Viaggiare al termine della notte – Intervista a Luca Ricci

Pronti, ri-partenza, via! Dopo il traumatico arresto dello spettacolo dal vivo causato dall’ormai nota pandemia di Covid-19, diverse realtà sparse su tutto il territorio nazionale provano a riprendere il proprio cammino e a indicare nuove possibilità di rappresentazione scenica, cercando di metterne in risalto, oggi più che mai, il forte ruolo aggregante. È il caso del Kilowatt Festival a Sansepolcro, in Toscana, giunto alla sua diciottesima edizione, che si terrà da lunedì 20 a domenica 26 luglio. Insieme al direttore artistico Luca Ricci, abbiamo cercato di individuare le ragioni e le modalità della sua ripartenza.

Cominciamo immaginando un confronto. Quanto avete dovuto allontanarvi dall’idea che avevate dell’edizione 2020 prima che iniziasse l’emergenza sanitaria? I vostri obiettivi sono rimasti gli stessi? Quali sono stati gli ostacoli da affrontare?

La preparazione di un festival come il nostro prevede naturalmente un lungo processo fatto di moltissime relazioni e scambi: si guardano le prove dei diversi spettacoli, si fanno molte telefonate e così via. Nonostante tutto, così è stato anche questo anno, del resto il lavoro a distanza era una modalità a noi familiare anche prima che arrivasse la pandemia. Siamo quindi riusciti a salvaguardare gran parte di quest’edizione, dopodiché è ovvio che ci siano state comunque delle perdite importanti, legate al fatto che ogni artista ha fatto la sua scelta. Alcuni, impossibilitati a portare avanti il proprio lavoro, si sono trovati costretti a rinunciare al nostro festival; altri, invece, hanno provato a tenere duro e sono riusciti a mantenersi attivi nonostante il momento particolarmente difficile per tutti. Le perdite più gravi le abbiamo subite soprattutto sul fronte internazionale: i vari progetti provenienti da diverse parti del mondo sono stati i primi a saltare, con delle eccezioni che purtroppo si contano sulla punta delle dita. Non sono però motivi sufficienti per considerare questa un’edizione minore, anzi. Fra i 39 spettacoli che andranno a comporre il nostro programma ce ne sono alcuni che possono essere considerati come i risultati più maturi del ragionamento che ci ha guidati in questi ultimi mesi. Questo è per noi estremamente significativo: il Kilowatt Festival ha sempre cercato di restituire le primizie della scena contemporanea e quest’anno in particolar modo proporremo alcuni lavori che a mio avviso contengono una sorta di visione profetica, legata ad un forte senso d’incertezza e precarietà, condizione da noi tutti sperimentata durante il lockdown.

In che misura secondo lei le norme di sicurezza vigenti possono snaturare l’essenza tanto del singolo spettacolo quanto dell’intero festival? Cosa va irrimediabilmente perdendosi della rappresentazione teatrale e della relazione interpersonale a questa connessa?

Non molto, per come la vedo io. Parlo anche e soprattutto da regista. So bene cosa significhi non trovarsi nella condizione di poter fare il proprio lavoro, credo tuttavia che dietro grandi limiti si nascondano sempre delle grandi possibilità. Ogni qual volta che la nostra creatività viene in qualche modo messa alla prova, genera sempre qualcosa d’inatteso. In questo momento ci troviamo tutti, chi più chi meno, in una situazione di estrema difficoltà, non solo noi lavoratori dello spettacolo. Ripeto: mi rendo profondamente conto della sofferenza che molti, nel nostro settore gravemente colpito, stanno provando in questo momento, così come so che non ne usciremo indenni, ma proprio per questo ognuno è chiamato a fare il suo. Se anche a noi artisti è richiesto di rispettare alcune regole e condizioni insolite rispetto al lavoro che siamo abituati a fare, è bene che ciascuno di noi le accetti, e anche con una certa dose di entusiasmo, con uno spirito di apertura a nuove possibilità.

Ecco perché avete deciso di immaginare quest’edizione, ispirandovi al romanzo di Louis-Ferdinand Céline, come Un viaggio al termine della notte: proverete attraverso l’arte ad illuminare l’oscurità che al momento ci avvolge.

