Apparenza e realtà: gli ingredienti segreti per un cocktail dolceamaro. Tropicana di Frigoproduzioni

Da bambini i testi dei brani musicali in una lingua diversa dalla propria sono un’unica interminabile parola, un agglomerato di suoni che allontanano inesorabilmente il significante dal significato. Ma non importa, poiché ciò che conta è non perdere il ritmo e la melodia per poter cantare a squarciagola da soli o in compagnia. In modo simile ci sono canzoni entrate a far parte del repertorio italiano che abbiamo memorizzato facilmente, velocemente e senza soffermarci troppo sul senso generale del testo. Soprattutto se la parte melodica è così allegramente prepotente da insinuarsi nella testa di un qualsiasi ascoltatore più o meno distratto e da timbrare a vita il cartellino di presenza nell’esistenza di tutti.

È il caso di Tropicana, brano del 1983 del Gruppo Italiano, meteora della musica italiana degli anni Ottanta che si ricorda solo per questo tormentone estivo senza tempo, che ancora oggi, in occasioni per lo più spensierate e festive, è un momento musicale quasi d’obbligo per cedere a una danza per tutti dai ritmi caraibici; magari con una pina colada in mano, sulla spiaggia, di fronte a un tramonto.

Eppure di fronte alle parole del Gruppo Italiano, non è tutto oro quel che luccica: il titolo e la superficie musicale del brano celano invece un testo dalle atmosfere apocalittiche. Dietro al ritmo estremamente ballabile, ciò che luccica davvero è la lava incandescente prodotta dall’eruzione di un vulcano, insieme a una forte esplosione e un urgano che travolge e distrugge tutta la (fino a quel momento) paradisiaca isola, panorama di Tropicana.

La patina allegra ed esotica nasconde il disordine, la distruzione e la fine. Non a caso nella sala di Carrozzerie n.o.t., che da scatola nera diventa per l’occasione una scatola verde sgargiante, regna la confusione: microfoni a terra, fili attorcigliati in bella vista e sedie capovolte sono metafora di quella catastrofe del testo del Gruppo Italiano. Difatti Frigoproduzioni, giovane collettivo italiano composto da Francesco Alberici, Salvatore Aronica, Claudia Marsicano e Daniele Turconi, nel corso di tutto il “loro” Tropicana, affrontano temi quanto mai attuali e delicati, facendo della leggerezza la principale chiave d’accesso, quella stessa leggerezza-contenitore di angosce usata dal Gruppo Italiano.

Ironia caustica e piccole gag comiche diventano il trampolino di lancio per affondare il coltello in terreni per lo più scomodi e fangosi; terreni di certo già esplorati dal teatro contemporaneo, ma qui abitati in maniera più fresca e – volendo trovare un’ulteriore vicinanza con la hit del 1983 – estiva. Le stoccate non mancano e nell’aria, tra le file della platea, aleggia sempre una consapevole amarezza di ciò che si sta vedendo. È forse proprio questa disillusione che tiene insieme i pezzi di Tropicana (lo spettacolo, non la canzone), il fil rouge che collega i diversi livelli della performance e che scorre sempre tra le strofe di Tropicana (questa volta, la canzone): il testo del brano del Gruppo Italiano di cui si ricorda quel «Mentre la tv (diceva), mentre la tv (cantava), bevila perché è Tropicana ye» (illeggibile se non canticchiandolo) è pretesto per denunciare l’incapacità di ascoltare, la pigrizia di fronte a ciò che vive più in profondità e l’assuefazione causata dai mass media: bombardati da ciò che ci arriva attraverso i pixel, si fa fatica ad andare oltre, a filtrare per approfondire, a vedere ciò che è esiliato dagli schermi, anche se si tratta della catastrofica distruzione dell’isola dove si stanno trascorrendo le vacanze. Allo stesso modo i quattro performer, uno accanto all’altro con in mano una bottiglia dell’arancionissima bevanda Tropicana, accerchiati dal buio e con gli occhi fissi su un’unica fonte luminosa, appaiono per qualche attimo lobotomizzati, completamente votati a quella lucciola tanto accecante quanto attraente, ormai inconsapevoli sponsor di quell’elisir iper pubblicizzato, dolce ma dal retrogusto amarognolo.

Sembra la fine, la fine che ognuno di noi sa di vivere e che eppure continua a vivere. Una brutta, bruttissima fine. Ma qui non c’è tempo per inutili moralismi, the show must go on e con un

«Come ti immagini la fine?»

si passa al livello successivo, un ulteriore passo verso un mondo tra finzione e verità, tra il sogno e la realtà.

