VETRINA DELLA GIOVANE DANZA D'AUTORE |nicholas baffoni fitting

ITINERARIO NELLA VETRINA DELLA GIOVANE DANZA D’AUTORE

La Vetrina della giovane danza d’autore si è svolta a Ravenna dal 15 al 17 settembre all’interno del Festival Ammutinamenti – abbiamo intervistato il gruppo curatoriale qui. Tre giorni intensi dedicati alla presentazione delle creazioni di giovani autrici e autori selezionati mediante un bando nazionale annuale.

La Vetrina si conferma una grande opportunità, non solo perché offre la possibilità di mostrare le proprie creazioni dinanzi a un pubblico composto prevalentemente (ma non solo) da operatori del settore, ma perché rappresenta un percorso di formazione e arricchimento mirato a orientare i giovani verso la conoscenza degli elementi che compongono il sistema italiano della danza. Tutto questo è possibile grazie all’azione del Network Anticorpi XL, che dall’edizione del 2021, ha trasformato la Vetrina della giovane danza d’autore in eXtra, mostrando una particolare attenzione verso il presente e la società in costante mutamento in cui siamo immersi.

Il senso di appartenenza è sempre più sfaccettato, come lo sono le identità e le forme di socializzazione. Se questa moltitudine si pone come una potenziale risorsa, l’identità si arricchisce di punti di vista diversi. È proprio questo il clima che si è respirato nei tre giorni del Festival, un concentrato di prospettive differenti dal sapore di libertà.

La Vetrina, infatti, è stata un’esperienza intensa per i protagonisti che ne hanno fatto parte, come pure per tutti noi spettatori, operatori e operatrici del settore e non, immersi in una macchina creativa dalle mille sfumature.

Eravamo in Darsena venerdì 16 qualche ora prima del tramonto, mi guardavo intorno e una luce naturale molto fitta illuminava ognuno di noi. Apparivamo come tanti fasci luminosi divergenti in stati d’animo ed esperienze ma irradiati da un’unica fonte: l’arte e la sua potenziale espressione. La canonica frase del diritto romano: Do ut des – «do [a te] perché tu dia [a me]» potrebbe sintetizzare l’essenza di questo percorso.

Ravenna è uno scrigno di storia e di cultura, una città di origini antiche con un passato glorioso, e dimostra, ancora oggi, di essere un crocevia coraggioso in grado di connettere il passato con il presente valorizzandone la correlazione. Diversi gli spazi dedicati alla Vetrina, a seconda delle necessità artistiche dei giovani autori: quelli outdoor come la Darsena, quelli chiusi come il Teatro Rasi (da pochissimo rimesso a nuovo), le Artificerie Almagià e la Fondazione Sabe per l’arte. Cornici semplici, contemporanee, quasi asettiche, ma in grado di inglobare, assorbire e restituire l’energia delle performance.

Giovedì 15 settembre ad aprire le danze della Vetrina, Giada Vailati e Francesco Sacco che portano in scena la performance: Questo è il mio corpo (un’altra Ofelia). I due giovani autori – lei danzatrice, coreografa e contributor, lui compositore, drammaturgo e regista per produzioni di teatro, danza contemporanea e performance – hanno trasformato le Artificerie Almagià nella sede di un rito di iniziazione. La performance è frutto di un percorso di ricerca sul personaggio shakespeariano di Ofelia, la delicata e fragile donna che impazzisce sia per la delusione d’amore provocata da Amleto, sia per la morte del padre Polonio e trova solo nel suicidio un atto di liberazione.

In questa performance i due autori hanno focalizzato l’attenzione sul particolare rapporto con il possesso del corpo che il personaggio di Ofelia ha nella vita e nella morte. Il risultato è un vero e proprio rituale di riappropriazione attraverso la perdita in cui il movimento e il suono, basati sulla ripetizione, provocano un ciclo chiuso e reiterato destinato a un rapsodico ed eterno loop. Ossimorica la sensazione di restrizione e liberazione, perdita e conquista di un corpo che inizia a esistere nella ricorsività dei suoi stessi movimenti.

Il Teatro Rasi è il palcoscenico di tutti gli appuntamenti serali della Vetrina, lì si sono susseguite tre performance. A inaugurare la serata del 15 la performance Oscilla – connections in space di Simone Arganini, danzatore e autore che si occupa di sound design e programmazione, Daniele Fabris, anche lui designer sonoro e Amerigo Piana, designer e sviluppatore di istallazioni multimediali interattive. I tre artisti condividono un percorso formativo nella musica elettronica accademica, con un’attenzione alla tecnologia come strumento di indagine di relazioni e interazioni possibili.

