«Teatri vuoti e inutili potrebbero affollarsi»

Così i CCCP cantavano più di trent’anni fa in Emilia Paranoica, condendo di sapori punk il racconto di una generazione senza futuro che «aspetta un’emozione sempre più indefinibile». E ora è questa la situazione, luoghi della cultura e dell’arte vuoti e sentimenti indefinibili, causati da ingiustizie e discriminazioni, da una democrazia che si allontana sempre di più dal suo senso primario. Non ci sono parole, solo rabbia, sconforto, paura, vergogna verso un Paese che a stento riconosce un intero settore ma non si fa problemi a bloccarlo da un giorno all’altro. Difatti, in ottemperanza al nuovo DPCM del 24 ottobre 2020, i teatri vengono nuovamente chiusi e insieme a loro le sale da concerto, quelle cinematografiche, di danza e tutte le altre attività performative, bloccata ogni manifestazione del reparto dello spettacolo in spazi al chiuso o all’aperto. Non necessari, inesistenti e invisibili, traditi ancora e ancora. Perché oggi parliamo di mancanza di rispetto e di umanità verso tutte le persone che hanno speso fatica, soldi e tempo per rimodellarsi su tutte le normative da seguire, su tutti i protocolli che di giorno in giorno hanno minato la sopravvivenza di chi ha rispettato le regole con diligenza, con ogni atto di resistenza possibile, con la consapevolezza di quanto tutto questo fosse necessario per la tutela di ognuno. Si tratta di persone che hanno dedicato il loro lavoro e la loro vita per la tutela dell’arte come canale privilegiato per l’educazione, il rispetto, il dialogo, la crescita degli individui come collettività. E non li vede nessuno.

A giugno, quando uscirono i primi protocolli di sicurezza per la riapertura, si pensava che non sarebbero stati attuabili, che privare quei luoghi che hanno strutturato la loro essenza sull’incontro, l’assembramento e la vicinanza fra corpi delle qualità che li connaturano sarebbe stato impossibile. Invece per resistere ci siamo adattati, certo aggrappandoci alla transitorietà della cosa. L’arte sopravvive sempre, non scompare, al massimo si adatta e resiste ancora conservando le sue essenze, sviluppandosi. Si parla di integrare, integrità e integrazione, ma forse il Governo dovrebbe imparare dal teatro cosa questo significhi. Il teatro è un luogo sicuro e contro ogni retorica si guarda ai dati forniti dall’AGIS – Associazione Generale Italiana dello Spettacolo, che dal 15 giugno 2020, il giorno della riapertura dopo il lockdown, all’inizio di ottobre hanno registrato un solo caso di contagio da Covid 19 su circa 350 mila spettatori sul territorio nazionale.

Proliferano le lettere al Ministro Franceschini, appelli e segni di protesta che non guardano con leggerezza alla situazione attuale, ma che non vogliono più accettare la discriminazione messa in atto. In un video-messaggio di oggi Dario Franceschini ribatte affermando che a marzo non ci fu tutto questo scalpore – falso – o che la decisione non è stata dettata da una scelta gerarchica – ancora falso.

Auguriamo ai nostri colleghi nei musei e nelle librerie tutto il sostegno possibile, ma qui una discriminazione è stata fatta, gli esempi sono noti e non è questo il momento di stare in silenzio. Lo hanno fatto tutti gli artisti che si sono esibiti nella sera del 25 ottobre 2020, argomentando la questione in chiusura dello loro spettacolo o leggendo l’appello al Presidente e al Ministro come è stato fatto sul palco del Teatro Nazionale di Genova, altri lo hanno fatto tramite i canali social – «i teatri sono luoghi di necessità» ha scritto Emma Dante, per fare un solo esempio – e ancora organizzando manifestazioni (nel rispetto delle regole di sicurezza anti-Covid) o divulgando gli hashtag #artiswork, #vivodidanza e #ilteatroèunluogosicuro. Si è continuato con sofferenza, si è accettato ogni nuovo provvedimento solo per il desiderio di andare avanti, ma viene da chiedersi, sulla scia dell’ultima ricerca del compagnia Kinkaleri: «Is it my world?».

La discriminazione con cui il Governo decide di chiudere una cosa sì e l’altra no: mentre un virus attacca tutti indiscriminatamente abbiamo invece un sistema che sceglie puntando il dito contro le sue vittime.

Per concludere, riportiamo le parole della compagnia di Uomo senza meta, spettacolo di Giacomo Bisordi che era in scena al Teatro Argentina (qui la recensione di Marta Maria Cirello):

Noi siamo tutti responsabili di quanto sta accadendo e la responsabilità di ognuno salva l’altro, noi questo lo sappiamo. Così si sono comportati i teatri e tutti i luoghi dell’arte dal vivo. I posti sono sempre stati sanificati, ognuno vi ha preso la temperatura, le persone assistono allo spettacolo con la mascherina, non sono dei luoghi pericolosi, non si sono rivelati tali. C’è un documento dell’ente dello spettacolo che racconta che su circa 350 mila spettatori, cioè tutti gli spettatori che dalla fine del lockdown fino a oggi sono intervenuti negli spettacoli dai vivo, c’è stato un contagiato. Voi ne siete la testimonianza. Da domani i teatri saranno chiusi fino al 24 novembre, temiamo che questa data possa essere procrastinata per un giusto e legittimo timore, ma i teatri, tutti i gestori dei teatri e dei luoghi dell’arte dal vivo, le sale cinematografiche si sono sempre adoperati a obbedire e rispettare le regole che tutti noi rispettiamo. Questo è un invito a riflettere su quanto di questi tempi l’arte possa servire, stiamo vivendo dei tempi difficilissimi, dei tempi dolorosi, questi sono i luoghi nei quali noi possiamo trasformare le nostre paure, condividere delle storie, elaborare i nostri dolori. Perché nella realtà possiamo in qualche modo, una volta che trasformato le nostre paure, portare quello che abbiamo scoperto assistendo alle storie e agli spettacoli anche agli altri. È l’arte, è lo scopo dell’arte, è quello che rende più sopportabile il dolore. Se noi ci neghiamo questa possibilità di condividere i nostri sentimenti, le nostre riflessioni, in qualche modo è come se chiudessimo la finestra ai nostri sogni e non sono questi i tempi per farlo. Perché diventiamo persone arrabbiate, diventiamo persone separate, nuclei separati, ognuno a vivere le proprie solitudini, le proprie paure e i propri dolori. L’unica possibilità che abbiamo è quella di lasciare aperti i teatri, le sale da concerto, le sala da danza o cinematografiche, si sono sempre rispettate le regole, fino in fondo. Che si chiudano allora i teatri, le sale cinematografiche o le sale da concerto che non rispettano le regole. Questo non è un luogo di assembramento disordinato, questo è un luogo un centro di aggregazione civile e tutti quanti, tutti voi che siete venuti siete già persone responsabili perché avete il desiderio di condividere storie con noi e questo è importantissimo, questo già di per sé è un indole che racconta di persone che hanno voglia di elaborare quanto sta accadendo, abbiamo voglia di capire come si insegna il teatro, la musica e la danza perché viviamo, perché si muore, perché amiamo, perché non siamo corrisposti, perché quando arriva il dolore non sappiamo reagire e perché in qualche modo qualcuno ci racconta come reagire […]. Tutto questo è concreto, noi non siamo soltanto degli organismi viventi, siamo dotati di spirito e di anima, mai come adesso ne abbiamo bisogno […].

Ph. Guido Mencari | Giulio Cesare di Andrea Baracco, Pisa 2013

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