Riflessioni sul teatro in quarantena. Intervista ad Alessandro Garzella

Quante volte, in questi giorni, proliferano i riferimenti artaudiani rispetto a un teatro che dovesse avere la stessa forza, durezza, violenza e magia della peste, del «contagio spirituale». Prima di questi tempi di quarantena, c’era chi aveva già fondato il suo teatro sul sintomo, sulla diversità, sull’alterità, sull’espressione delle pulsioni, sulla natura dell’irrazionale, sul contagio appunto. Con Alessandro Garzella, autore, regista e fondatore dell’associazione ANIMALI CELESTI/teatro d’arte civile, abbiamo affrontato diversi temi che vanno dal panorama attuale e al rapporto con gli elementi cardine del suo percorso artistico e di compagnia, fino ai segni del tragico.

La pandemia ha fermato il mondo, ha interrotto le attività teatrali, bloccando un intero sistema che basa la sua essenza sulla relazione. Come si ripercuote sul vostro lavoro?

Una struttura e una compagnia come la nostra viene colpita profondamente, perché interrompe il motore di ricerca e i processi creativi. Il teatro di giro tenta di adattarsi, ad esempio con iniziative in video che vogliono mantenere il contatto coi clienti; ma per noi, che fondiamo il lavoro sul contatto con la vita – perché i nostri non sono clienti, sono vere e proprie persone che vivono in quelle zone della vita dove sono presenti problematiche profonde di tipo sociale, mentale e culturale – si è verificato uno stacco della spina. L’attività che facciamo è un motore di energia, lo stacco della spina non interessa me o noi artisti, quanto le persone che partecipano alle attività. Abbiamo lavorato con persone che sono state allontanate dall’emarginazione, ma in questo momento ci sono anche casi di regressione. Mantengo un contatto telefonico, stiamo cercando di organizzarci, di creare delle forme di contatto, ma queste persone non si raggiungono con la videoconferenza. Io lavoro anche con gli immigrati, la difficoltà nel mantenere un contatto in questo periodo è ancora più feroce.

Nella vostra ricerca marginalità ed emergenze interiori sono direttamente interconnesse. Cosa emerge dal rapporto fra marginalità e pandemia?

In me è forte, anche come compagnia, l’idea che siamo e vogliamo restare una minoranza ai margini del sistema del teatro. In questo frangente c’è un danno sostanziale alla natura stessa della nostra esistenza e, in generale, alle persone che lavorano in questo mondo, perché sul precariato non c’è proprio nessun intervento ed è scandaloso. Sono ai margini gli artisti, le persone e molti vivono in situazioni di reclusione che sono ancora più drammatiche delle nostre. Assistiamo a un potere che sbandiera la forza artistica del nostro paese attraverso la virtualità digitale e non dà nessun tipo di risposta né alle necessità di vita degli artisti né alle persone emarginate, nel senso che non esiste più un sistema sui territori – è stato smantellato – in cui si creavano delle relazioni. Parlo di questo perché credo che il teatro, almeno il teatro che concepiamo noi, ha a che vedere con i modi di vivere e noi dobbiamo rivedere quelli di noi stessi, di condividere tra noi e con tutti gli altri organismi viventi, compresi quelli che vengono definiti inanimati. Dobbiamo rivedere gli scontri, il nostro rapporto con le montagne, il clima, la luna, i fiumi, capire come possiamo fare per rispettare i loro diritti. Mi sono interrogato sul pipistrello e mi è venuto da dire che bisogna difendere i suoi diritti, nel senso che bisogna creare un’armonia tra la sua intelligenza e la nostra, cercando di imparare come e dove trovare una laica sintonia col senso sacro, che ci viene tramandato dai tempi antichi, e sul quale ora ci sono carri armati, che passandoci sopra li asfaltano quotidianamente. Se davvero non la smettiamo di violare la natura sarà un disastro. Noi facciamo arte in natura e siamo fortemente legati a questo, tutti i nostri processi avevano la prospettiva di un percorso creativo fatto in natura. Se non la smettiamo di chinare la testa e la schiena verso le responsabilità che il potere ha su tutto questo soccomberemo. Voglio dire, noi diamo la colpa al pipistrello ma a ucciderci siamo noi col nostro modo di vivere insostenibile, è su quest’idea di teatro che abbiamo costruito la nostra compagnia, nel tentativo di organizzare comunità di artisti resistenti al capitalismo, con difficoltà e contraddizione e senza essere maestri di nulla, ma costruendo dei piccoli organismi vitali.  E l’arte in questo può tornare al centro del processo, perché non c’è salvezza fuori dal sentire, dall’inventare, dall’immaginare, dall’entrare in contatto con l’ostilità in maniera meno drammatica rispetto all’invisibilità del virus. Si parla tanto dell’etica degli anticorpi e l’assenza del teatro nell’elenco delle essenzialità vitali forse è imperdonabile. Il corpo non è una virtualità, è una cosa complessa, non è neanche solo abilità o intelligenza mentale, è anche disabilità, sentire il diverso dell’intelligenza emotiva. Bisognerà davvero tornare a interrogare i maestri, i maestri di un equilibrio dinamico tra le forze del bene e del male, perché altrimenti non avremo più strumenti per ascoltare il dolore che è in noi. Il sogno capitalistico del denaro che risolve la vita ha fallito, questo è uno dei pochi aspetti positivi, anche se credo che sarà immediatamente dimenticato. Possiamo migliorare, se riusciamo a tenere insieme interessi opposti dal punto di vista culturale, economico, tenere insieme il vecchio e il nuovo.

