Riflessioni sul teatro in quarantena. Intervista a Simone Pacini

È interessante notare come il verbo comunicare derivi dalla radice dell’aggettivo latino communis, -e, “comune”. Comunicare, dunque, significa “rendere comune”, “far conoscere”, “far sapere”.
Due sono quindi i presupposti indispensabili perché avvenga la comunicazione: da una parte la presenza di un oggetto da far conoscere, dall’altra quella di un interlocutore con il quale, appunto, rendere comune.
Si comunica una notizia, un’informazione. Si comunica un’emozione, una sensazione. Si comunica, per contagio, addirittura un’infezione.
Com’è cambiato il linguaggio della comunicazione con l’avvento del 2.0? In che modo esso ha influenzato quello delle arti performative? E, dato che è scritta proprio nel nome, come si è modificata, di conseguenza, la relazione con il pubblico “digitale”?
Le pagine della nostra rubrica oggi danno spazio a Simone Pacini, consulente freelance di comunicazione, formazione e organizzazione in ambito culturale e docente di Promozione e comunicazione dello spettacolo dal vivo presso l’Università di Roma La Sapienza. 

Il social network, in questi mesi, sembra essere stato l’unico strumento attraverso il quale mantenere vivo il dialogo culturale: eppure molti hanno applicato e applicano una forma di resistenza sostenendo, paradossalmente, che esso amplifichi l’isolamento.
Nell’ambito delle arti performative, cosa ne pensa un esperto di comunicazione?

Questi mesi sono stati per me un insegnamento per lavorare meglio in futuro. La stragrande maggioranza delle realtà teatrali non usa i social come dovrebbe: informare con un comunicato stampa, una brochure, una newsletter non è l’unica potenzialità offerta dai media. Il social dovrebbe in realtà permettere un passaggio ulteriore, ossia quello di coinvolgere, interagire, dialogare, mantenendo vivo uno scambio con lo spettatore abbonato: per questo credo sia importante valutare la rete non per trasmettere spettacoli ma proprio per creare un rapporto mediato dal web. D’altra parte, mi sembra che l’esperimento dello streaming sia fallito. Ti riporto un esempio: in questo momento la mia tv è accesa sulla maratona teatrale di Rai 5. Marco Paolini cura La comune di Gemona, la cui regia televisiva è firmata dalla Rai. La scena contemporanea però non è prosa. O meglio: il teatro può ben accogliere la prosa ma la scena contemporanea è difficile da portare sullo schermo, innanzitutto per il suo contenuto e poi per le dispendiose risorse che richiederebbe.
A questo proposito ci sono stati spettacoli su Zoom ai quali non mi sono appassionato. La novità è ancora in via sperimentale e non credo sia da escludere a prescindere. Con il tempo forse nasceranno nuove forme artistiche interattive alle quali sicuramente daremo un nome diverso: confido negli artisti e nella loro visionarietà.

Ampliando lo sguardo sulla comunicazione, la modalità digitale offre il vantaggio del fai-da-te con il quale bisogna adottare una serie di dovute precauzioni.
Quali sono i criteri da considerare per definire necessaria e funzionante la comunicazione 2.0? 

Nell’ambito stretto della comunicazione credo sia necessario ricorrere a due parole d’ordine.
La prima è pianificazione: pianificare le uscite social non strettamente legate all’urgenza credo sia fondamentale per far sì che un progetto abbia il suo indice di serietà e sia per questo fruibile in modo formativo.
La seconda è creatività: su questa mi sento di insistere. Molti artisti, infatti, fanno egregiamente la loro parte sulla scena ma non riescono a essere creativi nell’ambito della promozione dello spettacolo. La foto di scena può essere un contenuto meraviglioso per un giornale, per una mostra fotografica, ma non lo è per il social. Non rispondendo alle sue esigenze infatti, questo contenuto richiede un ri-adattamento nel momento in cui si adegua al linguaggio virtuale. Un ufficio stampa diffonde il materiale fotografico di scena di uno spettacolo per la stampa appunto, non per il social. 

Dunque i media impongono un certo “tipo” di contenuto artistico.

Esattamente. Solo per riportare un esempio: rimanendo nell’ambito della fotografia, ci sono alcune regole che il web suggerisce direttamente – dico “direttamente” perché si tratta di dati statistici che è possibile raccogliere in modo immediato attraverso il Rich. Postando dieci fotografie, cinque a colori e cinque in bianco e nero, si nota come l’apprezzamento degli utenti stia più dalla parte delle prime che delle seconde. Perché? Sostanzialmente per una regola un po’ banale e spietata: gli scatti in bianco e nero sono “tristi”, presentano un’atmosfera malinconica che mal si adatta a un contesto di comunicazione digitale. Una dimostrazione estrema di come il social abbia le sue specificità e di come esse debbano essere rispettate, pena l’incompatibilità e l’insuccesso.

