Le trame dell’inconscio nel Macbeth di Carmelo Rifici

Con un’importante produzione (di ben cinque enti: LAC Lugano Arte e Cultura, TPE, Teatro Metastasio, ERT, Centro Teatrale Santa Cristina), Carmelo Rifici torna a metter mano a un classico, dopo Ifigenia, liberata di qualche stagione fa, e in questo clima ancora festante di nuove riaperture, approda al Teatro Argentina di Roma. Sceglie, stavolta, un titolo shakespeariano: Macbeth, arricchito dal sottotitolo “le cose nascoste”. Una tragedia in cui l’animo umano, in tutte le sue debolezze e meschinità, s’illude di poter competere con il destino, con la misteriosa fortuna, ma quella, puntualmente, gira per tutti e la vince. Non c’è potere che possa dirsi al sicuro dagli sgambetti del destino. Proprio quest’animo umano, Rifici lo spacchetta, lo apre, lo svela, intrecciando i fili rossi della materia shakespeariana, con la vita dei suoi attori. E dunque in apertura, “le cose nascoste” vengono tirate fuori, tutte quelle ragioni irrisolte che gli attori portano spesso dentro i propri personaggi, diventano esse stesse parte della messinscena: ognuno degli attori parla di sé al pubblico, proprio come fosse davanti allo psicanalista, mentre lo psicanalista – Giuseppe Lombardi, quello vero, che ha seguito il progetto fin dall’inizio – da uno schermo interroga i suoi “pazienti”.

A questa seduta plurale, che lo schermo, a mo’ di  cartello, ci dice essere il Prologo, seguono le fasi-chiave della storia, ambizioni, violenza, furia omicida, follia, in un giro di ruoli, per cui tre sono i Macbeth con tre rispettive Lady – Tindaro Granata – Elena Rivoltini, Alfonso De Vreese – Leda Kreider, Angelo Di Genio – Maria Pilar Perez Aspa – molto diversi tra loro, per quanto le Lady siano accomunate tutte da una strana dolcezza: dico strana perché è difficile sentirla in una figura terrifica come Lady Macbeth. La scelta di leggere il testo con il filtro della psicanalisi conduce certamente a interrogarsi su quanto un “classico” sappia, attraversando il tempo, ancora e ancora aderire all’animo dell’uomo. La risposta può sembrare scontata, ma è sempre interessante da indagare. Alle parole del Bardo, Rifici e Angela Demattè, insieme a Simona Gonella, mettono mano, tagliano, assemblano, scrivono da zero, aggiungono parole di oggi, che possano intercettare il contemporaneo. Nulla è sacro, in teatro, perché semmai di sacro c’è tutto, perciò ben vengano gli interventi decisi, feroci persino, sulle importanti drammaturgie. Ma è un gioco pericoloso, perché nel tentativo di leggere ciò che il classico dice di noi, si corre il rischio di far dire al classico (per forza) ciò che vogliamo noi. È interessante l’idea che lo spettacolo si faccia fortemente contemporaneo, che ne affronti i temi affrontando le vite di chi oggi lo incarna, e cioè gli attori – il tema della maternità, della sessualità, della questione di genere. Con il rischio, tuttavia, di apparire molto “spiegato”.

La scena è spesso inondata, acqua scorre sotto i piedi dei protagonisti, come se fin dall’inizio si debba lavare quella «macchia maledetta» di morte che renderà folli il Re e la Lady regina. È scarna per il resto, buia, aderente all’ambient suggerito dal testo. Più rituale e meno magico il ruolo delle streghe, le tre terribili parche. Un giovane “dorato”, – è Macduff, destinato a porre fine al delirio di Macbeth, ma qui non si evince subito – è il cuore di questo rito, è l’atteso, il resuscitato parrebbe. Fa girare la ruota di un arcolaio che tesse il filo del tempo, e come la morale alla fine di una storia, ci esorta (o ci accusa?) a tessere solo il presente.

Macbeth, le cose nascoste
di Angela Dematté e Carmelo Rifici
tratto dall’opera di William Shakespeare, dramaturg Simona Gonella
progetto e regia Carmelo Rifici
con (in o. a.) Alessandro Bandini, Alfonso De Vreese, Angelo Di Genio, Tindaro Granata
Leda Kreider/Marta Malvestiti, Maria Pilar Pérez Aspa, Elena Rivoltini
e con (in alternanza) Angela Dematté, Simona Gonella, Carmelo Rifici

équipe scientifica Dottore Psicoanalista Giuseppe Lombardi e
Luciana Vigato, esperta di comunicazione non verbale e stili relazionali
scene Paolo Di Benedetto, costumi Margherita Baldoni, musiche Zeno Gabaglio
disegno luci Gianni Staropoli, video Piritta Martikainen
assistente alla regia Ugo Fiore
scene e costumi realizzati dai Laboratori di Scenografia e Sartoria del Piccolo Teatro di Milano
corone Alessandro De Marchi

produzione LAC Lugano Arte e Cultura
in coproduzione con Teatro Metastasio di Prato, TPE – Teatro Piemonte Europa, ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione, in collaborazione con Centro Teatrale Santacristina

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.