TEMPI MODERNI / UN DANTE CORRETTO BRAVO GRAZIE ALDES (IT)

Creare una festa per la comunità del Quarticciolo all’interno del Festival Fuori Programma. Intervista a Roberto Castello, regista di «Tempi Moderni/ Un Dante corretto bravo grazie» e a Pietro Vicari, membro della Comunità Educante Quarticciolo

Danzatore, coreografo e docente, Roberto Castello dal 1993 dirige ALDES, «un esperimento di gestione responsabile della cultura, dell’azione artistica e del rapporto con il territorio», che dal 2008 dà vita a «SPAM! Rete per le arti contemporanee», centro nevralgico di ospitalità sotto forma di residenze e di programmazione multidisciplinare in una molteplicità di formati.

Lo abbiamo incontrato in occasione dell’anteprima di Tempi Moderni/Un Dante corretto bravo grazie che sarà in scena al Festival internazionale di danza Fuori Programma il 23-24-25 giugno, nel nuovo spazio verde del quartiere Quarticciolo.

Lo spettacolo, il cui testo è scritto e interpretato da Andrea Cosentino, le coreografie sono firmate da Erica Bravini e le musiche dal vivo sono di Matteo Sodini, fa parte di un più ampio progetto dal titolo Tempi Moderni – La commedia rivista, giunto quest’anno alla sua seconda edizione grazie alla comunione di intenti tra Roberto Castello e l’Assessorato alla Cultura del Comune di Capannori (LU).

Roberto Castello
Roberto Castello

Un formato particolare quello di “Tempi Moderni/Un Dante corretto bravo grazie”; com’è nata l’idea e come si è sviluppato il progetto?

Roberto Castello: Inizio con una puntualizzazione: io non sono l’autore di Un Dante corretto, bensì lo sono Andrea Cosentino, Erica Bravini e Matteo Sodini. Io ho un ruolo di stimolatore e produttore di una serie di interventi, piccoli progetti che cercano di portare dello spettacolo di qualità in contesti popolari, di fronte a pubblici che normalmente non varcano la soglia del teatro. Noi [ndr Aldes] siamo una piccola realtà di programmazione locale con un budget da destinare a degli accadimenti, come residenze artistiche, rassegne ed eventi culturali. Lo scorso anno, insieme al giovane Assessore alla Cultura del Comune di Capannori, abbiamo riflettuto su come spendere le risorse che avevamo in un momento in cui era praticamente impossibile creare eventi teatrali e siamo giunti a quella che è la formula di Tempi Moderni – La commedia rivisitata, basata sul primo grado di presenza dello spettacolo dal vivo: abbiamo deciso di andare a fare spettacoli davanti o sotto le case delle persone, anche per contribuire a rasserenare un po’ gli animi in questo tempo strano e per molti versi avverso. Abbiamo quindi creato dei piccoli palcoscenici (2×2 m) da portare in giro per le corti di Capannori e su cui agisce un interprete alla volta, scelta dettata anche dalle normative sulla sicurezza in tempi pandemici. Capannori è un comune che ha una struttura urbanistica particolare perché non ha alcun centro ma è composto di ben 40 frazioni distribuite su un territorio veramente molto vasto. Abbiamo quindi cercato di raggiungere più persone possibili coinvolgendo più artisti possibili, creando interventi che avessero costi di produzione veramente irrisori, ma che garantissero comunque a coloro i quali vi partecipavano un compenso corretto per il tempo che veniva loro richiesto. Ne sono risultate quattro produzioni fatte praticamente per telefono, dove il lavoro autonomo di ognuno è stato poi amalgamato con quello degli altri. Questa modalità consentiva di ricollegarsi a un tipo di socialità che una volta era presente nelle corti di Capannori, ma che col tempo, era andata scomparendo. L’offerta culturale infatti è diventata dal Secondo dopoguerra in poi sempre più un’offerta di prodotti culturali da acquistare e sempre meno finalizzata a occasioni di socialità capaci di innescare delle dinamiche anche e soprattutto fra il pubblico. In definitiva, l’organizzazione anche materiale degli appuntamenti ha fatto sì che i vicini di casa si trovassero a dover co-gestire l’ospitalità di questi piccoli eventi e ciò ha finito per fotografare l’identità della zona.
Nella prima edizione abbiamo realizzato 48 spettacoli con una media di 70-80 spettatori, tra cui bambini, anziani, signore, professionisti, immigrati, cioè un pubblico veramente molto più eterogeneo e differenziato di quello che normalmente entra a teatro, senza essere però un pubblico di strada. Di fatto gli spettacoli entravano nelle case delle persone e questo ci ha posto dei problemi di posizionamento Sembra essere una sfumatura ma in realtà è molto diverso: generalmente quando si prepara uno spettacolo, sappiamo che ci saranno dei programmatori che conoscono il nostro lavoro, lo apprezzano e che a loro volta si rivolgono ad un pubblico che più o meno sarà messo nelle condizioni di sapere chi siamo e che sceglie di andare proprio quella sera, in quel teatro, a vedere quel lavoro. Mentre in questa situazione c’era una gentile imposizione, dal momento che le persone non sapevano ciò che gli sarebbe capitato. Si poneva quindi un problema di tono.