Non propriamente. L’espressione al termine, tradotta dal francese au bout, può essere intesa in due modi: può voler dire alla fine ma anche fino in fondo. Senza dubbio l’accezione preferita da Céline è la seconda. Non si tratta infatti di una visione consolatoria e salvifica del reale, anzi: per lo scrittore francese la notte, e quindi il male, nel nostro caso se vogliamo la precarietà, accompagnerà sempre l’essere umano durante la sua intera esistenza. Sta a quest’ultimo imparare a convivere con essa. Questa pandemia ci ha dato e continua tuttora a darci la grande opportunità di convivere con il male. Non è facile questo è sicuro, soprattutto per noi occidentali, da sempre abituati a programmare compulsivamente le nostre vite. Io stesso come tanti altri non so se in un futuro prossimo, ad ottobre per esempio, sarà possibile o meno realizzare ciò su cui adesso sto lavorando. Dobbiamo però provare a ripartire, a riprendere il nostro viaggio e magari anche a trarre insegnamento dai diversi ostacoli che troveremo lungo il cammino.

Ancora un breve approfondimento sugli spettacoli: lei che durante il lavoro di selezione li ha in qualche modo conosciuti in quella che possiamo definire la loro versione originale, può dirci la quantità e la gravità delle modifiche che ci sono state in seguito alla pandemia?

È chiaro che alcuni artisti, non essendo riusciti a concludere il proprio lavoro, porteranno delle versioni ridotte. Ad esempio Andrea Cosentino più volte ha avuto la premura di dirmi che il suo fosse più uno studio che uno spettacolo compiuto. Altri ancora hanno deciso di riadattare delle scene, ma queste sono dinamiche piuttosto usuali in un festival, a prescindere dal particolare momento che stiamo vivendo. Una ragazza aveva intenzione di presentare un lavoro dalla coreografia piuttosto dinamica e articolata e ora non potrà farlo perché è incinta. È la peculiarità dello spettacolo dal vivo, l’adattarsi di volta in volta a diverse circostanze. Sarebbe strano il contrario, e poi non dimentichiamo che lo spettatore non tiene conto di tutto il processo lavorativo alle spalle dello spettacolo, non fa paragoni, salvo rare eccezioni, con altre versioni di quella stessa rappresentazione. Sta sempre e solo all’artista che decide di andare in scena assumersi la responsabilità della propria presenza.

Passiamo ora a quello che è stato il lavoro dei Visionari, del gruppo di “non addetti ai lavori” che ogni anno si occupa di programmare una parte del festival. Quanto e come ha influito la relazione a distanza nelle dinamiche del gruppo in questi mesi di quarantena? È rimasto solido e unito o qualcuno ha abbandonato il progetto?

Posso orgogliosamente affermare che il lavoro dei Visionari non è stato in alcun modo toccato dalla quarantena. Certo sono cambiate le modalità, ma nessuno di loro ha mollato e c’è stato un impegno collettivo nel lavoro di selezione, il che è curioso se si considera la forte eterogeneità del gruppo: tanto gli Under 25 quanto gli Over 60 hanno contribuito in egual misura alla causa, con un gran senso di responsabilità. I Visionari ci hanno dato un grande insegnamento: non mollare. È anche grazie a loro se abbiamo deciso di non mandare a monte quest’edizione.

L’emergenza sanitaria ha portato ad un traumatico arresto anche delle residenze artistiche. Lo scorso 20 aprile avete lanciato un bando con scadenza entro l’11 maggio per la realizzazione di residenze interamente digitali. Può spiegarci di che si tratta? Possiamo definirlo un progetto temporaneo in attesa di ripartire con il lavoro in presenza o crede che nel tempo potrà costituire un nuovo campo di sperimentazione creativa per il Kilowatt Festival?

