Rena Mirecka

La vita è sogno: la via del cuore (con il teatro alle spalle)

A Breslavia il 27 agosto si è spenta Rena Mirecka

Non faceva più teatro, almeno non nel senso convenzionale del termine, non ne aveva più bisogno, ma grazie ad esso è andata incontro alla vita. 

Nel 1984, dopo 25 anni di lavoro comune, il gruppo del Teatr Laboratorium di Wroklaw si scioglieva e Rena Mirecka, che insieme a Antoni Jahołkowski, Ryszard Cieślak, Zygmunt Molik, Zbigniew Cynkutis e Stanisław Scierski ha incarnato l’ideale dell’«attore» santo di Jerzy Grotowski, ha continuato la sua ricerca in modo indipendente fuori dai territori del teatro. Dalla prima metà degli anni Settanta infatti il Teatr Laboratorium non produceva più spettacoli, ma creava progetti come l’Albero delle Genti in cui coloro che partecipavano erano chiamati a cercare la sincerità della propria presenza in un atto pubblico e collettivo. Il lavoro dell’attore si era trasformato in una ricerca sulla qualità della presenza e il teatro, in un primo momento strumento di quest’operazione, era stato superato. In fondo gli attori del Teatr Laboratorium sono stati come dei naufraghi approdati in un’altra terra che è inizio e fine del teatro stesso.

Non stupirà quindi che quest’intervista, raccolta circa dieci anni fa, prende avvio da un equivoco, anche se a ben vedere i fraintendimenti sono spesso più chiarificatori di ciò che si tenta intenzionalmente di far emergere attraverso il consueto gioco di domande e risposte.

Che cos’è il teatro?

Questa è una domanda molto difficile per me. Da quel che vedo mi sembra che ci siano molti attori creativi, che per lo più sono usati dai registi secondo schemi molto rigidi. Questo dà rapidamente dei buoni risultati funzionali allo spettacolo, ma con l’andare gli attori rischiano di trasformarsi in marionette, e il teatro di marionette per me è meno “provocante” perché non cerca l’incontro… 

Sì, certo, ma per te il teatro cos’è stato?

Non so… non sono stata nel teatro. Io non lo posso dire.

Quindi la parabola del Teatr Laboratorium non è stata un’esperienza teatrale?

È una cosa totalmente diversa perché nel Teatr Laboratorium prima si pensava ad aprire la sorgente dell’uomo. Si trattava di un immenso incontro fra le persone e con i rapporti verticali.

Che cosa sono i rapporti verticali?

Per saperlo dovresti partecipare al mio lavoro… Devi capire che noi siamo nella volontà di un tutto e c’è un’altra volontà che dirige la nostra volontà. Noi siamo gli strumenti della grande vibrazione della natura.

Nella tua giovinezza, da cosa è stata determinata la scelta di iscriverti a una scuola di teatro?

A quel tempo per me non era chiaro quello che facevo. Avevo cominciato degli studi di economia. Non ero entusiasta e dopo tre mesi ho tentato l’esame di ammissione alla scuola di teatro. Era complicato e difficile, bisognava conoscere qualche professore, avere degli amici insomma. Io però decisi di tentare e, pur non avendo nessuna conoscenza, superai le tre fasi degli esami di ammissione senza sforzi particolari e con naturalezza. Così mi accettarono. Il teatro per me allora era un’intuizione, non era ancora una condizione di reale conoscenza.

Cosa ti aspettavi dal teatro?

Una grande avventura. Quando ho incontrato Grotowski, lui mi fece firmare un contratto. Non mi sembrava che tutto fosse completamente chiaro, mi chiedevo di che cosa esattamente si trattava. Comunque accettai… diedi il mio consenso… ho firmato la mia appartenenza al gruppo di Grotowski per tutta la mia vita. È stato l’inizio del cammino del mio destino.

L’inizio di un cammino è spesso confuso, si va in una direzione ma non si sa bene perché… Quali sono stati i passi attraverso cui si è definita la ricerca nel Teatro delle Tredici File?

Sin dai primi giorni Grotowski prendeva ognuno di noi e indicava il lavoro individuale per il training. Da lui partì la proposta di creare una partitura per una serie di esercizi che a poco a poco sono diventati un alfabeto per far vivere ogni parte del corpo. È stato un mezzo per “aprire” il corpo. Questo fu il primo passo. Quello successivo è stato l’elaborazione di esercizi “creativi”. Ogni “lettera”, cioè ogni più piccolo gesto doveva essere il risultato di una ricerca in cui si individuava l’intenzione che diventava la base del movimento. Allora ha avuto inizio anche il periodo tecnico. Entravo in contatto insieme con gli altri miei compagni con una forza che ci era sconosciuta, ma che era necessario cercare perché quello che facevamo fosse veramente vivo. 

Piano piano, passo dopo passo aprivo la sorgente di me stessa che era nascosta e sconosciuta. Questo è successo grazie alla guida di Grotowski che cercava di conoscere ognuno di noi e stimolarlo verso un’apertura: essere senza recitare un’altra persona, senza recitare il personaggio del dramma scritto. Così lentamente, e durante diversi anni, salivo i gradini di una scala aumentando sempre le difficoltà del mio lavoro. Quando tutto era definito allora era tempo di cominciare un altro lavoro mettendo da parte quello che si conosceva. 

