Intervista a Luca Ricci

NUOVI SCENARI, NUOVE VISIONI: INTERVISTA A LUCA RICCI

Eccesso di realtà è il titolo della ventesima edizione di Kilowatt Festival – festival internazionale e multidisciplinare di teatro, circo, musica, ideato e diretto da Lucia Franchi e Luca Ricci – che si è tenuto tra Sansepolcro e Cortona dal 12 al 24 luglio 2022 (qui trovate il diario di bordo #1, #2, #3). Il festival ha avuto inizio nella sua sede storica, a Sansepolcro (12-16 luglio), nei luoghi nevralgici della città, ed è poi proseguito, dopo una pausa di tre giorni, nella cittadina etrusca di Cortona (20-24 luglio).

Abbiamo intervistato Luca Ricci che insieme a Lucia Franchi è il fondatore dell’Associazione CapoTrave/Kilowatt e direttore del Festival.

La ventesima edizione di Kilowatt Festival, per la prima volta, si è allargata a Cortona. Come è nata l’iniziativa di estendere il festival anche in questo territorio?

Non è stata esattamente una scelta, qualche volta il destino sceglie te, nel senso che ti predisponi affinché il destino ti scelga. Lo scorso anno ci sono state una serie di difficoltà nel contesto di Sansepolcro, legate anche al rapporto con l’amministrazione, difficoltà che vengono da lontano. Diciamo che l’anno scorso è stata un po’ la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso e quindi, in quell’occasione, abbiamo pensato che, se non ci fosse arrivato un segnale chiaro dall’amministrazione di Sansepolcro, avremmo anche potuto prendere in considerazione l’ipotesi di portare questo progetto altrove. Non c’era un piano reale. Però quando uno se lo dice probabilmente sta intuendo qualcosa nell’aria. E quindi il comune di Cortona ci ha contattato.

Di propria iniziativa?

Non so dove, ma l’amministrazione ha letto il comunicato che avevamo scritto e ci hanno chiamato. Da lì è cominciato un dialogo che nel corso dei mesi autunnali del 2021 ha concretizzato questa ipotesi. Per noi è stato interessante perché comunque si è posto come un rischio e forse eravamo in cerca anche di questo. Inoltre, ci è sembrato un modo bello di festeggiare i vent’anni del festival, non adagiandoci ma rilanciandoci. Il che vuol dire fare allo stesso tempo un passo indietro: qui, a Cortona, non c’è un pubblico che abbiamo costruito, non c’è una relazione continua con gli spettatori; quindi, da una parte, mi sembra veramente di tornare a vent’anni fa, all’inizio. Però abbiamo avuto la conferma e l’intuizione che questo passo indietro possa servire a farne due avanti, perché effettivamente il contesto di Cortona è un contesto multiculturale e multilinguistico, dove c’è un investimento sulla cultura, sia di senso che economico, più significativo rispetto a Sansepolcro.

Che differenza c’è tra questi due luoghi? Sono due realtà molto distanti tra di loro?

Geograficamente sono a un’oretta di macchina, cinquanta chilometri. Ma dal punto di vista culturale abbastanza: Cortona è più dinamica, è attraversata da una storia turistica più strutturata ed è anche dentro una serie di relazioni umane più sviluppate. Sansepolcro è un luogo più appenninico. Questo si riflette anche sulle persone. Qui, a Cortona, le persone sono più cortesi, più gentili, magari meno schiette, meno dirette. Però a volte è piacevole essere accolti anche con gentilezza. Questo l’abbiamo percepito fortemente. Qui hanno intuito che nel progetto che facciamo c’è una possibilità di investimento per il territorio, una visione. Mentre a Sansepolcro il progetto è sempre stato tollerato, il più delle volte. Non tanto dalle persone, ma a livello politico siamo sempre stati tollerati.

Nonostante questo, la continuità su Sansepolcro proseguirà?

È un po’ come nei rapporti familiari. Possono essere dolorosi, però ti danno anche tanto. Non posso negare che il nostro cuore rimane lì, nell’asprezza di quel territorio.

Come dire… Un matrimonio litigarello?

Diciamo che è più un rapporto di figliolanza, perché almeno il matrimonio lo scegli. Invece quando sei figlio prendi i genitori che hai per come sono, nonostante a volte non li sopporti o li vorresti tutti diversi.

