Scrivere la danza: necessità e resistenza negli Itinerari di confine

Coltivando proprio quei territori di confine che l’arte abbatte e di cui TenDance si fa portavoce, la programmazione di quest’anno a opera di Danila Blasi e Ricky Bonavita muove i suoi primi passi fra la strada e il teatro, proponendo mostre e spettacoli, incontri d’approfondimento svolti dal vivo e altri realizzati in versione streaming. Per la giornata del 18 ottobre gli spazi del Museo Contemporaneo Madxi di Latina hanno accolto tre installazioni e tre spettacoli affianco alle opere di Gabriele Casale, Alessandra Chicarella, Anja Kunze, Carlo Marchetti, Cruciano Nasca e Mauro Zazzarini per la mostra Art&Dance a cura di Carmela Anastasia e Fabio D’Achille.

Con la creazione del videodiario Aporie, il collettivo Dehors/Audela, fondato da Elisa Turco Liveri e Salvatore Insana, ha ideato un’installazione che indagasse il principio dell’esitazione nella dimensione coreografica e dell’intervallo come spazio di riferimento. «Noi non sappiamo cosa fare, come fare, quale risposta dare. Noi sappiamo cosa non fare, come non fare, quale risposta non dare», tutto ciò che rimane diventa il riflesso di una potenzialità espressa tramite due schermi che rimandano l’uno all’altro, alternando scenari ed evoluzioni di movimenti non (de)finiti.

Un altro percorso nato in seno al periodo del lockdown riguarda 4 Canti, la video installazione del coreografo, danzatore e performer Giuseppe Muscarello, che a partire dalle suggestioni del Teatro del Sole di Palermo ha elaborato una ricerca su diversi codici di movimento in relazione ai quattro apparati decorativi della piazza rappresentanti le antiche divinità. Venere, Bacco, Cerere ed Eolo diventano espressione di identità molteplici, diverse eppure riconducibili allo stesso nucleo d’origine e appartenenti a quell’altrove che solamente la madre patria può accogliere nella propria essenza plurima. Questo carattere sconfinante si riflette anche nell’esplosione di formati in cui il coreografo ha riversato la ricerca sui 4 Canti – realizzando sotto lo stesso titolo anche una performance dal vivo, un corto di videodanza e un progetto di virtual reality – in cui i quattro schermi dell’installazione si costituiscono come lenti d’ingrandimento di realtà sfaccettate, dirompenti e mutevoli.

In una direzione di ricerca decisamente formale si inserisce la proposta presentata da Fabrizio Favale/Le Supplici, che con un impianto coreografico di matrice neoclassica ha presentato Lute Excerpt in una delle sale espositive del museo. Riprendendo un termine dell’antico dialetto italico, i danzatori Daniele Bianco e Vincenzo Cappuccio riversano sulla scena quelle qualità dello scintillare del fuoco cui si riferisce la parola Lute, estraendo il magnetismo di questa espressione nella ricerca di pulsazioni di movimenti combinati e opposti. L’evanescenza perseguita, d’altra parte, proprio per la precisione formale del disegno coreografico, si indebolisce nel rigore geometrico dei corpi, il cui contrasto invece che enigmatico si rivela nell’accuratezza lirica della rappresentazione scenica.

Concentrando la sua ricerca sulla «trasmissione/enazione della danza attraverso la parola descrittiva», la coreografa e danzatrice Paola Bianchi traccia un percorso di studi sulle posture atto a sviluppare un processo di incorporazione che non si rifletta nelle dinamiche di imitazione, focalizzando il fulcro della sua riflessione sull’essere piuttosto che stare sulla scena. Inaugurando questo percorso nel 2013 con la sperimentazione di coreografie verbali, durante il periodo del lockdown Paola Bianchi ha lanciato una call che proponesse, attraverso i canali social, la possibilità di partecipare alla raccolta fotografica di varie posture per la costruzione di un vero e proprio archivio di immagini, che ha generato azioni coreografiche e performance a partire dallo stesso materiale, comprendendo anche una videoinstallazione di dieci posture presentata nell’ambito del Festival, intitolata appunto Archivi di posture. In questo caso i canali di trasmissione partono dagli occhi dei partecipanti, invitati dalla coreografa a riproporre quelle posture che si sono fissate nella loro retina, per poter ritornare agli stessi attraverso le sue indicazioni vocali. La trasmissione con le registrazioni consente al lavoro di eliminare sia il fattore dell’imitazione sia quello del giudizio, rendendo questa raccolta – che comprende le immagini di 150 persone – un canale generativo per diversi processi di creazione. Come ulteriore parte della ricerca, Paola Bianchi ha presentato NRG, «una coreografia di pelle, una poetica del corpo muto» che compone il proprio materiale a partire dalla costruzione degli archivi retino-mnemonici, in cui è il processo di incorporazione delle immagini da parte della coreografa a comporre il tessuto coreografico. Le tensioni, i riverberi e particolarità residuali che emergono da questo studio vanno a delineare una coreografia pulsante che guarda al corpo come luogo privilegiato per la ricerca di stati inediti appartenenti alla memoria di qualcun altro, incorporati e sconfinanti. Partire dalle forme per annullarle, per cercare l’informe e avere quel contatto col vuoto che diventa terreno fertile per la creazione, sono i segni del corpo come luogo delle immagini, da cui è possibile scovare lo spazio di consonanza con l’altro.