Ho dedicato tutta me stessa a questo lavoro, era necessario. Se non ti piaceva andavi via. Sono passate molte attrici da noi che non potevano stare a lungo perché erano guidate da un’attitudine schematica legata a un’idea di bellezza superficiale. Nel nostro gruppo, e per Grotowski, la bellezza era, al contrario, anche non essere belli, perché la vita non è sempre arcobaleno, ma anche nebbia, ombra e buio

Nel nostro lavoro si provava a reagire in modo estremo, cioè non quotidiano, non conosciuto, non banale. Si lavorava giorno e notte… e la notte non è tranquilla se tu hai cominciato questo processo interiore. Sì… un cammino quasi senza riposo. Nel nostro teatro si doveva essere pronti, anche se eri malato. Cieślack, per esempio, faceva i suoi esercizi e lavorava nello spettacolo anche con un braccio rotto. Se avevi la febbre lavoravi lo stesso

Questo era possibile perché eravamo giovani. Ora non mi interessa vivere così. Quando ho cominciato la mia ricerca totalmente indipendente e capii che il teatro era per me un libro chiuso, ho cercato se potevo essere presente toccando gli altri senza forzare niente. Così sono entrata in un periodo nuovo cercando il mio ritmo autentico, organico e personale…  

Sono stata fortunata perché proprio quando il Teatr Laboratorium moriva, io non ho pianto. Non ho pianto, no;  avevo la possibilità di entrare in me stessa e dare con più intensità agli altri quello che io sentivo, senza una disciplina imposta dall’esterno. Ora sono già 22 anni che cammino in questa ricerca parateatrale.  

Qual è il rapporto per l’attore tra professione e vita?

Io non posso rispondere per tutti gli attori, ti posso dire che per me è stato impossibile separare l’una dall’altra. La necessità di “essere totale” nel dare forza e presenza agli impulsi e alle azioni interiori del corpo esigeva da me una grande disciplina, così dopo anni mi sono accorta, in modo del tutto naturale, che la vita creativa era una cosa primaria. Anche quando viaggiavo nei diversi paesi e mi trovavo in contatto con luoghi e culture interessanti io non potevo comportarmi da turista e andare la mattina a vedere il museo o incontrare gente e tanto meno andare a divertirmi dopo lo spettacolo. Per me il mio lavoro era un tesoro… Del resto solo se dedico tutta la mia energia io posso ricevere l’aiuto. Per questa determinazione io ho perso tutta la vita privata

Perso?

No… non perso, si è allontanata. Io vivevo con grande intensità i primi anni di lavoro con Grotowski. Ero giovane e avevo bisogno di essere come tutte le altre donne, ma nella vita quotidiana non trovavo la stessa intensità nelle sensazioni, nelle esperienze e nei pensieri. Può darsi non ero abbastanza disponibile verso la quotidianità.

Anche oggi spesso mi dicono che è necessario coltivare la vita esteriore come quella interiore. Lo faccio, ma come se mi muovessi verso una luce molto lontana, sono totalmente coinvolta in questo. Ma alcuni pensano che per me sia meglio “giocare al mondo”… Ma io non cerco di essere popolare o famosa… Succede che la gente mi cerca perché se tu vivi con intensità diventi come una voce nella foresta. La fiamma del dare vibra anche senza la pubblicità, io non la cerco. La gente vive con me forti esperienze e dopo parlano e se qualcuno è interessato cerca un incontro, anche attraverso delle parole, come adesso. Ma io non posso spiegare con le parole cos’è questo lavoro, come non si può spiegare che cosa è l’amore.

Chi vuole sapere in cosa consiste la mia ricerca deve venire a lavorare con me e lo deve sentire sul suo fiato, sul suo respiro, sul suo sudore, sulla sua paura. È un grande lavoro come quello di uno scultore che deve togliere dalla materia quello che non serve. Anche noi dobbiamo eliminare le tensioni. Molto spesso la gente viene e pensa: «Cosa fa? Cos’è? Io non posso…». Ma invece può, può… è possibile essere nell’azione della danza ed esprimere il proprio sogno, cioè quello che ti manca nella vita per essere.

Ognuno di noi ha dentro questi bisogni, ma cerca di soddisfarli con la testa, mentre è nei movimenti che io li guido piano piano… e quando meno se l’aspettano le persone reagiscono. Prima però la mente deve essere calma fino a quando non arriva il momento in cui, invece di fare o muovermi, “sono mosso”. Io cerco di creare un ponte tra l’uomo, il suo corpo e i suoi impulsi verso un’esperienza che gli è propria. Io lo guido in modo che non imiti quello che faccio, ma piuttosto trovi dentro di sé un suo percorso al sogno… del resto qualcuno lo ha detto che la vita è sogno. Quando mi chiedono cosa penso dei sogni, io rispondo che sogno poco perché i sogni sono la continuazione della vita di ogni giorno e se purifico la mia mente e il mio corpo ho la notte tranquilla. Io sogno con gli occhi aperti in questa via che è viva.

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