Andrea Cosentino

Algoritmi o ricerca? Chiediamo ad Andrea Cosentino

Bando Vestiti della vostra pelle

Le piattaforme social sono diventate nel tempo non solo vetrine, non solo piazze virtuali, non-luoghi in cui sfogarsi. Sempre più spesso sono spazi di condivisione di idee, addirittura di denuncia. Uomini e donne usano lo strumento dei social per unirsi nella militanza, per riconoscersi in micro comunità senza corpo (o solo in parte) e senza confini geografici – con l’illusione, forse, che quello spazio contenga tutto il mondo. E sarebbe superficiale non riconoscere che in molti casi questa strategia funziona, innesca riflessioni e riconoscimenti.

Stuzzicati da un post su Facebook di Andrea Cosentino, in quel mare (di finzione) sconfinato che sono i social, abbiamo raccolto la sua provocazione seria, che esorta giovani e meno giovani, mestieranti o aspiranti a non scambiare le mappe per i territori, a non confondere il mezzo con il fine, a guardarsi bene dal pensare che i bandi corrispondano alle visioni. Ritenendo che “commentare” sia limitante ai fini di un vero confronto, lo abbiamo incontrato per chiedergli ragioni, sensazioni e possibili vie d’uscita da questo ingorgo di bandi e algoritmi che risucchiano le energie del teatro oggi.

«Questa expertise sempre più diffusa e apprezzata a compilare bandi, assecondare algoritmi, programmare sulla carta interventi articolati e socialmente imprescindibili, che è certo una necessità che noi teatranti conosciamo bene, non ci starà facendo perdere ogni residuale virtù?»,

scrive Cosentino.

E ribattiamo noi:

Qual è la nostra virtù?

È una provocazione ovviamente, ma vedo attorno a me colleghi sempre più accaniti e ferrati a scrivere bandi e tenersi al passo con gli ordinamenti ministeriali, che non a ricercare un linguaggio e un agire teatrale al passo coi tempi. La virtù, qualunque essa sia, deve essere da qualche parte nelle motivazioni per cui hai scelto di dedicarti a un’arte così marginale come è oggi il teatro.

Tu perché hai scelto di fare il teatro?

Perché è una roba artistica che mi pareva di poter fare da solo, o anche in compagnia, ma comunque senza doverne rendere conto a nessuno e senza bisogno di troppi soldi, come era per il cinema, che era la cosa che pensavo di voler fare a sedici anni, né di strutture produttive e organizzative impegnative. Ai miei inizi soprattutto avevo tendenze piuttosto autarchiche e anarchiche, e il teatro mi sembrava l’unica arte da poter agire da solo con le mie sole forze, trovando il modo di entrare nelle maglie del sistema qualunque esso fosse, ma riuscendo comunque ad approfondire una ricerca linguistica personale ed esprimere punti di vista non scontati. E poi faccio teatro perché è un’arte biodegradabile, perché non ne resta niente, costituzionalmente si tira fuori dalla pretesa di immortalità dell’opera d’arte. Dopodiché ci siete voi, critici o studiosi, che giocate a raccoglierne testimonianze e custodirne memorie. Ma temo ne verrà fuori una storiografia un po’ falsata, un po’ come quando si dice che la storia la scrivono i vincitori, ma il teatro che mi appassiona è quello marginale, talvolta sofisticato, talvolta popolare, talvolta addirittura le due cose assieme che non è semplice, ma che esiste e resiste nei buchi dell’ordinamento della cultura istituzionale, provando a inventarsi un circuito e una necessità di esistere, soprattutto a livello locale. Ho invece l’impressione che se tra cinquant’anni ci basassimo su quello che leggiamo del teatro di questi anni, ci troveremmo di fronte a un affresco agiografico di innumerevoli e grandi capolavori, controversi e sperimentali naturalmente, persino audaci, in grado di dare la rotta a una società disorientata, laddove, se ci guardiamo negli occhi tra noi addetti, stiamo parlando di spettacoli più o meno riusciti, ma che comunque si svolgono in contesti nei quali ci si esibisce davanti a un gruppo di persone, poche o tante, ma sempre preventivamente complici, o di operazione contro-culturali che performiamo all’interno di fortezze chiuse e inaccessibili ai più. Lo accennavo in un mio spettacolo recente: se vieni qui con la voglia di essere provocato, come posso davvero provocarti? In tutto questo, sia chiaro, non vedo niente di male, se non fosse che parliamo di cultura e soldi pubblici, e non di club privé. E se non fosse che da anni i bandi insistono su alfabetizzazioni teatrali, decentramento, periferie e territorio. Mi pare esista un divario che va allargandosi tra la pretesa sulla carta di creare operazioni incisive sul reale, e la realtà medesima.