Che si tratti di un sogno – come esordisce la canzone – o della realtà non è importante, del resto – ci dice Frigoproduzioni –

«il sogno è uguale a quello che vediamo»

a voler rimarcare il fatto che crediamo a ciò cui siamo spinti a credere. E infatti per l’abbondante ora di spettacolo, finzione e verità si mischiano continuamente, si incontrano e si scontrano, come quando i componenti di Frigoproduzioni, che interpretano i membri della band musicale alle prese con la scrittura di Tropicana-la canzone, ribadiscono più volte di non essere il Gruppo Italiano, dicendo esplicitamente: stiamo facendo Gruppo Italiano, ma non lo siamo, però lo facciamo come se lo fossimo… E noi li ascoltiamo? Come al solito non troppo, meglio rimanere ancorati a ciò che quell’ambiente così simile a un green screen ci rimanda. Verità e finzione si rincorrono, si prendono e fuggono l’una dall’altra in un continuo gioco di dentro-fuori, che mantiene la scena viva e vivace. L’espediente metateatrale spinge la vicende biografico-professionali delle due formazioni ad avvicinarsi, sfiorarsi, toccarsi senza mai sovrapporsi del tutto: l’autore (Francesco Alberici), il chitarrista (Daniele Turconi), la cantante (Claudia Marsicano) e il giovane aiutante (Salvatore Aronica) sono sia i personaggi della genesi di Tropicana-la canzone che i personaggi-persone di Tropicana-lo spettacolo, che, tra confessioni, diverbi e incomprensioni, dipingono un articolato discorso sullo stato dell’arte, sulle necessità, debolezze e frustrazioni degli artisti. Ne scaturiscono battibecchi, compromessi e le naturali gerarchie; e ancora, c’è la difficile comunicazione, che passa da battute edulcorate per tentare di non far terremotare il già precario equilibrio a reazioni più rabbiose e inaspettatamente ironiche, fino a vere e proprie uscite di scena.

Si ha la sensazione che i rapporti tra i quattro siano sempre sul filo del rasoio: hanno forse paura di ricalcare la scia del Gruppo Italiano? Per tornare a una delle domande poste a inizio spettacolo, si immaginano forse così la loro fine, come un giocattolo nelle mani di quel bambinone capriccioso del Mercato? Forse sì, sicuramente timore e angoscia muovono i fili, ma c’è anche una sottile resistenza che non demorde mai: un voler lottare contro quelle logiche del mercato che attaccano silenziosamente da più fronti, continuando a fare ciò che si sa fare (scrivere, suonare, cantare o sognare), anche se ciò significa farlo da dietro le quinte, contro la volontà dell’altro o a riflettori spenti. L’arma della resilienza personale accanto ad altre piccole resilienze diviene inconsciamente arma collettiva e duratura.

Insomma, le storie delle due formazioni aderiscono bene, proprio perché aderiscono male. Del resto, di esperienze simili a fuochi di paglia ce ne sono state e ce ne saranno ancora, ma guardarle – o meglio, ascoltarle – con attenzione può aiutare a far sì che non si ripetano; quel continuo dentro-fuori, quell’interpretazione empatica con le vicende della band intervallata da momenti di straniamento, rendono Tropicana uno spettacolo godibile e movimentato, in cui chi è seduto in platea viaggia perennemente tra il 1983 e l’oggi, aggiungendo alle biografie del Gruppo Italiano e di Frigoproduzioni la propria, quella di spettatore di un mondo parziale e opaco, le cui profondità rimangono inabissate.

Il meccanismo drammaturgico è sicuramente ingegnoso, ma l’artificio si supera facilmente grazie alle personalità coinvolgenti dei performer che, attraverso le loro peculiarità, strappano risate e riflessioni, facendo emergere ciò che sorregge la punta dell’iceberg.

È una base larga, profondamente radicata e che, lontana dalla luce del sole, non rischia lo scioglimento. È ciò che, malgrado tutto, sopravvive, nella nostra società tanto stanca quanto veloce e perfomativa. Sembra calzante il concetto di rappresentazione della società dello spettacolo teorizzata da Guy Debord, non realtà, non verità fenomenica, bensì «pseudo-mondo a parte […] in cui il mentitore mente a sé stesso», tanto che il vero entra a far parte della finzione.

In Tropicana, il cui debutto risale al 2017/2018, le conseguenze di questa frattura della e nella percezione portano a galla una riflessione sulla comunicazione mediatica odierna, al cui interno le catastrofi che viviamo da tre anni a questa parte (dall’avvento della pandemia alla terribile guerra in Ucraina) sono costantemente oggetto di opinioni. Opinioni e non storie; punti di vista, alcuni da parte di esperti, altri frutto di quella necessità di parlare per non soccombere a quel silenzio che tanto spaventa. Bombardati dai pensieri di altri, siamo costretti a sentire senza ascoltare veramente, a prendere una posizione sulle e tra le posizioni altrui, volgendo le spalle a ciò che c’è dietro e oltre. E allora risuona quanto mai attuale quel «Mentre la tv (diceva), mentre la tv (cantava), bevila perché è Tropicana ye». Non resta che ascoltarlo davvero, per canticchiarlo con un rinnovato senso.

Tropicana di Frigoproduzioni. Foto di Federica Frigo
Tropicana di Frigoproduzioni. Foto di Federica Frigo

Tropicana di Frigoproduzioni

Foto di Federica Frigo
con Francesco Alberici, Salvatore Aronica, Claudia Marsicano, Daniele Turconi drammaturgia collettiva a cura di Francesco Alberici 
scenografia Alessandro Ratti 
in collaborazione con Sara Navalesi disegno luci Daniele Passeri coproduzione Gli Scarti – Teatro i con il supporto di Pim Off / Teatro Excelsior di Reggello (FI) / Residenza IDra e Settimo Cielo nell’ambito del progetto CURA 2016

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