M, Popolizio in the sky - ph Masiar Pasquali

Al Teatro Argentina, M Il figlio del secolo: la fine per l’inizio

Sul palco dell’Argentina sventola bandiera ucraina. Lo sfondo gialloblu investe di luce l’intera scena, mentre i diciotto attori e attrici ringraziano un’ultima volta il pubblico entusiasta, che batte le mani a tempo con Bandiera bianca: chi si alza per omaggiare la compagnia, chi pur rimanendo in poltrona applaude rumorosamente, chi non perde l’occasione di fare un video.

Alla fine si torna all’inizio

Queste le parole con cui ha inizio, e fine, M Il figlio del secolo, la nuova regia di Massimo Popolizio, prodotta dal Piccolo Teatro di Milano, Teatro di Roma e Luce Cinecittà, in collaborazione con il Centro Teatrale Santacristina. Ripercorrendo a ritroso le tre ore di spettacolo, si arriva nuovamente a quella frase, con lo stesso Popolizio, primo a entrare in scena, nei panni di M Il Teatrante, burattinaio pronto a tirare i fili della triste amara commedia: l’avvento del fascismo dal 1919 al 1924, le sue premesse e conseguenze, l’istrionico e paziente trasformismo di Mussolini.

Gli attori che salgono e scendono. M - il figlio del secolo, ph Masiar Pasquali
M il figlio del secolo, ph. Masiar Pasquali

L’impressione che subito ne deriva siamo di nuovo al finale – mentre la voce di Battiato lentamente sfuma, è che quell’essere “tornati all’inizio” sia destinato a riecheggiare nelle nostre menti come un’incerta e ambigua ammonizione, ben lontana dal considerarsi anacronistica: sembra cioè che lo spettacolo, tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Scurati con il sapiente adattamento alla scena di Lorenzo Pavolini, voglia ricordarci oggi la peculiarità principale di tutti i fascismi susseguitisi nella storia, ovverosia l’essere dati per morti stecchiti ancora prima della loro stessa nascita; la fine che precede l’inizio, per l’appunto. Pare addirittura di ricavare dalla narrazione per trentuno quadri dell’intera vicenda storica un’immagine malconcia e dismessa del condottiero M, con un Tommaso Ragno chiamato all’impresa di portare sulla scena un secondo Mussolini, prematuro, spogliato di quella sua teatrale sicumera ben radicatasi nell’immaginario odierno, e già vecchio nella sua giovinezza, sopraffatto dalla paura e dalla debolezza ancor prima di scoprirsi valoroso, succube delle incontenibili personalità che lo circondano.

Bisogna saper aspettare

Questo l’insegnamento che riceve dalla sua più intima confidente, nonché sua amante: Margherita Sarfatti, impersonata da Sandra Toffolatti, che lo alleva come un figlio introducendolo ai più alti ranghi borghesi dell’epoca. M obbedisce e aspetta, si guarda intorno, si confonde, si dispera, trova il coraggio soltanto per perderlo un attimo più tardi; mentre il suo alter ego Il Teatrante osserva dall’alto, compiaciuto, la grottesca recita dei fatti storici che si susseguono con frenesia, già pregustando quel futuro prossimo che lo vedrà protagonista della scena.

Donne socialiste. M - il figlio del secolo, ph. Masiar Pasquali
M il figlio del secolo ph. Masiar Pasquali

Ogni quadro fornisce con accuratezza e dovizia di particolari una nuova prospettiva su quegli anni: dalle piazze in tumulto dove giovani donne inneggiano alla rivoluzione socialista, alle fasulle promesse del leader Nicolino Bombacci; dall’impresa di Fiume del poeta D’Annunzio, alla gran messinscena che fu la marcia su Roma, per arrivare all’assassinio criminoso dell’onorevole Matteotti. Portato in scena, quest’ultimo, da un Raffaele Esposito che del personaggio ha saputo cogliere la più intima complessità: costantemente combattuto tra il dedicare la propria vita alla politica e al bene comune o all’amata Velia, che lo attende con ansia.

Il dramma si sviluppa con indifferente velocità e i personaggi corrono avanti e indietro, a destra e sinistra, salgono e scendono dal piedistallo della gloria, impotenti: è il tempo della Storia che procede spietata e indifferente, con un’autoritaria macchina scenica a mutare continuamente forma, ad accogliere o respingere, dritta verso quella fine che porterà all’inizio, all’ascesa di M.

Sembra davvero di essere tornati al secolo scorso, complice anche l’eccezionalità in tempi recenti di vedere alternarsi su un palcoscenico ben diciotto attori, in una produzione indubbiamente onerosa e scenicamente ingombrante, di ronconiana memoria sia nella portata che nello stile. Impossibile non pensare al Pasticciaccio che nel 1996 riempì, con un giovane Popolizio in scena, la platea del Teatro Valle, e che attraverso le parole di Gadda si interrogava, a pochi anni dalla strage di Capaci e dallo scandalo di “mani pulite”, sul retaggio culturale del passato fascista del Paese.

Matteotti e Velia Titta. M - il figlio del secolo, ph Masiar Pasquali
M il figlio del secolo, ph Masiar Pasquali

In un’epoca dove produzioni ben più modeste dominano imperanti la scena nazionale, una simile coralità spiazza e stordisce. E lo stordimento va acuendosi a mano a mano che la narrazione procede, prima contorcendosi poi districandosi fino al ritorno di quell’angosciante dubbio iniziale, che risuona con forza nelle parole di Scurati, da Popolizio e Pavolini fedelmente trasferite sulla scena:

quasi che il fascismo non sia l’ospite di questo virus che si propaga, ma l’ospitato

Quasi che M non sarebbe diventato Il Teatrante, poi passato alla storia come uno dei più autoritari dittatori del Novecento, se non avesse avuto quel pubblico attento e vivace a prestargli attenzione e a battere le mani. Quasi che il fascismo non possa oggi dirsi una ferita rimarginata e cicatrizzata della storia d’Italia e d’Europa, a meno che non ce ne si assuma la responsabilità collettiva. Quasi che la recente invasione dell’Ucraina non possa dirsi soltanto la prova di forza del leader di uno dei maggiori regimi autocratici dell’età contemporanea, ma la conseguenza di un atteggiamento distratto e remissivo che negli ultimi anni ha contraddistinto la politica estera europea, e per cui oggi siamo condannati a vedere consumarsi una tragedia della quale avremmo tutti fatto volentieri a meno . . . Se solo ne avessimo impedito l’andata in scena. Siamo forse tornati all’inizio?

M Il figlio del secolo

uno spettacolo di Massimo Popolizio
tratto dal romanzo di Antonio Scurati
collaborazione alla drammaturgia Lorenzo Pavolini
con Massimo Popolizio e Tommaso Ragno
e con Sandra Toffolatti, Paolo Musio, Raffaele Esposito, Michele Nani
Tommaso Cardarelli, Alberto Onofrietti, Riccardo Bocci, Diana Manea
Michele Dell’Utri, Flavio Francucci, Francesco Giordano
e con Gabriele Brunelli, Giulia Heathfield Di Renzi
Francesca Osso, Antonio Perretta, Beatrice Verzotti
scene Marco Rossi
costumi Gianluca Sbicca
luci Luigi Biondi
suono Alessandro Saviozzi
video Riccardo Frati
movimenti Antonio Bertusi
produzione Teatro di Roma - Teatro Nazionale, Piccolo Teatro di Milano - Teatro d’Europa, Luce Cinecittà
in collaborazione con il Centro Teatrale Santacristina

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