Riflessioni sul teatro in quarantena. Intervista ad Andrea Cosentino

La pandemia ruggisce, i teatri chiudono i battenti. Dove sono finiti i lavoratori dello spettacolo dal vivo? Riversatisi sul web, a gran voce chiedono il rispetto dei propri diritti, lanciano appelli, promulgano iniziative e invocano la resistenza dell’arte. Tra un Čechov recitato in videoselfie con scenografie di credenze e divani, e un’improvvisazione su poesia accorata a tema distanziamento sociale, il teatro italiano cambia veste e cerca nello streaming una speranza di sopravvivenza. Cavalcando quest’onda, anche al Governo par cosa buona e giusta proporre un “Netflix della cultura” per far sì che i lavoratori dello Spettacolo dal Vivo – settore tra i più colpiti dall’emergenza sanitaria e che per ultimo ripartirà, vista la gran vicinanza cui obbliga artisti e fruitori – reinventino online le proprie modalità di creazione. Ma gli artisti, del sipario levatosi sul nuovo palcoscenico digitale, cosa ne pensano? Le tutele dei lavoratori possono davvero riflettere un tutt’uno organico, o esistono forse delle distinzioni di cui si dovrebbe tener conto nella cessione dei sostegni? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Cosentino, autore-attore-clown da trent’anni attivo col suo teatro di ricerca sulle scene italiane che, dalla propria cucina, Huawei alla mano, ha riflettuto con una trilogia di video proposti su Facebook sulla condizione de l’artista nell’epoca del suo isolamento sociale.

L’artista nell’epoca del suo isolamento sociale è una trilogia di video “streaminziti” che hai proposto sulla tua pagina Facebook, ascrivibile – e non assimilabile – alle iniziative individuali sorte sul web che, durante la quarantena, hanno visto innumerevoli artisti alle prese con performance teatral-casalinghe. Un videoselfie con immancabili pupazzetti, discorsi sul teatro in giacca nera e credibilità tradita da un cambio di prospettiva che ti mostra alle prese con un cellulare, in pantofole, tra una moka e un cumulo di panni stesi. Teatro in streaming: favorevole o contrario? 

Partiamo dai miei interventi video. Si tratta di una riflessione sull’inondazione di streaming che si è verificata. A mio avviso, ciò è dipeso dal fatto che molti teatranti si sono improvvisamente trovati privati del proprio habitat e quindi si sono riversati in quest’altro spazio, il web, che era già popolato da gente che sa abitarlo e usarlo meglio, o quanto meno con più malizia. Dobbiamo forse solo dire a noi stessi che, quando siamo in streaming, non stiamo facendo teatro. Molti di noi, me compreso, dovremmo provare a passare dal teatro ad altre forme di comunicazione. Per quanto riguarda la proposta di spettacoli teatrali in streaming, la faccenda è un po’ diversa: personalmente non ho mai guardato teatro in video, se non spettacoli come La classe morta di Kantor o Il Principe costante di Grotowski per motivi di studio, e ho i miei dubbi che possa diventare una forma interessante di arte – ancor meno di intrattenimento –, al massimo di sola documentazione. C’è la Stand-up comedy paratelevisiva, la video art per chi vuole farne e mille altre esperienze ma, senza scomodare Sklovskji e il formalismo russo, la materia dell’arte è innanzitutto la sua forma: non puoi fare arte usando un mezzo senza problematizzarlo linguisticamente. Io ho sempre lavorato sullo specifico teatrale, il teatro per me è compresenza, quello che mi interessa è la relazione con lo spettatore vivo, qualcuno che mi guarda ma che soprattutto si sente guardato, dunque il teatro in video non mi interessa né da teatrante né da spettatore. C’è da dire che ci possono essere produzioni teatrali particolarmente fotogeniche, o forse dovrei dire videogeniche. Se dovessi parlare come Andrea Cosentino “prima del Covid”, il teatro fotogenico è proprio quello che non mi è mai interessato, un fossile vivente a mio avviso, e sarebbe davvero triste e singolare se lo streaming fosse in grado di salvare proprio quella roba lì: il teatro che si mette in posa, il teatro opera chiusa, il teatro rappresentazione. Storicamente, quel teatro tutto votato alla visione, al racconto e alla rappresentazione di conflitti è già diventato serie tv nei casi migliori e telenovela nei casi peggiori, e prima ancora si è fatto cinema. Dunque liberi tutti, ma abbasso il teatro in streaming! Piuttosto, inventiamo nuovi linguaggi per nuovi strumenti. Nel mio piccolo, per realizzare questi tre brevi video caserecci, mi sono messo davanti alla videocamera dello Huawei – che non so neanche bene come funziona – e ho fatto quello che faccio col mio teatro: delle brevi riflessioni sul presente ma che non restano indifferenti al mezzo che utilizzano. Se nel mio teatro problematizzo lo stare in scena, e da buon clown punto sul rovesciamento del rapporto di potere e seduzione che instauro con chi mi sta di fronte, qui, da novizio del video, ho giocato su elementi basici: cos’è il timelapse, cosa una risata registrata o cosa cambia se modifico l’angolazione di un’inquadratura. Si tratta però di piccole operazioni a scopo ludico, spero intelligenti e divertenti da un punto di vista concettuale ma estremamente elementari da un punto di vista linguistico, insomma roba per cui Ejzenstejn si sarebbe addormentato nella tomba.

