Roberto Latini - Venere & Adone | foto di Carolina Farina

Roberto Latini Venere e Adone. Variazione n.3: siamo della stessa mancanza di cui son fatti i sogni

L’amore di Roberto Latini è viscerale. Soffoca, opprime, lacera il petto. Chiede il permesso di lasciarsi abbandonare alle lacrime, chiede di essere lasciato libero. 

L’amore è materia tragica per eccellenza, qui riproposto nel mito ovidiano di Venere e Adone: la dea, essendo stata punta accidentalmente da una delle frecce di Cupido, mentre quest’ultimo si era sporto troppo per darle un bacio, si innamora di Adone, un giovane mortale. È un amore sbagliato, destinato a una tensione perpetua fra eros e thanatos – fra amore e morte – poiché Venere è già compagna di Marte. La tragedia non è quindi solo quella della dea, ma è anche quella di Marte, che accecato dalla gelosia si tramuta in cinghiale e ferisce mortalmente Adone durante una battuta di caccia; è quella del giovane mortale, vittima innocente di un gioco amoroso; è quella di Cupido geloso dell’amore per la madre Venere. 

Latini è carico di un ricco bagaglio classico, dalla drammaturgia greca a Shakespeare – il suo Venere e Adone ha ispirato il motivo della performance. Quella andata in scena il 16 giugno, in prima nazionale, a Parco della Torre del Fiscale, in occasione del Festival Attraversamenti Multipli, è la variazione numero 3 dell’intero studio di Latini su Venere e Adone. Costante in tutte le variazioni sono le ali di ferro collegate ad una gabbia toracica, di ferro anch’essa e indossate da Latini che entra in scena come Cupido. Anche l’arco è di ferro e nasce dalla fusione con l’asta del microfono. Questa corazza d’ali, anziché farlo volare, lo appesantisce. È un cupido spasmodico, languido, quello di Latini che alterna la narrazione a una, metaforica, caduta dal cielo in cui si appella alla celebre aria di Handel: 

Lascia ch’io pianga

Mia cruda sorte

E che sospiri la libertà!”

Roberto Latini - Venere & Adone | foto di Carolina Farina
Roberto Latini – Venere & Adone | foto di Carolina Farina

La scenografia è scarna ma efficace: un microfono e una pedana con loop station che permette all’attore e autore romano di creare suggestivi giochi di echi e cori che insieme alla musica scandiscono il ritmo della performance. Da sfondo, gli archi dell’acquedotto romano, offerti dal parco della capitale, incorniciano Latini messo in risalto dai colori delle luci a led. 

Per ricordarci che questa è la tragedia di tutti, il racconto si chiude con protagonista un cane telecomandato: in amore, non abbiamo più controllo su noi stessi ma siamo in balia dell’altro, delle nostre emozioni. Ancora una volta emerge la sensibilità dell’autore-attore che sa come sorprendere e incantare il pubblico.

Latini vuole raccontarci la fragilità della bellezza, un Amore consumato dal suo stesso gioco. Ma una volta esaurito l’amore cosa resta? Rimane solo la morte come via di fuga? Questa è l’altra faccia dell’amore, non quella che vivifica ma quella ossessiva, totalizzante. Forse solo custodendone la fragilità sarà possibile salvarlo dall’autodistruzione.     


VENERE E ADONE. Variazione n. 3

di e con Roberto Latini

musica e suono Gianluca Misiti

luce e direzione tecnica Max Mugnai

costume Gianluca Sbicca

produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi

in collaborazione con Epica Festival, Armunia – Festival Inequilibrio, Fortinbras Enterprise

con il sostegno di Regione Toscana e MiC

crediti fotografici: Paolo Cortesi

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