E invece che rapporto avete instaurato con la popolazione? Che tipo di impatto ha avuto il Festival su Sansepolcro?

Il rapporto con Sansepolcro non è mai stato facile. È stato un processo lungo. Non l’hanno accolto affatto bene all’inizio. Ci sono state tensioni, invidie, anche rivendicazioni, perché è molto complesso gestire un successo in un ambiente come quello. Già il linguaggio del contemporaneo è qualcosa che toglie il baricentro, soprattutto in una comunità piccola, molto identitaria e legata alla sua tradizione come Sansepolcro. Se poi questa novità ottiene anche visibilità, successo sui giornali, afflusso di persone da fuori e riconoscibilità la comunità diventa ancora più aggressiva. Addirittura, ci hanno accusato di non essere del posto! Io sono nato a dieci chilometri da Sansepolcro, Lucia a dieci chilometri dal lato opposto, ci faceva ridere: «come non siamo di qui? E di dove siamo?».

Come siete riusciti, dopo queste difficoltà iniziali, a portare avanti questo progetto per venti edizioni?

C’è da dire che lì si è compiuta una cosa importante, cioè la formazione di uno zoccolo duro, di trecento persone più o meno, che non solo vogliono bene al festival, ma lo considerano una cosa loro. E questo è il frutto di tutti i nostri progetti, a partire da quello di Visionari, che non sono mai stati su larga scala, ma sull’approfondimento. Adesso, ed è veramente una cosa rara, questa comunità è estremamente informata. C’è un pubblico speciale a Sansepolcro. C’è della gente che, pur facendo altro nella vita, ha tutta una serie di riferimenti legati al mondo del contemporaneo che non esiste da nessun’altra parte. Quindi, non è più quel semplice pubblico che dice «mi fido di voi». È un pubblico, per esempio, che sa chi sono e cosa hanno fatto le Unterwasser e che sanno paragonare un nuovo spettacolo di Daniele Ninarello con uno di quattro anni prima ed è una cosa che, davvero, non esiste da nessuna parte.

Hanno quindi sviluppato una coscienza critica rispetto a ciò che vedono…

Sì, esatto, e anche una conoscenza. Cosa che ovviamente a Cortona non c’è ancora e non bastano certo due giorni per crearla. Questo aspetto a Cortona mi manca, mi manca uscire dagli spettacoli e sentire quel livello di competenza nelle persone normali che a Sansepolcro c’è. Ciò detto, la sensazione è che Cortona sia un luogo perfetto per un festival. Quindi, se questo progetto andrà avanti, penso che qui si possa fare un salto di qualità.

Hai citato il progetto dei Visionari. Che tipo di importanza ha avuto all’interno delle politiche culturali del festival? È stato la chiave di volta per il vostro successo?

Ovviamente ci ha portato molta fortuna, perché è stato il progetto che ci ha fatto conoscere, che ci ha dato identità, che ha dato un senso al festival. Le prime edizioni non avevano un senso specifico, cioè piacevano a noi ma non importava niente a nessuno. E lì, forse, noi abbiamo avuto l’intuizione, casuale, come spesso accade, di chiedere a un gruppo di persone di selezionare una parte del programma del festival. Dopo, quando vedevamo che il mercoledì sera discutevano di teatro e di danza contemporanea una commessa della Coop, un operaio, un dirigente di banca o un’impiegata dell’Inps, ci siamo detti: «caspita, è qualcosa, no?».

Che tipo di strategia avete adottato per coinvolgere i cittadini in un progetto peculiare come questo?

Non abbiamo mai trasformato i Visionariin un progetto educativo nel senso classico del temine, ma in un progetto formativo. Nel senso che l’azione che è stata fatta si è realizzata tra prove ed errori, ed è stato più creare una sorta di avventura per lo spirito, mi verrebbe da dire, cioè dire alle persone, «rischiate con noi, prendete con noi questa responsabilità, fidatevi di un’intuizione, perché l’arte è di tutti e voi avete gli strumenti per farlo». Non ci siamo posti da sopra una cattedra a dire, «si fa così, questo è bello e questo è brutto, questo è giusto e questo è sbagliato». Questo ha creato senso di appartenenza.