Lo scorso anno, in un’intervista in cui discutevamo di teatro di ricerca, dichiaravi: «Ieri come oggi vedo spettacoli molto belli che non verrebbero mai definiti di ricerca e viceversa, però al fondo il teatro convenzionale ha qualche cosa che a me non interessa: se voglio vedere rappresentata una vicenda, un intrigo me ne sto a casa davanti a Netflix, non ho bisogno né voglia di andare a teatro». Creare un “Netflix della cultura” è la proposta giunta dal Ministro Franceschini, in attesa che il teatro torni a farsi di presenza. Il tuo sogno di spettatore “addivanato” potrebbe finalmente avverarsi…

Non capisco neanche bene cosa possa essere. Immagino spettacoli trasmessi con sottofondo di colpi di tosse registrati per rendere l’effetto più realistico e Franceschini che, annunciando in video un Goldoni, ordina agli spettatori “addivanati” di spegnere i cellulari. Scherzi a parte, dubito che rispetto alla fruizione un “Netflix della cultura” possa avere la forza di una cultura dell’intrattenimento, e qui si potrebbe aprire una lunga e complessa discussione su cosa sia cultura e cosa no. Forse è più facile affrontare il discorso da un punto di vista economico: Netflix è un’impresa privata e, ammesso che smerci cultura, è costruita talmente bene in termini di vendibilità, che una rete commerciale trova conveniente distribuirla. Sospetto che un “Netflix della cultura” italiana, come può essere stata pensata da Franceschini, diventi semplicemente un modo per continuare a dare soldi a chi ne prendeva abbondantemente quando la scena era viva e adesso ha bisogno di continuare a essere sovvenzionato. Se invece si parla di sostenere un teatro che, nella sua ricchezza e pluralità, è stato messo in quarantena e che per un anno e oltre non potrà esistere, il discorso mi interessa di più. In questo momento gridiamo tutti al teatro necessario, al nostro essere fondamentali, ma il tutto rischia di suonare come una retorica pro domo nostra. Se sei ridotto a rivendicare a gran voce la tua indispensabilità, hai perso in partenza. Di questi tempi, trovo che le nostre discussioni, i nostri mille ragionamenti, gli appelli e le richieste di attenzione da parte delle istituzioni, siano viziate dalla confusione tra due domande differenti: una riguarda come possa sopravvivere l’arte teatrale e l’altra come possiamo sopravvivere noi. È una questione metodologica, ma forse varrebbe la pena distinguere meglio questi temi, incanalandoli in due filoni differenti: uno di rivendicazione dei diritti dell’artista come lavoratore cui hanno negato per via del decreto i suoi spazi di lavoro, l’altro di riflessione sul senso, le forme e la forza del vecchio e nuovo teatro. Tutte domande serie, sia chiaro, importanti e anche drammatiche per certi versi, ma insomma non confonderei il futuro economico di Andrea Cosentino con il futuro dell’arte teatrale.

La proposta ministeriale di proseguire l’attività teatrale in streaming, avvalendosi dunque di una modalità che si fa forzatamente filmica mi riporta alla mente Telemomò, uno spettacolo che, oggi, è più che mai avanguardistico. Se il teatro come medium è per te obsoleto e il tuo interesse risiede nel live, come cambierà il tuo mestiere? Piegarsi – o volendo enfatizzare – adattarsi alle nuove logiche cine-teatrali, o prendersi una lunga pausa finché non venga concesso allo spettatore di lasciare la sala se lo spettacolo non è gradito, anziché pigiare un pulsante e far sì che uno schermo nero dissolva la performance?