Quale dovrebbe essere il ruolo dello Stato rispetto al teatro?

La politica di fatto ha distrutto l’ambiente vitale delle piccole botteghe teatrali d’arte. Non ci sono più movimenti di confronto fra artisti, sono passerelle di marketing, nel senso che non esiste un luogo deputato e su questo credo che anche la critica abbia una responsabilità forte, perché ha la capacità di chiamare a raccolta il pensiero. Il rapporto fra artisti si è ridotto alla competizione dei bandi, dei grandi numeri, agli algoritmi, al puro antagonismo da sopravvivenza. Sono cresciuto in un’epoca in cui non era così. I grandi conflitti erano sul fare, sulle pratiche e sull’idea di teatro, oggi il dibatto è sul mercato, perché portato dal potere e dal sistema su cui si basa. Quello che noi possiamo fare è difendere la nostra biodiversità. Hanno allontanato il pubblico, omologandolo ai modelli televisivi, e noi siamo andati a cercare il nostro, che loro considerano di scarto, perché erano gli emarginati. Abbiamo degli appuntamenti fissi e le persone che ci seguono chiedono quando si svolgeranno. A tutto questo come si reagisce? Cosa deve fare la politica? Io credo che dovrebbe curare la biodiversità, esprimere la cosa di cui c’è più bisogno oggi. Altrimenti a me basta che la politica mi lasci stare, non sarà uno splendido isolamento, ma sicuramente meglio della competizione da marketing. Anche noi partecipiamo ai bandi, ma cerchiamo di farne il minimo indispensabile, perché altrimenti perdi l’essenza del tuo fare e il tuo pubblico, non sei più quel laboratorio di ricerca che ha scelto la devianza come proprio territorio, l’irrazionalità degli istinti sulla difformità. Se lo Stato volesse agire in qualche modo concreto potrebbe per prima cosa dare un reddito di creatività alle persone che vivono nel precariato e non hanno neanche la partita iva; secondo, mantenere in piedi le imprese. Si parla di una percentuale a fotocopia dell’anno precedente, penso che non possa che essere così, ma questo significa perpetrare le disuguaglianze, la concorrenza sleale, il sistema di suddivisione anticostituzionale del FUS. Questa è una battaglia che conduco perdente da sempre. E terzo punto, creare un progetto completamente nuovo per quando i teatri verranno riaperti, inventandoci un modo che lo mantenga vivo. Inoltre per questo momento, se arriveranno dei sostegni, saranno necessarie trasparenza e tracciabilità, per vedere se veramente quei soldi andranno alle persone che hanno lavorato e ne hanno diritto.

Qual è la vostra posizione rispetto alle proposte artistiche che proliferano durante la quarantena?