«Vecchi teatranti disincantati che conoscono a menadito ogni planimetria […] e artisti giovani che si convincono presto che è lì che bisogna stare», scrivi.

Ma sai, anche quando ero giovane io pareva si dovesse combattere, e con grandi possibilità di essere sconfitti, contro i vecchi che tenevano le chiavi del potere e dei finanziamenti; spesso i vecchi di allora sono ancora miracolosamente vivi, ma talvolta i nuovi “vecchi” sono miei coetanei, quindi forse si poteva pure accedere e non me ne sono accorto. Magari perché ero concentrato sui miei tentativi, non sta a me dire quanto riusciti o fallimentari, di inventarmi un teatro che mi sembrasse sensato. Immagino dipenda da dove concentri le energie, o da quante tu ne abbia. Vado per eccessi, ma mi dispiace che i giovani entrino così velocemente in certi meccanismi, che in qualche modo invitano al cinismo e alla doppia morale. D’altro canto sembra essere l’unica possibilità di fare teatro, a meno che non si sia ricchi di famiglia. Non so, credo sia sempre più complicato trovare spazi di libertà e indipendenza. Una ventina di anni fa questa funzione era in qualche modo assolta da centri sociali e pochi altri spazi aggregativi, ora quali sono?

I progetti che nascono nelle periferie poi che fine fanno? Non si creano circuiti di periferia. La periferia si esaurisce in se stessa. Dunque qual è la via d’uscita?

Non ho idea di come funzioni la burocrazia dei finanziamenti alla cultura. Come dicevo, non me ne sono mai interessato troppo, e non lo dico come un vanto, semmai come un mio limite personale. Su questi argomenti posso solo ragionare in linea di principio, ammesso e non concesso che la cultura debba essere finanziata dallo Stato, cosa della quale ogni tanto mi viene da dubitare, quando vedo lo spreco di denaro di molti carrozzoni e l’utilizzo personalistico di soldi pubblici di troppi vassalli, valvassini e valvassori. Di certo la responsabilità della politica per anni è stata quella di pensare alla cultura come un territorio sostanzialmente sterile, comunque irrilevante, o un piccolo feudo dove coltivare clientele e sistemare amici spesso, ahimè, senz’arte ma certo di parte. Questo in qualche modo non mi riguarda, o mi riguarda come ti riguarda un nemico. Se mi accaloro su questi temi è piuttosto pensando a colleghi che pure stimo e che magari partivano da spinte reali e lodevoli. Io dico semplicemente: non abituiamoci a pensare che ciò che funziona scritto sulle carte, funzioni automaticamente anche nei territori. Il teatro, comunque lo si voglia intendere, deve generare incontri. Il rischio è invece quello di costituirci in una comunità che si sforza di elogiare se stessa in fortezze chiuse, dalle quali fuoriescono comunicati stampa e recensioni entusiastiche come segnali di fumo da un fuoco spento, per non dare allo “Stato finanziatore” l’idea che ciò che accade in quei luoghi ha smesso di interessare chiunque. So che suona scomodo nel nostro ambiente, ma in questo momento vedo più teatro, e addirittura più “ricerca”, in generi considerati bassi come la stand up comedy, dove ci sono artisti che per emergere devono almeno porsi il problema di piacere, colpire, provocare o comunque interessare un pubblico che ha pagato un biglietto. Ci vuole pensiero e mestiere per fare di un’accozzaglia di gente, a cui potenzialmente potrebbe non importare nulla di te e della Cultura con la “C” maiuscola, una comunità, anche se temporanea e con la “c” minuscola. E questa, né più né meno, è l’arte del teatro.

Questo fa a pugni con un altro topos dei bandi: la formazione del pubblico. Le persone che vanno a teatro devono essere formate?

È terribile, a pensarci. Essere persone che vivono semplicemente in società non è sufficiente per godere di un evento teatrale? Semmai c’è una “educazione” di riflesso, perché ti appassioni a un’arte e continui a frequentarla, raffinando i tuoi gusti e divenendo più esigente. Io non ho da educare nessuno. Il valore del teatro, la sua unicità, per me consiste nel fatto che si tratta di persone vive che si relazionano ad altre persone vive. Questo è prezioso.

Se potessimo dare un consiglio a chi pensa i bandi?