Nel cercare di tarare il vostro lavoro su un linguaggio che potesse essere compreso e apprezzato da un pubblico che non è il pubblico “normale” del teatro, mi pare che abbiate in qualche modo depurato il concetto di intrattenimento dalla sua accezione commerciale e negativa…

Roberto Castello: Questa considerazione sull’intrattenimento è molto centrata, perché il teatro in qualche modo deve contenere un principio di piacere. Le dinamiche della produzione dell’offerta teatrale, a mio avviso, hanno perso di senso da parecchio tempo, sicuramente anche prima della pandemia. Molte volte mi sono trovato a fare spettacoli di fronte a pubblici di qualche decina di persone, la stragrande maggioranza delle quali era sulla rubrica del mio telefono. Considerando che spendiamo soldi pubblici, allora dovremmo lavorare in una dimensione di apertura, inclusione e soprattutto indirizzo per entrare in dialettica con realtà diverse, e non creare delle enclave che si autosupportano. Il che non ha nulla a che vedere con la qualità dei lavori prodotti, ma finisce per indurre anche gli artisti a pensare che i principali interlocutori siano i programmatori.
L’intrattenimento cercato con Tempi Moderni corrisponde alla volontà di declinare l’atto teatrale in una chiave sociale e “comunitaria” che inevitabilmente si allontana da scelte (di formato e contenuto) con un taglio fortemente generazionale.

Questo significa anche uscire da una logica “targettizzata” come spesso richiede il mercato dello spettacolo dal vivo, che apprezza prodotti per un determinato target di persone e con un determinato contenuto confacente a quella fascia di pubblico…

Roberto Castello: Per onor del vero va detto che tutto ciò vale anche al di fuori del teatro, cioè è un fatto epocale che rispecchia le visioni del mondo dominanti, in cui i flussi finanziari sono in definitiva l’indicatore ultimo per valutare l’efficacia o meno di un’operazione. Penso che sia una sorta di captatio benevolentiae che opera vellicando quelli che si suppongono essere gli istinti delle persone. E questo è l’esatto contrario di ciò che un settore sostenuto della spesa pubblica dovrebbe essere e fare, cioè ampliare la visione di chi incontra, possibilmente senza torturarlo.
Detto così sembra ovvio, ma non così ovvio è trovare un taglio che permetta la creazione di produzioni di qualità da poter ripetere tante volte a costi bassissimi. Sono scelte etiche che comportano anche scelte di produzione: ogni singolo progetto di Tempi Moderni infatti ha il suo cast, proprio perché pensare a dei passaggi di cast avrebbe imposto dei tempi di prova ulteriori che avrebbero aumentato i costi di produzione. Per gli autori/interpreti è anche l’opportunità di misurarsi con uno stare su un palcoscenico diverso, dove alla retorica del grandeur con tutte le sue implicazioni si sostituisce un incontro, a volte anche alla luce del giorno, con famiglie e abitanti del luogo.