Fra scoperta e incontro si muove anche il lavoro di Ivona, compagnia fondata da Pablo Girolami che ha visto nascere il suo primo lavoro Manbuhsa grazie alla collaborazione col danzatore Giacomo Tedeschi. Partendo da una ricerca che trova nel mondo della natura l’origine della danza e del movimento, i due corpi sulla scena rintracciano le dinamiche del corteggiamento animale nella sincronia, nella sensualità, nella curiosità e nell’accoglienza, decostruendo i movimenti di partenza al fine di creare nuove dinamiche e spazi di inclusione nella dialettica fra riconoscimento di sé e dell’altro. La celebrazione di un incontro che raccoglie le sue forme dal mondo animale e dell’infanzia, alla ricerca di spinte reciproche e genuine che vadano a comporre la partitura coreografica, realizzando un circuito che traccia i primi segni d’indagine della compagnia Ivona.

Trasmissioni: sconfinare fra conservazione e sviluppo

È possibile descrivere la trasmissione in diversi modi, un passaggio, una contaminazione, un donare dell’esperienza o il riversarsi della memoria, persino il tramandare in divenire di un sapere fra un confine e l’altro.

Ancora nel segno degli Itinerari di confine i festival TenDance e Teatri di Vetro hanno organizzato due giornate di studio sulle metodologie e sulle pratiche di trasmissione, indagandone i paradigmi e le declinazioni attraverso le esperienze di diversi artisti e studiosi nel campo della danza contemporanea, concentrando le riflessioni sui Modelli e sperimentazioni tra verticalità e orizzontalità. Se nel primo caso la dimensione pedagogica muove da un unico vettore principale verso i vari sistemi cui è destinata la ricezione, nella dinamica di trasmissione dal maestro agli allievi su cui si è svolto il primo incontro del 26 settembre 2020 a Tuscania, in questa occasione Danila Blasi e Roberta Nicolai riportano la riflessione sulle relazioni che coinvolgono processi di apprendimento orizzontale, focalizzando i nuclei tematici del discorso su alcune fra le attuali sperimentazioni presenti nel panorama della danza contemporanea.

Dunque all’interno degli spazi del Museo Contemporaneo Madxi di Latina, la giornata del 18 ottobre ha presentato i percorsi di ricerca di Anna Albertarelli, Fernando Battista e Paola Bianchi per osservare i caratteri pratici di quegli artisti che hanno fatto della trasmissione parte integrante del loro lavoro, partendo tutti dalla dimensione laboratoriale.

«Luoghi di confine e vite vissute al confine. Corpi e menti borderline, liminari, di confine. Confine come possibilità di diversità di vedute, emozioni culture», è questo uno degli intenti principali di TenDance 2020, edizione dedicata al codirettore artistico del festival Theodor Rawyler recentemente scomparso. Rimanendo sul terreno della trasmissione, la cultura di confine di cui il coreografo si è sempre occupato trova il suo prezioso riverbero nell’incorporazione di memorie, esperienze e passioni che Danila Blasi e Ricky Bonavita conservano e sviluppano incontrando quei crocevia culturali su cui rifondare comunità possibili, di cui la danza rimane il terreno fertile di sperimentazione e scoperta.

Immagine di copertina: La mia pelle è teatro, mostra fotografica presentata nell’ambito di TenDance 2020 a cura di Paola Bianchi, Alessandra Cristiani, Silvia Gribaudi, con il sostegno di Festival TenDance/ Rosa Shocking, Festival Teatri di Vetro / Teatri di Vetro, Festival Inequilibrio / Armunia, con la pelle di Alessandra Cristiani Ambra Gatto Bergamasco Biagio Caravano Carolina Cangini Catia Gatelli Chiara Frigo Domenico Santonicola Donato Simone Eleonora Chiocchini Eleonora Sedioli Eva Grieco Fabrizio Modonese Palumbo Federica Dauri Francesca Cinalli Francesca Cola Francesco Pennacchia Giordano Giorgi Giovanna Velardi Giuseppe Muscarello Grugher Isadora Angelini Laura Ulisse Lorenzo Bazzocchi Luca Donatiello Luca Serrani Maddalena Gana Marigia Maggipinto Marta Bichisao Martina La Ragione Paola Bianchi Paola Lattanzi Piergiuseppe Di Tanno Raffaella Giordano Rosaria Vendittelli Sara Marasso e Stefano Risso Sara Sguotti Sara Simeoni Silvia Gribaudi Simona Bertozzi Stefano Vercelli Tamara Bartolini Valentina Bravetti Vincenzo Schino

Ph. Maria Cristina Valeri

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