Riflessioni sul teatro in quarantena. Intervista a Rosita Volani

L’emergenza sanitaria relativa alla diffusione pandemica del Covid-19 ha imposto un fermo a tutte le attività pubbliche e private non necessarie; durante questo periodo sono emerse le criticità di un sistema sociale, economico, culturale, che nella fase attuale di ripartenza si trova a dover ri-creare le condizioni affinché la ripartenza sia possibile. Questo paradosso caratterizza il sistema teatrale italiano, le cui criticità sono visibili a occhio nudo ed esigono soluzioni concrete. Per meglio comprendere il meccanismo che regola le produzioni teatrali nella stridente contemporaneità, indirizzando lo sguardo al futuro, abbiamo intervistato Rosita Volani, direttrice artistica di Olinda Onlus. Olinda nasce nel 1996 come impresa culturale con l’obiettivo di trasformare l’ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini di Milano, in uno spazio di vita culturale partecipata, in un luogo di cura della persona, di inclusione sociale. Ma Olinda è anche una delle città invisibili di Italo Calvino. Città invisibili, rese visibili dalla scrittura e rese abitabili dal teatro. Nelle nostre città abitate da volti in maschera, il teatro afferma la sua presenza nella creazione di altri mondi possibili, nell’immaginario e nella realtà. Il progetto culturale TeatroLaCucina, ideato da Rosita Volani, si inserisce in una prospettiva creativa, trasformativa del reale. Ci chiediamo in che modo sarà possibile dare continuità ai progetti di residenza artistica, ai laboratori teatrali, al festival di teatro Da vicino nessuno è normale, in che modo sarà possibile ri-fondare città.

Stiamo vivendo un momento di transizione e di relativa incertezza. Olinda è un progetto di ampio respiro culturale e sociale che, al pari di altri, esige risposte concrete per riorganizzare il presente immaginando un futuro. Di cosa necessita Olinda, nella situazione attuale? Quale l’efficacia e l’attuabilità delle direttive del governo, nel garantire tutela ai lavoratori e continuità al progetto?

Noi usiamo due strumenti diversi: un’associazione di volontariato che promuove il settore culturale, a cui fa capo il festival Da vicino nessuno è normale; una cooperativa sociale, dove il 40% dei lavoratori sono persone con problemi di salute mentale e che riguarda i settori di impresa sociale (Ristorante Jodok, Bistrōlinda al Teatro Elfo Puccini, OlindaCatering, OstellOlinda, TeatroLaCucina e la pizzeria FIORE cucina in libertà, che è un bene confiscato alla mafia). Una cinquantina di persone lavorano ogni giorno, nei vari settori; siamo stati messi in una specie di cassa integrazione della Lega delle Cooperative ma abbiamo bisogno di poter garantire a noi stessi e ai nostri lavoratori sicurezza e stabilità, sapere che qualcuno si occupi di garantire anche a noi lo stesso; perché il nostro fare quotidiano, il nostro vendere pizze, non è sufficiente per sopravvivere.

Quello che mi preme di più capire è: quando possiamo rientrare a teatro? Per quanto ci sia un decreto governativo che dice che il 15 giugno i teatri sono aperti, la Regione Lombardia non ci sta dicendo se possiamo rientrare prima, per svolgere il nostro lavoro. Il governo ha immaginato che il 15 giugno potesse entrare del pubblico a teatro ma perché deve entrare del pubblico in un teatro se noi non ci siamo? Cosa entra a fare? In questa fantasia che hanno le persone che non conoscono e non frequentano il teatro, che noi andiamo in scena due ore, e prima non c’è niente da fare e neanche dopo… il teatro non dura mica due ore! Per mettere in scena due ore, noi lavoriamo sei mesi e di solito lavoriamo come minimo in quindici persone per produrre uno spettacolo. Io ho scritto personalmente alla Regione dicendo: ma allora, visto che da decreto governativo i teatri riaprono il 15 giugno, noi il 15 giugno possiamo iniziare le residenze? Ho già dei progetti semplici per iniziare ma mi è stato detto di no. Il 15 giugno può entrare del pubblico a teatro ma non possiamo iniziare a lavorare. Il pubblico non ha motivo di entrare a teatro se noi non ci siamo, il pubblico non esiste se noi non ci siamo… è un’entità astratta. Noi esistiamo quando siamo insieme, pubblico, compagnie e spettacoli. Questa incongruenza la trovo buffa ma molto preoccupante, perché vuol dire che non ci stiamo rendendo conto di alcuni lavori che esistono nel mondo e nel nostro mondo questo è causa di molte difficoltà.

Quali sono le condizioni oggettive di ripartenza, nella specificità della situazione teatrale? Da dove partiamo e per andare dove?