Tornando alla questione dell’intrattenimento, è corretto dire che qui l’intrattenimento “depurato” dal commerciale, si fonda nella relazione e nella gratuità?

Roberto Castello: In questa operazione c’è un elemento intrinsecamente non commerciale, cioè il fatto che il pubblico non paga il biglietto. Questo ha messo in moto un’altra questione, dal momento che la totale gratuità è anche un non riconoscimento del valore del lavoro degli artisti. Quindi abbiamo chiesto a chi partecipava di contraccambiare il lavoro artistico, non in denaro, bensì portando beni di prima necessità (lattine di pelati, carta igienica, pannolini, dentifrici, detersivi), cose non deperibili e commestibili, che poi la Caritas Diocesana di Lucca ha provveduto a raccogliere e a rimettere immediatamente nel circuito della solidarietà sociale: da un lato la gratuità, dall’altro l’essere generosi, non verso di noi, ma per dare un segno di solidarietà. L’idea era quella di operare all’interno della dinamica del dono. Dal 2012 infatti curiamo la “Festa del presente” una giornata senza denaro con eventi culturali vari, attraverso la quale ho avuto modo di scoprire la differenza fra dono (che si ricollega alla dimensione della gratuità), regalo e baratto. Quest’ultimo è in una logica molto simile a quella del denaro, cioè vi è sottesa l’idea per cui vi è un’equivalenza tra ciò che do e ciò che ricevo. Nel dono invece non ci si aspetta uno scambio simmetrico. È un’idea di dono che si allontana dalla logica del dono di Marcel Mauss che proietta la sua visione in una dinamica economica capitalista che non prevede altra regola se non quella del contraccambio. Se io dono, tu doni e tutti donano, nessuno ha più bisogno di niente e ciò permette di superare il capitalismo, cioè di andare oltre alla necessità di ridurre tutto ad uno scambio.

E riguardo all’intervento che farete a Roma all’interno di Fuoriprogramma?

Roberto Castello: A Roma in realtà il contesto è un altro, sia a livello sociale che a livello normativo. Entrare nelle case si è rivelato immediatamente troppo complesso per cui abbiamo convenuto di portare in anteprima quello che sarà il contenuto di uno dei tre progetti che presenteremo a Capannori, pensando di coinvolgere gli artisti che hanno base a Roma, in particolare Andrea Cosentino ed Erica Bravini, affiancati da Matteo Sodini, trascinante batterista lucchese. Io ho fatto da sensale a questa unione triangolare, nella quale gli interventi di Erica e Matteo sono nati in modo quasi del tutto avulso dal testo di Andrea, che è arrivato per ultimo e in cui il settecentenario dalla morte di Dante è servita più da pretesto (e non tanto da omaggio alla ricorrenza storica) per le sue considerazioni surreali sul poeta, sulla lingua, sula sua metrica e su alcune scelte stilistiche dei primi versi dell’Inferno. In seguito abbiamo fatto un lavoro di amalgama, cercando di non stravolgere l’identità delle cose create, ma di metterle in sequenza e connetterle l’una all’altra in modo tale che gli spettatori le possano percepire come un continuum, quando in realtà non sono nate tali.
Tutto ciò sempre ponderando il tono e le scelte di linguaggio, trovando un equilibrio tra ciò che non tradisce gli intenti degli autori e la possibilità di mettere l’interlocutore nella condizione di aggrapparsi qua e là per leggere lo spettacolo. Si tratta del rapporto fra produzione di senso e individuazione di un’estetica non supponente, che tiene al suo centro l’inclusione. Oggi la danza contemporanea raramente propone dei percorsi, tende a proporre dei quadri immobili con infinite articolazioni al loro interno; diversamente la stragrande maggioranza delle persone ha come principale referente culturale la televisione che traduce tutto in micro narrazioni. Quindi ognuno di noi ha tentato di trovare una soluzione che potesse funzionare nella comunicazione con il contesto, senza però essere accomodanti.
Inoltre venire in una città come Roma, all’interno di un festival di danza presuppone un tipo di contatto diverso dal pubblico di Capannori per esempio. Scopriremo lì se saranno predominanti gli spettatori del quartiere o gli spettatori che frequentano abitualmente altri festival.

