Foto di Claudia Pajewski

L’Ubu re di Fabio Cherstich

La calura estiva ha invaso anche il Teatro Argentina quest’anno: la platea è stata inghiottita da una distesa dorata di sabbia. È stata lei la protagonista dell’opera-performance Sun & Sea degli artisti lituani Rugilė BarzdžiukaitėVaiva Grainytė e Lina Lapelytė, che hanno fatto del teatro una vera e propria spiaggia, esposta allo sguardo voyeurista degli spettatori. Ma non si è trattato di un caso isolato: quella stessa sabbia è salita alla ribalta con una nuova messinscena e sotto la direzione di un altro regista, questa volta nei panni di un arenile suburbano. Questa l’ambientazione dello spettacolo Ubu re, regia di Fabio Cherstich, in scena al Teatro Argentina dal 20 al 30 luglio. 

Cherstich porta in scena l’opera celebre di Alfred Jarry adottando scelte registiche in parte originali, in parte fedeli alla natura grottesca e paradossale del testo. Per esempio, il linguaggio già di per sé contorto dell’autore francese, storpiato da neologismi e giochi di parole, viene gonfiato della cadenza napoletana di Madre e Padre Ubu. Stratagemma che, forse, vuol far leva sull’immaginario collettivo (e in parte abusato) dell’animo pittoresco e licenzioso di Napoli.

Non solo, il regista decide di introdurre un nuovo personaggio sulla scena, Alfred Jarry stesso. Lo vediamo anzitutto attraversare la platea sabbiosa con in spalla l’inconfondibile bicicletta. È lui a dare inizio allo spettacolo, sorridente e beffardo, spiegandoci come un maestro di scuola il concetto di “patafisica”, sua creazione. Da lì in poi, però, il drammaturgo si mantiene in disparte, seguendo da fuori le vicende dei suoi personaggi, a volte contribuendo alla narrazione. Verso la conclusione dello spettacolo accenna un riassunto, venendo in soccorso a chi nel pubblico non è riuscito a rimanere attento.

In linea con lo spirito stravagante dell’opera sono alcune astuzie scenografiche, come la mastodontica figura del Re Venceslao, capeggiata da una minuscola testa con voce da fumetto, oppure l’alta struttura su cui poggia il trono di Padre Ubu, ossia una lavatrice. Eppure, questi imponenti complessi scenografici e un cast di sette attori appaiono insufficienti a riempire l’ampio spazio della messinscena, adesso raddoppiato dalla distesa di sabbia di cui si parlava all’inizio. Viene spontaneo chiedersi, quindi, se l’introduzione dell’elemento-sabbia sia stata dettata da necessità, o se si è trattato di una scelta drammaturgica.

Forse, potremmo leggerla come una metafora dissacrante dell’esistenza, forse simbolo della vuotezza delle istituzioni, di una bramosia di potere che, in realtà, cerca di afferrare il nulla. Fatto sta che qualcosa non torna. La sabbia, inevitabilmente padrona dello spettacolo, sembra essere relegata da protagonista a personaggio di contorno. Anzi, addirittura a mero ornamento (se non di disturbo).

Tuttavia, quando la linea registica si allontana dalla ricerca di fasto e appariscenza, le intuizioni più originali vengono a galla, come nella scena della guerra tra Ubu e i russi. Qui il paradosso narrativo si fa ancora più criptico attraverso la rottura della quarta parete: tutto è finzione. L’attore che interpreta il principe Bugrelao entra in scena lottando contro Padre Ubu, il quale gli domanda «Siete Bugrelao?», al che lui risponde «No, ora sto facendo la parte del soldato russo». La battaglia prosegue, volgendo dalla parte dei russi. Padre Ubu, per assicurarsi la vittoria, impugna una baguette e disegna sulla spiaggia un fossato, che in realtà è una semplice linea. Lo zar di Russia insegue il Re nemico finché, toccata la linea, si lascia cadere a pancia in su annunciando «Ecco, ci sono caduto dentro!».

Insomma, tra impianti scenografici costosi, costumi di scena elaborati e tentativi di render giustizia al re dell’assurdo Alfred Jarry, tutto sembra perdersi, alla fine, lungo la distesa di sabbia, che inghiotte qualsiasi cosa la attraversi.

Impagabile, tuttavia, uscire dal proprio palchetto accompagnati dall’urlo entusiasta di uno spettatore:

«Che bello tornare a teatro!».

Ubu Re

di Alfred Jarry

traduzione di Fabio CherstichLuigi SerafiniTommaso Capodanno

regia Fabio Cherstich

scene e costumi Luigi Serafini

musica Pasquale Catalano

con Massimo AndreiGea MartireSara Borsarelli, Marco CavalcoliAlessandro BandiniFrancesco Russo

e con Julien Lambert

foto di Claudia Pajewski

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