Il fermo che per alcuni di noi è accaduto il 23 febbraio e che per tutti i lavoratori di Olinda è accaduto l’8 marzo, ha fatto si che scegliessimo di mantenere le relazioni tra noi, con un incontro settimanale su zoom per raccontarci cosa stava succedendo e ragionare su come fare, come ripartire. Cosa sarebbe successo ai nostri ristoranti? Ai nostri lavoratori?Quest’appuntamento del lunedì alle 18.30, ha tenuto insieme emotivamente i lavoratori. Da dodici anni conduciamo, con il Teatro delle Albe, un laboratorio di teatro che si chiama Non-scuola, come ogni anno è iniziato a ottobre e il 22 febbraio ci siamo visti per l’ultimo incontro in presenza. Il giorno in cui i ragazzi sarebbero dovuti andare in scena con il loro lavoro su Le Rane di Aristofane, si decise di concludere il percorso lavorando alla creazione di un piccolo documentario, girato dalle case di ognuno e poi ripreso collettivamente, perché la Non-scuola è un laboratorio collettivo, corale. I ragazzi hanno risposto con entusiasmo perché la loro relazione era fondata; io sono portata dall’età che ho e dalla cultura cui appartengo, a credere pochissimo in questi percorsi di streaming e di connessioni non in presenza, perché la presenza è importante e a teatro la presenza è tutto. I nostri ragazzi, in virtù di una relazione forte, di un lavoro in presenza da ottobre a febbraio, hanno potuto concludere il loro progetto. Erano rimasti a Dioniso che deve scendere nell’Ade e hanno ripreso il lavoro con Dioniso chiuso da qualche parte, che vuole scendere nell’Ade e non lo fanno scendere! In questo periodo c’è stato un grande fermo ma le anime si sono mosse tantissimo.

L’inizio di un nuovo percorso può compiersi invertendo la direzione del cammino, riportando il teatro tra le persone e non le persone in un teatro che non può essere vissuto?

Le persone che si occupano di cultura, che amano la cultura, sanno quanto è importante la vita nei progetti di cultura, è quando non c’è la vita che dobbiamo preoccuparci: quando c’è il botteghino e non la vita. Io sto lavorando a dei bandi che chiedono un prodotto culturale..è una cosa gravissima! Prodotto e cultura sono due parole che non possono stare insieme. Nel bando, quello che noi chiamiamo pubblico è consumatore di cultura. Pensano di parlare di cultura e la chiamano prodotto culturale. Io rispondo a questo bando con altre parole ma tieni conto che adesso siamo chiamati a rispondere a questi bandi, come facciamo a non farlo? Ne abbiamo bisogno per sopravvivere, per progettare aiuti economici.

Potrebbe essere questo il momento per ripensare il sistema teatrale, riorganizzare la gestione delle risorse, le modalità di accesso e di selezione dei bandi, i criteri di erogazione dei fondi del FUS?

È il momento giusto soprattutto perché non abbiamo scelta. Non abbiamo niente da perdere, se prima c’era, forse, ora non c’è. Dobbiamo immaginare il futuro, il problema grosso di questo momento storico è che nessuno immagina il futuro ma come minimo dovremmo ragionare in prospettiva di dieci o vent’anni. Se non siamo capaci di ragionare su tempi più lunghi, non possiamo costruire niente di sostenibile e di duraturo e restiamo qui, a raffazzonarci la piccola quotidianità. Se ci mettiamo a lavorare, tiriamo su le maniche e costruiamo quella che sappiamo essere la strada, possiamo rimetterci in cammino facendo le scelte giuste. Ricominciare a fare il nostro lavoro con la certezza che quello che noi facciamo è importante, costruisce il terreno su cui edificare le nostre vite. Se il terreno culturale è fertile, permette di costruire e di ricreare un senso di comunità e un senso del domani. La cultura serve anche a immaginare un domani. Il nostro lavoro non è importante solo per noi che lo facciamo, lo è per la collettività. Il nostro lavoro senza la collettività non esiste.

Ci sono soluzioni alternative su cui riflettere, per organizzare e realizzare la XXIV edizione del festival Da vicino nessuno è normale , i progetti di ospitalità e di residenze teatrali al TeatroLaCucina?

Noi avremmo dovuto avere un festival che da programma ministeriale, depositato il 31 gennaio, avrebbe dovuto iniziare il 3 giugno e finire il 19 luglio. Io ho lavorato per organizzarlo, perché a Milano, in questa città focolaio, dobbiamo dare un segno del fatto che possiamo tornare a guardarci negli occhi e che la cultura serva proprio a questo. Se sarà possibile lavorare in sicurezza, Da vicino nessuno è normale sarà presente nella sua ventiquattresima edizione. Possiamo tornare a essere una comunità, che oltre a ragionare sulle necessità quotidiane, può ricominciare ad alzare lo sguardo. Ho scelto i progetti più semplici, rappresentabili su un palco all’aperto (se ci permetteranno di farlo) nel parco, in sicurezza e in una condizione che possa essere rasserenante e conciliante con la natura. Per le residenze mi sto muovendo con calma, considerando piccoli progetti di una o due persone in scena. Non sarà possibile ospitare nessuno, almeno finché non capiremo bene quali sono le normative rispetto l’ospitalità. Il teatro, in sicurezza e con il distanziamento fisico di cui abbiamo necessità ora, deve ri-iniziare ad accadere o almeno credo che il mio lavoro sia costruire le condizioni affinché questo possa accadere, è un rischio che sento di poter e di dover correre. Penso che anche con le sedie a un metro e mezzo o due, di distanza, il solo fatto di essere lì tutti insieme ad ascoltare e guardare qualcuno che ci racconta delle cose, che ci apre dei mondi, è un’inizio del nuovo ricavo di questa collettività, comunità, che siamo.

Nell’urgenza di rifondare nuove città, la creatività agisce come tessuto connettivo nel colmare l’assenza di vicinanza..

È importante esserci ora, come si può, con quello che abbiamo. Credo che il teatro da sempre si fondi su questo, su quello che abbiamo ora e con quello che si può fare. Mi piacerebbe mantenere questa regola, questa tradizione. Il teatro è fatto della contemporaneità di quello che ci accade, che sentiamo, di tutte le metafore che useremo per raccontarlo.

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