L’interattività del performer tramite sensori e la sua danza permettono di esplorare le qualità delle relazioni in una duplice esperienza: sé stesso e il non umano, a dimostrazione di una trasformazione di immaginario visto come segno di incessante mutare delle forme viventi.

La seconda performance al Teatro Rasi è Ordinary people, creata e interpretata da Marco Di Nardo e Juan Tirado. Sulla scena assistiamo a storie indipendenti che descrivono la difficoltà che procura il disturbo dell’attenzione. Due corpi eleganti, sinceri, che attraverso il linguaggio della danza e della musica riescono a ricreare il caos che questa condizione comporta per le persone che la vivono.

La serata del 15 si conclude con lo spettacolo Small living space, ideato e interpretato da Antonio Taurino. È la storia di un uomo che, manipolato dalle proprie paure, sofferenze e angosce vive un deleterio scontro con sé stesso. Lo stato di vulnerabilità da cui è invaso si trasforma in paura di apparire fragili alla società. In questo specchio tra io e altro, la relazione con l’altro diviene così il luogo della relazione con noi stessi.

Nella giornata di venerdì 16 alle Artificerie Almagià inizia un nuovo giorno della Vetrina. Ad accogliere il pubblico in sala tre corpi che, dopo qualche minuto di silenzio e immobilità, iniziano a interagire tra loro su musica. È la performance all you need is, creazione di Emanuele Rosa e Maria Focaraccio, accompagnati da Armando Rossi. La collaborazione e connessione artistica tra i due autori nasce nel 2020, e già nel 2021 hanno presentato in Vetrina il progetto HOW TO_ just another Boléro.

Partendo da figure di balli di coppia tradizionali come il tango, il valzer, la salsa, esplorano la logica delle opposizioni binarie che sono alla base del nostro sistema di pensiero, aggiungendo un terzo elemento nella “relazione”. Il risultato è un ballo-di-trio fatto di connessioni e incastri come metafora di un equilibrio raggiunto lontano dalle dicotomie sociali ideologicamente, socialmente e culturalmente “accettate”.

Prendere parte alla Vetrina significa anche conoscere tante persone e condividerci del tempo. Nel tragitto tra uno spazio e l’altro, dalle Artificierie alla Dansena, nel tempo di preparazione della performace successiva ci si scambia riflessioni, idee, considerazioni.

Un’auto, quattro ragazze e uno skyline estremamente suggestivo, sono gli elementi che compongono SPEEED, una creazione di Parini Secondo e Alberto Ricca/Bienoise con la partecipazione di Camilla Neri, Martina Piazzi, Francesca Pizzagalli e Bianca Berger.

La performance è un lavoro fedele alla sua fonte d’ispirazione – il fenomeno della Para Para e dell’Eurobet diffusosi negli anni ‘90 nei club di Tokyo – anche se situato in un contesto e in uno spazio differente, e ha come peculiarità il movimento iper-dinamico delle braccia. Il risultato è un’atmosfera colorata, piacevolmente caotica e travolgente.

La prima performance serale al Teatro Rasi è stata: W am I, creata e interpretata da Nunzia Picciallo. L’artista ha dimostrato una sensibilità aperta a stimoli multidisciplinari e profondamente delicata nel “denunciare” un’identità non stereotipata. Le 5 W (Chi, Cosa, Dove, Quando, Perché) sono le domande all’origine del processo creativo dell’artista, la quale risponde con il suo corpo attraverso il movimento, la ripetizione e lo sfinimento alla ricerca di una fisicità genderless che riveli l’identità. W am I è più di una performance, è lo spazio sicuro di un corpo e un’anima, è la consapevolezza di se stessi, è la forza di reagire e di esistere.

Tracce | Looking for a place to die è una creazione di Sara Capanna, Barbara Carulli e Michele Scappa. Questa performance vede tre corpi interagire e sfuggire con la luce e il buio alla ricerca di un luogo non definito, un altrove irraggiungibile. I tre danzatori mettono costantemente in discussione i propri punti fermi ri-cercando tracce di esistenza per attraversare l’ignoto. Un viaggio alla conquista di un con-vivere e di un con-morire attraverso l’esperienza del corpo e delle sue infinite possibilità di ri-crearsi nel movimento.