L’idea principale è quella di accompagnare il processo creativo delle sei residenze vincitrici del bando con un incontro collettivo al mese, per conoscere meglio i progetti di ricerca e migliorarne l’andamento. Abbiamo inoltre chiesto agli artisti di realizzare un proprio diario di appunti multimediale, dove vadano a sedimentarsi sia le criticità che le potenzialità dei diversi progetti in via di sviluppo. Ognuno di questi verrà seguito da una delle realtà promotrici che abbiamo coinvolto, come ad esempio l’Amat, ma in realtà ci prenderemo la responsabilità dell’intero progetto e della sua riuscita. Abbiamo inoltre messo a disposizione degli artisti un tutor esperto nella digital performance, così come un nostro ulteriore impegno sarà quello di divulgare la conoscenza di tali progetti con tutti i mezzi a nostra disposizione, come stiamo già facendo. Alla fine dell’anno cercheremo poi di organizzare un’occasione di visibilità pubblica: non so magari riusciremo a realizzare un nuovo festival della performance digitale. Ovviamente stiamo parlando di residenze, per di più digitali, perciò non è detto che a settembre o quando sarà avremo dei progetti conclusi, piuttosto si tratterà di processi ancora in corso a cui tuttavia cercheremo, per quanto possibile, di far prendere un concreto sbocco produttivo. Non so se questa potrà essere una modalità lavorativa longeva, molto dipenderà dall’esito di questo primo tentativo. Quel che posso dire è che da parte nostra la volontà c’è tutta: si sta trattando di un’esperienza altamente formativa per noi in primo luogo.

Per sopperire al fenomeno delle platee ridotte, avete provveduto all’installazione di uno schermo all’aperto in piazza Garibaldi a Sansepolcro, che trasmetta gli spettacoli in streaming: pensando ad una simile circostanza, viene quasi spontaneo immaginare degli “spettatori parlanti”, che commentino in diretta lo spettacolo, venendo meno a quel religioso silenzio che tutti noi fino a pochi mesi fa eravamo abituati a rispettare a teatro, o anche degli “spettatori mobili”, che possano allontanarsi dal luogo della proiezione in totale autonomia e libertà. Quanto crede in questa nuova modalità fruitiva? Quali le sue potenzialità? Simili evenienze come quelle appena descritte non la scoraggiano?

Assolutamente no. Di spettatori parlanti e mobili ce n’erano anche ai tempi di Shakespeare. Certo si trattava di spettatori presenti in loco, ma non escludo che anche in questa nuova modalità possa formarsi un nuovo nucleo di presenze. Quello che abbiamo voluto evitare in ogni modo è stato lo streaming da casa, perché non si sposava con la nostra idea di Festival, per cui una comunità si ritrova a prendere attivamente parte all’intera manifestazione dal vivo. Le dimensioni ridotte di Sansepolcro ci hanno permesso di trovare questa soluzione intermedia. Fra Piazza Garibaldi e quelli che saranno i luoghi deputati ai vari spettacoli la distanza è minima. A spettacolo finito, i due nuclei di spettatori potranno ritrovarsi e confrontare le due differenti esperienze appena fatte. Anche qui ci saranno a mio avviso delle scoperte interessanti da fare.

Nel programma del festival, consultabile nel vostro sito, invitate quelli che saranno i vostri spettatori ad “acquistare due spettacoli serali al massimo e vedere il terzo grazie allo streaming in Piazza Garibaldi, per dare a tutti la possibilità di assistere agli eventi dal vivo”; insomma partecipare meno per partecipare tutti. Può questa essere considerata la nuova formula dell’attivismo spettatoriale nei prossimi mesi di distanziamento sociale?

Direi di no. C’è stato addirittura chi ha frainteso il messaggio decidendo di non venire affatto per far spazio ad altri. La trovo una decisione piuttosto insensata. Chiunque ne abbia voglia ha il dovere di venire al nostro festival. Se abbiamo potuto avanzare una richiesta del genere è stato grazie all’ampiezza della nostra offerta, per cui rinunciando ad uno spettacolo serale su tre l’esperienza non viene in alcun modo compromessa. Non mi sento tuttavia di fare un’affermazione così forte: cercheremo semplicemente di ottenere un rimescolamento continuo di pubblici diversi, fiduciosi nel fatto che questo non potrà che giovare al nostro festival.

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