuiti sullo stesso cliché. La libertà, parola senza più senso, vaga alla ricerca di qualcuno che la scarceri da questa buffonata. Si vive, apparentemente da soli, nelle case che sanno di cella. Chi esce fuori porta solo un cane a cacare, forse loro, i cani, sono ancora liberi nonostante il collare».

Questa citazione è da Borderline, uno spettacolo della Compagnia Ragli del 2018, in cui la solitudine e la paura di restare a casa forzatamente erano tra i temi trattati. Rileggerlo oggi mi ha scosso, perché quello che immaginavo in quel contesto era talmente assurdo che mai avrei pensato di poterlo vivere davvero. Era uno spettacolo proiettato nel futuro, il famoso mondo distopico che in molti hanno condannato come impossibile. Chissà cosa penseranno oggi. La solitudine umana è un tema carissimo alla nostra Compagnia (Chi niente fu, The Speaking Machine, Macbeth aut idola theatri tra gli ultimi spettacoli) e dagli albori indaghiamo le anime degli invisibili, i personaggi creati sono tutti, a loro modo, rinchiusi nella propria inquietudine. Per qualcuno è una forza, per altri una condanna. Oggi questa cosa è moltiplicata per miliardi di persone e ognuno ha una storia, ognuno ha un desiderio, ognuno ha la propria tristezza riflessa nello specchio. In The Speaking Machine la lotta tra macchine e uomini, tra sangue e costrizione, designava le personalità dei personaggi. Umani fino alla fine perché capaci “di essere tristi” e quindi di emozionarsi. Lo scontro odierno è tra pulsione umana e “macchine” travestite da schermi. Il fuori è lì, ci attende. Qualcosa è cambiato, non so definire bene cosa. Ma lo percepisco. Gli attimi di libertà così rari mi trasmettono questo sentore. Eravamo arrivati (tutti, inutile mentire) a un irrigidimento sociale pericoloso: eravamo “rimbambiti” da populismi esasperati, da buffonate quotidiane che animavano odi e rabbie, paure, xenofobie. Oggi sembra tutto attenuato, quasi scomparso. Come se fosse stato cancellato tutto per un reset improvviso del sistema, come se lo stress fosse stato sconfitto (o assuefatto), nella maggior parte delle persone. Poi ci sono i deboli, i lavoratori a rischio, quelli schiacciati da questa crisi, per loro forse non è così positivo tutto ciò. Ma la libertà è dietro l’angolo, ne sono certo. E voglio sognarlo. 

S.M.: Se potesse aggiungere la sua voce alle numerose giunte a Tommaso Chimenti, cosa risponderebbe alla domanda: Che cosa ti manca del teatro?

R.M.: L’applauso, unica paga certa alla fine di ogni replica. 
Quello sincero che arriva perché qualcosa, dentro, si è smosso. 

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