Trovo che sia molto interessante, sia da un punto di vista estetico che di posizionamento politico, la centralità della dimensione gruppale, che mi ricorda la definizione di “microcomunità” che Mirella Schino ha usato in riferimento alla Commedia dell’Arte. Possiamo parlare di un “ritorno”, di uno sguardo al passato, in risposta a quella che è invece la grande rincorsa a tutto ciò che è digitale, mediale, mediatico e “nuovo”, soprattutto a partire dall’arrivo della pandemia?

Roberto Castello: Tempi moderni ha, seppur implicitamente, a che fare con la Commedia dell’Arte, una forma di teatro itinerante che ha posto e pone problemi drammaturgici, dal momento che presuppone produzioni teatrali iper agili. È abbastanza paradossale e anche stimolante il fatto che, attraverso questo implicito riferimento, si è venuta a creare una risposta ragionevole a una società che invece è apparentemente tutta orientata verso le tecnologie mediali.
Ulteriore riferimento riguardante la forma registica è lo spettacolo di varietà, per molti versi oggi ritenuto morto o relegato alla televisione, ma che in epoche lontane ha prodotto veri capolavori. Rifarsi a tale tradizione potrebbe forse aiutare a darci delle indicazioni su strade meno autoreferenziali.
Concludo dicendo che abbiamo tentato di riportare lo spettacolo a essere il pretesto per una situazione festosa, nel senso di aggregazione di persone diverse che sono ben disposte a condividere un tempo piacevole con altri conosciuti e sconosciuti, con cui potersi guardare negli occhi e sorridersi- mascherine permettendo. Mettere al centro la dimensione della socialità festosa è una cura ormonale che forse può aiutare.

Comunità Educante Quarticciolo
Comunità Educante Quarticciolo

Tempi Moderni/ Un Dante corretto bravo grazie andrà in scena nei Cortili del Quarticciolo, parco di recentissima inaugurazione, intitolato a Modesto Veglia, e che vive oggi di nuova linfa vitale grazie alla Comunità Educante Quarticciolo, progetto di rete sul territorio del quartiere Quarticciolo, che abbiamo avuto modo di conoscere meglio grazie all’incontro con Pietro Vicari, uno dei portavoce della Comunità stessa.

Che tipo di progettualità porta avanti la Comunità Educante e come essa incontra e si intreccia con il Teatro Biblioteca Quarticciolo, con il Festival Fuoriprogramma e di conseguenza con “Tempi Moderni/ Un Dante corretto bravo grazie”?

