Piazza degli Eroi

Piazza Degli Eroi: urla e fantasmi

Immersi in un eterno presente, navighiamo, tra le reliquie insidiose di un passato mai distrutto: è così che Thomas Bernhard ci presenta Piazza degli Eroi, tra le conseguenze del marzo 1938, quando Hitler proclama l’Anschluss, l’annessione dell’Austria alla Germania nazista. Parliamo di un’opera di cui, ai tempi, fu impedita la rappresentazione a Vienna, a causa delle dinamiche sociali e politiche.
Nel 1988, cinquant’anni dopo, la società si ritrova rovinosamente sull’orlo di un precipizio, dove, al di là della nebbia, vi è un vuoto che non è mai stato totalmente riempito, un vuoto che riecheggia nelle vite dei protagonisti di questo spettacolo: Piazza degli Eroi di Roberto Andò.
La scenografia si presenta fortemente simbolica: scarpe ordinate disposte per file coprono parte del palcoscenico, degli armadi contenenti camicie e completi, un ferro da stiro, delle valigie già preparate per partire per Oxford e un pianoforte. Si riesce a percepire un’atmosfera spettrale, un fantasma che vaga, che ascolta e sente tutto: il peso della non esistenza.
Nel primo atto, la signora Zittel, interpretata da Imma Villa, è la governante di casa: intenta a riordinare e a stirare gli effetti personali appartenenti al “professore”, come viene chiamato da lei. Attraverso i suoi sproloqui quasi isterici, si definisce una linea sottile che descrive il suo legame con lui: incompreso e unico. Vincente risulta il modo in cui, lei, riesce a far costruire, pezzo dopo pezzo, l’immagine di un uomo che non esiste più, capace di far rivivere gli strati più profondi dell’anima attraverso le sue parole. È così che l’uomo che se ne sta seduto al pianoforte, in un angolo isolato del palcoscenico, ode il riverbero di parole che volano verso la solitudine e una velata malinconia. Josef Schuster, un professore di matematica, decide di farla finita.
Vola via dalla finestra della sua abitazione che si affaccia su Piazza degli Eroi, atto fortemente simbolico. Da questo momento, si scatena un turbine di malessere e pensieri che non hanno tempo e che riguardano un presente rimasto tale. Nel secondo atto, a richiamare la sua presenza in modo costante, oltre la signora Zittel, è il fratello Robert: un professore di filosofia (interpretato da Renato Carpentieri) al quale tutto sembra perduto, secondo cui non esiste un vero cambiamento, poiché siamo fragili come le foglie nel vento.
Il tema della morte e della perdita si incrocia con quello di una società perduta che si riflette nel passato: xenofobia e nazismo avvelenano ancora le radici della città e dell’Europa.
C’è, però, un flusso d’angoscia che scorre lento e che va oltre: siamo tutti immersi e affoghiamo in un eterno castigo, ciò che è compiuto si compirà nuovamente sotto altre forme, il tutto legato all’essere diabolico dell’umanità. Non si tratta del 1938, o del 1988: come fa notare Robert, il male non è altro che una continuità, tutto è frutto di ciò che è stato fatto e così finirà in un intero ciclo infinito.
Le sue battute si presentano fredde e distaccate, chiunque infatti sembra essere immerso nella propria bolla, come se parlassero a un interlocutore invisibile. Le figlie di Josef, Anna e Olga, delineano due opposti: una più razionale, l’altra più introversa; una con un senso più sentito verso il cambiamento, l’altra rievoca un malessere più antico.
Robert ora vive in una casa di campagna rifiutando frastuoni di rabbia imposti dalla città. Egli si ritrova bloccato in una continua paralisi: sottolinea, con particolare evidenza, una possibile risalita al potere nazista ma non si ribella per evitarlo. Le sue nipoti sembrano, infatti, sottolineare il suo essere un po’ pessimista: si rifiuta di protestare per il bene della sua abitazione in campagna compromessa da una strada in costruzione.
Bloccata, nel suo mondo, è anche la moglie di Josef: si rivela distante dal resto dei commensali e ode delle voci che urlano nell’anima. Le urla di Piazza degli eroi.
L’opera è infinitamente intensa, tante anime nuotano nell’abisso profondo del passato, bloccate dalle angosce, dalle paure e dalla sfiducia. I personaggi, pur rappresentando diverse sfaccettature, si mostrano irrimediabilmente distrutti, respinti, nascosti nell’angolo più buio della società.
Cosa ci rimane dei resti del passato? È con quello che costruiremo un futuro migliore o ci saranno solo fantasmi? Tutto resta, ma niente può rimanere immutato.


Piazza degli Eroi

di Thomas Bernhard
traduzione Roberto Menin
regia Roberto Andò
con Renato Carpentieri, Imma Villa, Betti Pedrazzi,
Silvia Ajelli, Paolo Cresta, Francesca Cutolo, Stefano Jotti, Valeria Luchetti, Vincenzo Pasquariello, Enzo Salomone
scene e luci Gianni Carluccio
costumi Daniela Cernigliaro
suono Hubert Westkemper
aiuto regia Luca Bargagna
assistente alle scene Sebastiana Di Gesù assistente ai costumi Pina Sorrentino amministratrice di compagnia Angela Carrano foto di scena Lia Pasqualino
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Fondazione Teatro della Toscana – Teatro Nazionale
foto di Lia Pasqualino

1 commento

  1. Straordinaria recensione della Giovane Silvia Stendardi studente e studiosa di Teatro alla gloriosa Sapienza di Roma.
    Con dovizia di particolari con lei ci immergiamo nel bellissimo spettacolo messo in scena da Roberto Ando’; ciò che ci colpisce è l’eccezionale, e purtroppo, la triste attualità dello stesso spettacolo.
    Grazie Silvia, sino a quando ci saranno giovani come te, potremo sperare in un mondo futuro migliore.
    Vincenzo Nardelli

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