E voi che tipo di scelta adottate nella selezione degli spettacoli del festival?

Io credo molto al teatro come a uno spazio che dia cittadinanza a linguaggi molto plurali. Non mi è mai interessato fare un festival di cose che piacciono soltanto a me. E questo non è una critica verso altri miei colleghi, intesi come direttori artistici, che magari fanno dei festival con identità estetiche molto chiare e nette. A me non interessa. Probabilmente perché a questo festival ho sempre guardato un po’ anche con gli occhi di mia madre, di mia zia, insomma di persone che non sono abituate a masticare questo tipo di linguaggio. Quindi, non abbiamo mai cercato le proposte più semplici o più immediate, ma quelle che considerassero lo spettatore dentro il processo di creazione, degli artisti che non guardassero il loro ombelico, ma che si aprissero verso il pubblico e potessero parlare anche a delle persone che quella lingua non la padroneggiano pienamente. Tutto questo in una pluralità di linguaggi che possa andare dalle cose più arditamente sperimentali e tecnologiche, a quelle basate su una drammaturgia o sul corpo. Anche il progetto di Visionari risponde alla stessa logica. E poi banalmente, mi verrebbe da dire, scegliere le cose belle fidandosi del proprio istinto di spettatore. Ci sono spettacoli di questa edizione che mi è capitato di vedere a Praga, un altro l’ho visto in un isolotto della Danimarca, in un festival dove facevano dodici spettacoli in ventiquattro ore, un altro in un video che mi hanno mandato. Io vedo un sacco di video ogni anno, ne vedo tantissimi, ed è un lavoro molto noioso. Però si possono trovare cose interessanti, altrimenti chiami sempre quelli che già conosci. Anche a me capita di richiamare artisti per sostenerli, perché credo sia giusto valorizzare il loro lavoro, però credo che da direttore artistico si debba anche avere il dovere di essere curiosi, di muoversi, di andare in giro, di costruire degli accordi.

Che tipo di accordi?

Per esempio, abbiamo un accordo con il Boulevard Festival in Olanda per cui ospitiamo dei loro artisti. Ogni anno lavoriamo con un festival olandese diverso, cercando di esplorare realtà nuove. Abbiamo dei rapporti con la Francia, lavoriamo moltissimo, per esempio, con la Fondazione Nuovi Mecenati, cerchiamo di andare alle vetrine francesi per scoprire degli artisti che in Italia non vengono ospitati.

Assumendosi anche una certa dose di rischio…

Certo, ed è una cosa di cui vado molto fiero. È un festival che rischia molto, ogni volta. Non mi costa nulla invitare ogni volta Jérôme Bel oppure il Teatro delle Albe… è facile, non ci vuole niente. Invece, per me, è interessante invitare chi non è mai stato in un festival se penso che sia valido o importante da conoscere. Mi interessa, per dire, arricchire la proposta anche col circo contemporaneo che alcuni miei colleghi più sullo sperimentale evitano: «no, il circo no!». «Invece sì!» Perché ci può essere dell’ottimo materiale, costruito bene, con un pensiero drammaturgico, con tanta vita dentro. Certo, non tutto è esattamente di mio totale e completo gusto, ma non è questo il punto. Non è il mio gusto che deve interessare. Poi a volte posso anche sbagliare, soprattutto quando si ospitano dei debutti. Puoi andare a vedere una prova, puoi leggere un testo, se esiste, puoi discutere con gli artisti su come vogliono comporre il cast, però alla fine non puoi starci dentro e quindi a volte capita che nei debutti qualche delusione ti arriva, da direttore. Fa parte del gioco.

E che progetti avete per il futuro?

Abbiamo partecipato di nuovo al progetto europeo Be SpectACTive che abbiamo vinto per due quadrienni. Sarà difficilissimo, perché non è mai successo che un progetto vincesse per tre volte un finanziamento su larga scala. Però, se ci riusciamo, sarei molto felice, perché sono convinto che questo è il più bello che abbiamo scritto. Quindi, quella sicuramente è la sfida di cui aspettiamo la risposta con più ansia. Poi, sicuramente, Cortona, se la collaborazione andrà avanti, sarà l’impegno principale dei prossimi anni: ricostruire una sensibilità, una coscienza di pubblico che adesso ancora non c’è.

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