Pietro Vicari: Siamo nati nel 2015 come palestra popolare, principalmente di pugilato e poi di parkour, per poi arrivare a lavorare sulla formazione a 360°. Inizialmente ci siamo occupati dell’alimentazione e del sovraffollamento abitativo. Nel Febbraio del 2017 è arrivato lo sfratto per uno dei ragazzi che si allenava da noi ed è nato un comitato di quartiere. L’anno successivo è nato il doposcuola che ora funziona due volte a settimana, una volta come aiuto compiti e l’altra come attività laboratoriale.
Durante questo percorso incontriamo il TbQ più volte, attraverso forme di ospitalità vicendevoli che danno avvio a un rapporto di buon vicinato e di scambio.
Con l’arrivo del Covid abbiamo cercato soprattutto di evitare che la pandemia fosse il pretesto per l’abbandono scolastico, prima offrendo condizioni che permettessero la didattica a distanza, attraverso il reperimento di tablet e di connessioni internet funzionanti; poi ci siamo resi conto che vi era problema più sistemico.
A Febbraio di quest’anno infatti creiamo la Comunità Educante, un patto educativo sul territorio che nel nostro caso coinvolge il teatro, la biblioteca comunale, un’associazione anziani, due associazioni collegate alla divulgazione scientifica e all’attività sportiva e un’associazione (MammaRoma) che invece si occupa di assistenza.
Per prima cosa con queste realtà iniziamo a condividere uno sguardo, che si concretizza in una sorta di manifesto, concentrato soprattutto su quella che per la nostra esperienza è l’età soglia, cioè i 14 anni, quando alla fine delle scuole medie i ragazzi o continuano a studiare smettendo di frequentare il quartiere, o -molto più spesso- smettono di studiare e continuano a vivere il quartiere in forme non del tutto positive.
Il primo progetto concreto riguarda la sistemazione di un’area verde dentro il quartiere. Il 24 Aprile scorso inauguriamo quindi il Parco Modesto di Veglia (luogo che ospiterà Tempi Moderni). Questo progetto corrisponde a molteplici esigenze: prima di tutto ripartire in sicurezza con i corsi di pugilato, di parkour, con il laboratorio di teatro e con il dopo scuola. La seconda esigenza risponde al fatto che questo spazio si trova sotto a due palazzine chiamate “le favelas” poiché sono la parte più degradata del quartiere, su cui siamo già riusciti ad intervenire trasferendo le famiglie che abitavano lì in alloggi temporanei. Quindi dopo aver sistemato il tetto sopra la testa, l’idea del parco rispondeva all’esigenza di un intervento sul contesto, per evitare che si riproducessero le stesse condizioni iniziali. Inoltre sul lato opposto alle palazzine, c’è un vecchio bocciofilo in disuso, su cui stiamo creando una casa di quartiere. È un progetto lungo che dal punto di vista urbanistico può aiutare alla creazione di spazi di servizi integrati. Quindi il parco funziona anche come una messa in prova della rete, propedeutico a un progetto più strutturato.
Tutti i pomeriggi portiamo al parco delle attività con 30/40 ragazzi, ma stiamo cercando di coinvolgere tutte le realtà della Comunità Educante, chiedendo loro di proporre attività o eventi. A tale richiesta ha risposto attivamente il TbQ, attraverso il Festival Fuoriprogramma e più in particolare con lo spettacolo di Roberto Castello.

In “Tempi Moderni/ Un Dante corretto bravo grazie” voi entrate in campo anche come intermediari all’interno di quella microeconomia di scambio e di dono; in che termini?

Pietro Vicari: Il nostro compito sarà quello di commutare il costo del biglietto di partecipazione con l’offerta di beni di prima necessità da distribuire alle comunità locali. Noi speriamo che non siano generi alimentari, ma che siano offerte che possano aiutare l’allestimento del parco. La distribuzione alimentare, attuata durante la fase dell’emergenza sanitaria, è stata poi interrotta dal momento che abbiamo notato che porta avanti un meccanismo in cui siamo noi a scegliere cosa devono mangiare e quindi come devono vivere le persone. Nell’ordinario noi cerchiamo invece di favorire i ragazzi e le famiglie a scelte di vita libere.

Nella vostra esperienza così legata alla realtà del Quarticciolo, il teatro come può essere uno strumento educativo di aggregazione e  di nuova spinta relazionale?

Pietro Vicari: Essendo il Quarticciolo una sorta di paese a sé per noi il teatro di fatto è l’unico spazio aperto sulla città ed è anche l’unico posto illuminato la sera. Non è semplice stabilire una relazione sull’offerta che il teatro fa e i bisogni delle persone del quartiere e credo che l’estremo bisogno di proporre attività soprattutto a ragazzi giovani vada profondamente interpretato sia nei contenuti che nelle forme di coinvolgimento.

TEMPI MODERNI / UN DANTE CORRETTO BRAVO GRAZIE

23-25 giugno, ore 20.00 / Cortili del Quarticciolo
testo originale e interpretazione Andrea Cosentino, musica Matteo Sodini, danza Erica Bravini, regia Roberto Castello, costumi Desirée Costanzo, produzione ALDES, con il sostegno di Ministero della Cultura, Regione Toscana / Sistema Regionale dello Spettacolo, Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, in collaborazione con Asinitas & Comunità Educante Quarticciolo

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