Per fare un ragionamento tagliato con l’accetta: chi prende finanziamenti per la circuitazione non dovrebbe prenderli per la produzione. Chi riceve soldi pubblici per produrre spettacoli non deve prenderne per ospitarli. Sarebbe un principio lapalissiano, se non fosse che da decenni il nostro teatro si è formato in un groviglio di scambi, arrabattamenti, sotterfugi e conflitti di interesse, e nessuna delle realtà teatrali grandi o piccole che conosco, con cui collaboro e talvolta persino stimo potrebbe essere d’accordo. Il sistema di scambi può essere anche virtuoso nella migliore delle ipotesi, ma in linea di massima non lo è. Di fatto lo “scambismo” è alle fondamenta del club privè. Allora la mia provocazione, o l’avvertimento che davo nel post che citavi all’inizio, è semplicemente: non abituiamoci a pensare che il valore stia nel disegnare mappe, piuttosto che provare a percorrere territori. La vittoria o la sconfitta rispetto a un bando non è la vittoria o la sconfitta del proprio teatro. È una battaglia contro gli algoritmi e basta. Non si può perdere la lucidità su questo…

Per uscire fuori dalle maglie algoritmiche, ci sarebbe quindi bisogno di spazi di libertà, tempo da “perdere” nella ricerca, nella semina.
Tu sarai uno dei tutor di “Vestiti della vostra pelle”, un progetto di residenze didattiche pensato dall’Università di Roma La Sapienza in collaborazione con Roma Tre: uno spazio, pur ridotto, in cui esercitare questa ricerca?

Si tratta di un progetto pilota che inizieremo in autunno, ma che spero possa crescere e diventare un modello virtuoso. Un progetto, per me, che nasce dalle frequenti richieste di giovani artisti, attori registi, drammaturghi, che spesso ti chiedono un aiuto o un consiglio o addirittura un’opportunità, e tu non sai davvero cosa suggerire. Se penso a Roma e alla mia generazione, lo spazio dove io e altri colleghi abbiamo inventato i nostri linguaggi e coltivato una certa combattività, sono stati prevalentemente, come dicevo, centri sociali, spazi occupati e piccoli teatri che ormai non esistono quasi più. Che non erano l’Eldorado, tutt’altro, ma erano comunque degli spazi da percorrere, dove confrontarsi tra “cani sciolti” e inventare collaborazioni o anche solo crescere attraverso un confronto. Il nostro progetto di residenza didattica vuole essere un piccolo passo per riempire questo vuoto di spazi, fisici e relazionali, per l’incubazione di una nuova generazione teatrale indipendente e sperabilmente non accademica. Come didatta, che poi non sono, mi interessa mettere la mia esperienza a servizio di progetti che non sono miei, non partono da me e non sono destinati a me. Fiancheggiare mi diverte, perché mi arricchisce, e comunque soddisfa una mia curiosità verso le nuove generazioni. Non sarà una scuola di teatro in cui si sta in una dimensione protetta e in qualche modo rassicurante, come se il punto fosse davvero imparare un’arte o un mestiere e poi iniziare ad esercitarlo. L’università è un luogo dove si studia il teatro, dove si forma il pensiero e mi pare una sfida interessante che possa essere al contempo anche un luogo in cui si possa costruire, sulla base di questo pensiero, l’artigianalità di un nuovo teatro. Il progetto Vestiti della vostra pelle” è pensato per intercettare gruppi o compagnie, non necessariamente studenti, che possono incontrare tutor fiancheggiatori, incontrarsi tra di loro e infine incontrare un pubblico con spettacoli e esperimenti performativi che appartengono a loro, e che li rispecchiano. È una scommessa. È un laboratorio, ma non ti dà degli strumenti, ti invita a crearteli da te. Anche perché nel teatro bisogna inventare linguaggi continuamente, non per il gusto della novità e della stravaganza, ma perché è la società stessa a cambiare, e bisogna stare al passo, pena l’estinzione. E se possibile, anche mezzo passo più avanti, pur senza voli pindarici che finiscono con l’essere solipsistici.

Le residenze didattiche fanno parte del più ampio progetto Sapienza “Per un teatro necessario”. Necessario a che? O a chi?

In nome del teatro necessario, e di termini come “bisogno” e “impegno”, sono stati e continuano a essere commessi molti crimini, artisticamente parlando. Forse il punto è semplicemente che chi inizia a fare teatro spinto da un senso di necessità provi a conservarla contro ogni difficoltà e scoraggiamento, impari a darle un nome e poi anche un’articolazione linguistica, e infine inventi una scena che possa consentirle di esplodere. Il teatro è necessario, secondo me, non se e in quanto ha a che fare con l’impegno o col sociale, ma quando la tua urgenza di fare incontra o suscita una urgenza di ascoltarti che magari il pubblico non credeva neppure di avere, e che poi assieme si faccia fuoco e fiamme, senza doversi chiedere chi sia stata la scintilla e chi il combustibile.



Il bando per il progetto “Vestiti della vostra pelle” si può scaricare a questo link!


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