In questi ultimi anni, sempre più estremisticamente, ho fatto performance di gioco e di improvvisazione che non pretendevano di avere alcun senso se non c’era qualcuno lì a interagire, quindi questa situazione sconvolge un po’ i miei piani. D’altra parte io la televisione l’ho fatta, molti anni fa ho partecipato come cabarettista a un programma commerciale su Italia1, quindi in qualche modo ho il curriculum e le competenze per provare a riciclarmi per la tv. Se dovessi pensare che per un anno e mezzo non posso andare in scena, personalmente proverei a inventarmi una soluzione para-televisiva – che non chiamerei teatro – possibilmente con qualche margine di indipendenza, rivolgendomi non alle grandi reti ma a piccoli canali o forse ad alcune testate giornalistiche, sempre cercando di smontare il mezzo che utilizzo. Questo non perché abbia il gusto gratuito del “meta”, ma perchè ho la presunzione di essere in grado di trasformare la sofisticatezza in gioco, coniugando l’arte e il pop in maniera non intellettualoide. Ma ecco che mentre ti parlo così, con un accenno di vis polemica, mi arriva uno strano sapore di inutilità. La sensazione buffa di questi giorni è che tutto quello che fino a due mesi fa mi provocava indignazione, ha improvvisamente perduto ogni rilevanza. Credo davvero, e fuor di retorica, che sia un periodo in cui tutti dovremmo sentirci più uniti, lasciando perdere le vecchie diatribe. Come ho già scritto altrove, non darei per scontato che tutti i teatranti abbiano esigenze simili e stesse rivendicazioni e che dunque sia possibile far sentire una voce che canti in coro, forte e intonata. A questo proposito, ben vengano le discussioni e i gruppi di lavoro. Temo, però,  che alcuni stiano già mettendo in atto più o meno segretamente i loro commerci, secondo i consueti canali sommersi semi-istituzionali, per un auspicato ritorno allo status quo. Altri, e io tra questi, sperano in un totale rivolgimento delle cose. Dunque, come trovare una unità reale? Per tornare al discorso dello streaming che ci ha invaso, dalle letture poetiche dei teatranti fino alla gente in casa che si filma mentre balla con le banane in mano e pulisce i frigoriferi, al di là della saturazione, leggo in tutto questo qualcosa di positivo: il bisogno di ognuno di restare in relazione. In quello che alle volte appare ridicolo esibizionismo, in quel “guardatemi, io esisto”, in quell’esse est percipi che mi diverto a criticare, c’è comunque qualcosa di vitale. Se questa solitudine che abbiamo avuto occasione di sperimentare si rovescerà criticamente in apertura e nella disponibilità di ognuno a riconoscere l’altro, e non solo nella ricerca di riconoscimenti, potrebbe trattarsi di una piccola mutazione antropologica cui sarà interessante partecipare.

Portando a galla tutte le incongruenze del sistema teatrale, la crisi sanitaria ha ricordato alla politica che quello dell’artista è un mestiere. Tema: “tutela dei lavoratori”. Svolgimento:…

Il problema è che nel senso comune non siamo mai stati davvero considerati dei lavoratori, piuttosto dei privilegiati, talvolta degli accattoni. Quello che vorrei che nascesse in Italia è qualcosa che somiglia agli intermittenti francesi. In ogni caso mi appassiona di più il problema della tutela dei lavoratori che quello del sostegno alle strutture. Provo ad accennare un discorso consapevolmente grossolano e tagliato con l’accetta: quando hanno chiuso i teatri ho smesso di avere una qualunque fonte di guadagno, da un giorno all’altro. Voglio dire che ci sono dei teatranti che vivono letteralmente del proprio lavoro: se non faccio spettacoli, laboratori o progetti altri, non sopravvivo. È doveroso che di questa situazione lo Stato si faccia carico, dunque ben vengano i 600 euro dell’INPS e ancor meglio se diventano 800. C’è invece un’altra categoria di teatranti, quelli più garantiti e strutturati, per i quali, vivendo prevalentemente di sovvenzioni, la priorità è dimostrare allo Stato che stanno comunque lavorando. Questo potrebbe indurre a riflettere su quanto, quello pre-Covid, fosse un teatro che realmente si facesse come cultura viva e attiva o quanto fosse un teatro che avveniva, esclusivamente o prevalentemente, sulla carta. Il che, a sua volta, aprirebbe un ragionamento su quel teatro che negli anni si è inviluppato in una autoreferenzialità linguistica, economica e sistemica fatta di scambi, finti borderò, favori e conflitti di interesse su cui non era consentito metter bocca né a chi ne faceva parte né a chi vi apparteneva poiché, osando tanto, ne veniva silenziosamente ma implacabilmente estromesso. Abbiamo lavorato così a lungo a tirar su i muri della nostra fortezza da diventare invisibili e a causa di questo, il rischio è che adesso nessuno venga a salvarci. So di essere provocatorio, ma credo che, per salvare le grandi strutture, dalle parti del Ministero e del Fus, stia passando la logica del “facciamo come se questa stagione si stesse facendo”. Il che è anche giusto e doveroso per carità, ma a livello sistemico è a mio avviso qualcosa di troppo assimilabile a quanto spesso accadeva ben prima del Covid, ovvero “facciamo come se stessimo facendo cultura”. Sarebbe un peccato, per come la vedo, che dalla crisi si uscisse con una restaurazione piuttosto che con dei cambiamenti sostanziali e, stavo per dire, con una rivoluzione.

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