Odio particolarmente la bulimia dei video, mi sembra una passerella, anche molto rischiosa, non solo a livello di marketing ma anche di protagonismo, perché toglie la scintilla della presenza. Evidentemente ci stanno portando verso un tempo basato sulla necessità di mantenere il rapporto con le nostre persone. Noi stiamo pensando di avviare un progetto in radio, un appuntamento settimanale che possa mantenere il contatto, dando una dignità anche agli artisti. La radio è un linguaggio che ha più similitudini col teatro, l’invisibilità della presenza, costruisce immagini e immaginari. Stiamo cercando di inventare progetti di senso – alcuni anche nella natura, nei boschi – che facciano prevalere l’idea che il distanziamento non può togliere il senso del teatro. Queste idee mantengono in vita il teatro finché non avrà una nuova possibilità di esistere, speriamo non identica, che tenga conto delle reali emergenze. Quello che voglio dire è che il teatro sociale d’arte sta realizzando delle possibilità per reinventare le modalità d’essere del teatro, lo si vede anche fuori dallo stesso, anche rispetto alle necessità di legare gruppi di teatro d’arte che di fatto sono fuori mercato. La politica potrebbe investire su questo, in base ai processi, invece di dividere e suddividere le risorse in base alle presenze. Dobbiamo essere alla pari, fare in modo che le persone che nella loro vita hanno fatto determinate scelte per una dignità d’arte siano pari a scelte fatte per il mercato. Credo che la politica debba cominciare a perseguire questa parità, altrimenti tornerà tutto come prima, ci saranno videoconferenze, percorsi virtuali nei musei, la Scala diffonderà i propri bellissimi video, ma non credo che cambierà il processo. Il pipistrello continuerà a guardarci.

Come vede il rapporto con l’alterità alla luce del momento che stiamo vivendo, che sintomi artistici e sociali porta a galla?

Vedo un grande rischio nell’umanità, un’ombra che diventa feroce, aggressiva, specialmente nei momenti di egoismo, si sta vedendo anche nel modo in cui vengono letti i dati legati alle morti di questo periodo, è veramente inaccettabile, esprime la cultura che inavvertitamente svela se stessa. Anche nel teatro sta avvenendo questo, le reazioni di alcuni artisti riflettono cosa hanno dentro, la paura, la paura di sparire, comprensibilissima, ma dietro a quella paura c’è l’uomo. Il diverso è un’opportunità. C’è la possibilità che qualcosa migliori, ad esempio in noi ha aumentato la consapevolezza della nostra differenza, che va veramente difesa con dignità e umiltà. Il grande errore che commettono le persone che praticano ai margini è che spesso sentirsi minoranza e cercare di navigare sempre controvento aggiunge orgoglio alla dignità. Però questo orgoglio è un nemico. Per le persone che hanno intrapreso la strada di praticare ai margini è un’opportunità per interrogarsi se veramente questa sia la loro necessità.

Riflettendo in particolare sui sintomi artistici e sociali, stavo pensando al caso di una ragazza purtroppo finita al TSO la scorsa settimana, era una fra le persone che consideravo tra le più, diciamo,  sanificate. Uno dei grandi temi che mi sembra stiano emergendo è quello dei grandi istinti e delle reazioni alla rabbia senza odio, in positivo e in negativo. È una rabbia che non ha una finalità, non è quella di chi odia qualcosa o qualcuno, è giusta, buona, ha a che fare con ciò che sta accadendo e di cui la persona che la prova è incolpevole. A quella rabbia lì, che non ti odia, non sai dare risposta, ma il problema è che spesso si scarica nell’autodistruzione; quindi bisognerà vedere come si riesce empaticamente ad ascoltarla. Perché probabilmente sono sensazioni che si trovano dentro la società, dentro ciascuno di noi. Perciò dobbiamo capire come farla ascoltare agli altri e a noi stessi, alle persone con cui entriamo in contatto. Non è vittimismo, è una cosa diversa, non è neanche lamento o lamentazione. La collego al momento in cui nelle tragedie antiche c’era il grido, che non è nemmeno più il tuo, ma sei tu che diventi mezzo di un grido che ha che vedere con la natura. La sofferenza di quello che stiamo vivendo genera delle reazioni diverse in ognuno. Sta di fatto che la morte davvero ti passa affianco, la porti a casa con te.

Sono stati tagliati ospedali, letti, medici, infermieri, macchinari, apparecchiature, manutenzioni. Adesso si esula, ma io non riesco a non esulare, perché il teatro secondo me o è legato a tutto questo, oppure non ha senso. I maestri della mia generazione non erano così, si sporcavano le mani; invece oggi, sul piano del marketing, non si deve parlare della vita. È una responsabilità degli artisti, sono loro i colpevoli di questo stato delle cose. Anche perché non si fa altro che alimentare un’idea di teatro separato, inutile, non necessario rispetto all’esistenza. Cosa sta facendo il nostro Ministro, considerando che gli unici veri dirimpettai del Ministero siamo noi? Dovrebbero lasciarci liberi, lasciare che il pensiero sia libero di pensare, non abbiamo paura del pensiero che pensa. Non abbiamo bisogno di chi considera il teatro come una forma d’intrattenimento scadente oppure un’arte che sta da un’altra parte; la vita la senti, la vivi, dunque la necessità è di un teatro che esprima questo mantenendo un contatto con la vita stessa.