A chiudere la serata del 16 la performance Hansel & Gretel alteration, creazione di VIDAVÈ Crafts con Fabio Cavallo, Noemi Della Vecchia e Chiara Mocci. Rivisitando e alterando la fiaba dei fratelli Grimm, la performance si concentra sulla figura di tre personaggi fluidi che, attraverso un gioco-non-gioco, esplorano una dimensione inconscia sconosciuta. Un ambiente asettico, uno spazio altro in cui affrontano le proprie insicurezze raggiungendo la consapevolezza di se stessi e del mondo esterno. La storia mette inoltre in risalto le difficoltà dei legami affettivi tra i componenti di una famiglia odierna e i disagi educativi adolescenziali.

Nel pomeriggio di sabato 17, in doppia replica, la Fondazione Sabe per l’arte ospita la performance FITTING creata da Nicholas Baffoni e interpretata insieme a Camilla Perugini.

L’opera racconta della complessità e dell’enigmaticità delle relazioni, le quali si nutrono e si rinnovano attraverso tutto ciò che ci circonda. Da un mucchio di scarpe, rivelatrici di esperienze di vita vissuta, nasce l’azione dei due danzatori che indossandole ripercorrono i propri sentimenti e quelli dell’altro: un “gioco” fatto di intrecci, complicità, scambi e rinunce.

Il palco delle Artificerie Almagià, allestito come un campo di battaglia, ospita Folk tales. La performance è una creazione di Gloria Dorliguzzo accompagnata da Jessica D’Angelo e indaga l’incontro/scontro con l’alterità. L’utilizzo dello spazio e la partitura coreografica definiscono il potere generativo del duello, frutto di costanti tensioni ma mai di dispute di superiorità, a dimostrazione delle infinite opportunità che il rapporto con l’altro apre grazie all’ascolto e alla disponibilità.

L’appuntamento fisso serale al Teatro Rasi viene inaugurato dallo spettacolo Wannabe, la prima collaborazione tra la coreografa Fabritia D’Intimo e il musicista Federico Scettri.

La performance vuole, attraverso la danza e la musica, indagare il corpo femminile contemporaneo costantemente iper-sessualizzato dai mezzi di comunicazione come la televisione o i video clip.

In una società letteralmente ossessionata dalle dimensioni e dalle forme del corpo umano che sono considerate, ingiustificabilmente e superficialmente, anche una sorta di specchio dell’identità personale, i movimenti ripetitivi della danzatrice conducono in un viaggio fisico di accettazione e liberazione dei codici predefiniti. Wannabe è la denuncia all’omologazione e il motore per superare i limiti personali e sociali.

La performance double:double di e con Elena Sgarbossa è l’incontro tra il movimento e una collezione digitale di screenshot che scandiscono la rarità del fenomeno dei numeri uguali. Ad esempio, è socialmente riconosciuto come segno di buona sorte o di allineamento con il tempo il guardare l’orologio e vivere l’esperienza delle 11:11. Così la performer ricrea attraverso il proprio corpo l’ambigua sensazione di corrispondenza e di sincronia alla ricerca di concetti di esattezza e puntualità.

A chiudere la serata del 17, ma anche la Vetrina stessa, la creazione di Bianca Berger intitolata Fermati. Questa performance è il connubio tra danza e matematica, elementi che l’autrice riesce a far convivere in un intreccio dialogico e relazionale. Il teorema matematico di riferimento è quello di Fermat e si pone come base alle scelte coreografiche, strutturali e drammaturgiche dell’opera.

Fermati è una creazione altamente concettuale tanto da risultare essenziale e sostanziale dal punto di vista della compiutezza logico e pratica.

Quattordici le performance di questi tre giorni a Ravenna e sono il frutto di processi creativi che aprirebbero un’infinità di dibattiti anche di natura politica e sociale. Ancora una volta l’arte, in questo caso la danza, rappresenta un indiscusso strumento di comunicazione e denuncia.

La Vetrina è un esempio di quello che in gergo possiamo definire schiaffo nei confronti di chi non considera come prerogativa necessaria l’esperienza artistica, sia come pratica che come fruizione. Si aprono le porte a un futuro che è già qui, alla conquista di una riappropriazione del comunitario nel senso più inclusivo e comprensivo di scoperta e coscienza di sé stessi e cura e comprensione per gli altri.

Sempre più nella vita di tutti i giorni si parla e si discute di interdisciplinarità, multiculturalità, interconnessioni e così via, tutti prefissi che auspicherebbero la ri-scoperta di un senso di condivisione e accettazione dell’altro, in una mescolanza che potrebbe condurre a punti di contatto e di reciproca armonizzazione.

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