A proposito di dialogo culturale, veniamo ad Amukina World, un progetto giunto ormai a 13 puntate che si è proposto di cercare testimonianze sullo spettacolo dal vivo in era COVID-19 con una serie di interviste realizzate in diretta Instagram. Com’è nata l’idea del format e qual è il tuo feedback sul progetto? 

Le 13 puntate di Amukina World si aggiungono alle ben 40 di Amukina mon amour, disponibili in IGTV su Instagram e sul mio canale Youtube. Ero stremato, ma ho ricevuto molte richieste da parte dei miei seguaci di proseguire il mio dialogo teatrale. Le prime 40 puntate sono state uno sguardo rivolto alle realtà italiane, poi mi son detto: perché non allargare lo sguardo? Quindi ho deciso di aprire una nuova finestra per affacciarmi ed esplorare il panorama internazionale. Non è stato facile stabilire contatti con il mondo e, in generale, nel pianificare le dirette mi sono adeguato ai ritmi imposti dal lockdown: mentre per Amukina mon amour ho ricevuto una risposta positiva, non posso dire proprio lo stesso di Amukina World. Credo che quest’ultimo progetto abbia sofferto un po’ di un mancato sincronismo con i ritmi della fase 2 perché molti utenti hanno ripreso le loro attività o, almeno in parte, il loro lavoro e all’appuntamento delle 15, spesso, ci si presenta in differita. A ciò si aggiunge il fatto che il format è partito dopo due mesi dall’inizio dell’epidemia e bisogna considerare che gli artisti con cui ho scelto di interagire hanno avuto innanzitutto il valore di una testimonianza sulla situazione presente. Ora, in effetti, sarebbe forse il caso di parlare d’altro. A questo proposito, proprio a partire da Amukina World, è nato ADH CALLING, un altro progetto svolto interamente su commissione con la cooperativa Anghiari Dance Hub: si tratta di “abbracci virtuali” con tutti i coreografi che hanno preso parte al lavoro. Un colloquio interessante con la danza.

Parlando di linguaggio e social network, perché hai scelto proprio Instagram?

Ci sono una serie di motivi per cui ho ritenuto questo social il più adatto tra gli altri.
Instagram consente, innanzitutto, una comunicazione molto colloquiale, quella con la quale mi piace interagire perché credo sia il modo migliore per avvicinare le persone a una realtà artistica, quella del teatro, che ha al centro del suo mondo la prossimità, la vicinanza quasi solidale. Al contrario, ho l’impressione che su Facebook si tenda ad assumere un tono sempre troppo sostenuto: forse lo si adotta nella deludente convinzione di portare dei format televisivi su un social. Ma Lilli Gruber conduce Otto e mezzo su La7, non su Facebook.
Certo, considerando le visualizzazioni, sicuramente Facebook ha un bacino d’utenza più ampio, anche solo per il fatto che le lives appaiono direttamente sulla home del social, senza dover necessariamente cliccare da qualche parte per accedervi. Ma forse, proprio per questo, è un pubblico meno reale, meno scelto, più casuale. In nome di questa stessa colloquialità di cui parlavo invece, Instagram crea un seguito più affezionato, con il quale è possibile instaurare veramente un rapporto. Non solo: semplicità non è facilità. Con questo intendo dire che un approccio più leggero non compromette la validità dei contenuti. La rubrica ha vantato infatti nomi importanti del mondo dello spettacolo: Cristiana Morganti, Massimo Marino, Giovanni Boccia Artieri, Carlo Infante, Federica Fracassi solo per citarne alcuni.

«Al teatro io vorrei strappare la vita» (Elfriede Jelinek): così recita lo slogan di Fattiditeatro, blog da te concepito nel 2008 e che dimostra con sempre rinnovato interesse l’impegno verso le scene teatrali italiane. Domani, che vita si dovrebbe “strappare” al teatro?

La frase deriva direttamente dal claim della stagione del Teatro dell’Elfo di qualche anno fa. Pur avendo letto diversi testi della scrittrice e drammaturga austriaca Elfriede Jelinek, non sono mai andato alla ricerca del contesto in cui questa frase viene pronunciata. L’ho fatto volontariamente perché mi piace leggere in essa due significati possibili. Parafrasando: strappo la vita al teatro che è vivo, perché io stesso voglio la sua vita dentro di me e, allo stesso tempo, voglio uccidere la vita del teatro perché mi ha sfiancato, mi ha tolto le forze. Quella degli artisti è una storia fatta di notti insonni, di fatica. Alla luce di ciò, vorrei vedere sui palcoscenici dei prossimi tempi qualcosa di diverso rispetto a quello che c’è stato prima. In Italia, i Teatri, spesso, sono il salotto buono della politica e presentano esattamente tutte le sue storture: direttori artistici che sono sempre gli stessi, meritocrazia praticamente assente, soprattutto dal punto di vista generazionale. Per non parlare poi della questione di genere.
Infine mi auguro una maggiore unità: da super partes credo che la famosa “guerra tra poveri” non giovi a nessuno, né tanto meno a un’arte che fa della comunione e della sinergia il suo punto di forza.

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