Crede che la fruizione e l’idea di spazio pubblico cambieranno?

Pensando all’idea di rabbia, riflettevo su quanto accadeva nell’antichità. Quando le comunità venivano attraversate da eventi tragici si attribuiva proprio ai teatri il ruolo di convocare le città attorno ai drammi, ponendo in discussione le scelte logiche e il senso dello spazio pubblico. Il teatro era il centro di quello spazio e luogo della catarsi, del conflitto, del rischio. Oggi i teatri saranno l’ultimo luogo a essere riaperto. Io credo che nel futuro lo spazio pubblico e lo spazio del teatro saranno asettici e molto sicuri, ma non saranno sicurezze che danno vibrazioni di vita. Con l’augurio che possano esserci spazi pubblici tutelati ma anche clandestini, che mantengano la dinamica del contagio e del rischio.

Come possiamo parlare di catarsi in questo frangente?

Io sono ateo, anzi pagano, ma possiamo considerare il momento del Papa da solo sul Sagrato della Basilica, trasmesso in diretta televisiva. Lì c’è stato un tentativo di catarsi di massa, ma è molto difficile che avvenga. Credo che potrebbe avvenire nelle piccole comunità, tecnologicamente capaci di informarsi l’una con l’altra, nelle tribù che riusciranno a piangere acquisendo la doppiezza del pianto. Se saranno capaci di non isolarsi e di comunicarsi la bellezza, qualcosa potrebbe rimanere. Detto questo, la scintilla dei pazzi ci sarà sempre, per cui contiamo su quella, non so quanto spazio pubblico avrà, ma ci sarà sempre.

Qualche tempo fa ha scritto: «Mi pare che il teatro del nostro paese abbia solo una funzione: specchiare il ridicolo che siamo». Si riferiva al discorso fra teatro d’arte e teatro commerciale?

Sì, mi riferivo a questo ma anche all’espulsione del tragico, nel senso che oggi assistiamo all’egemonia della commedia. In tutti noi, nei drammi che scriviamo, sia che apparteniamo al teatro di giro, al teatro di ricerca, al teatro comico intelligente, tutto deve risolversi e non può che essere commedia. Riusciamo a contrattare e trasmettere il ridicolo di noi, questa civiltà ci permette ancora di farlo. Possiamo fare ironia sul nostro ridicolo, ad esempio il gioco del sintomo è la modalità e il tormentone che mi perseguita da quando ho iniziato a fare teatro. Il tragico è fuori da questo, non riusciamo a prenderci sul serio sostanzialmente, a entrare dentro noi stessi nella zona della disperazione e della tragedia, l’abbiamo messa da un’altra parte. La tragedia l’abbiamo chiusa dentro, proprio infondo, non vogliamo saperne e quindi non la portiamo in piazza. Mi piacerebbe che ci fosse più audacia, anche nel mio teatro, che avessimo più coraggio rispetto al tragico.

Quando usciremo dalla quarantena, secondo lei, riusciremo a cogliere e portare alla luce il senso del tragico oppure prevarrà nuovamente il comico?

Penso che meno non si possa fare, perché era quasi inesistente, per cui forse c’è la possibilità che migliori, la possibilità per il teatro di essere tale, perché è assieme commedia e tragedia. Ha preso il sopravvento la commedia perché il teatro si è appiattito sui canoni televisivi per essere venduto, sennò non chiama pubblico in sala. Oggi potresti chiamare il pubblico per un teatro tragico, proprio oggi, assumendosi il rischio di farsi contagiare da questo, metterci in discussione e rischiare. Sempre se ci sarà uno spazio pubblico per farlo, uno spazio che ha più diritto di cittadinanza. Io dal 4 maggio disubbidisco, mi do alla macchia, convivo con la mia malattia da quando sono nato, convivrò anche con la peste, con responsabilità e col rispetto degli altri. Lo voglio fare io nella mia libertà, voglio morire vivo.

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