Edificare un Noi: Aria, il Festival di teatro dell’Università dell’Aquila

È iniziata la 5^ edizione di Aria, il Festival di teatro dell’Università dell’Aquila, inaugurata a ottobre da un Laboratorio di teatro partecipato condotto da Rita Maffei e che nel mese di novembre ospita il Teatro delle Albe, Fanny & Alexander e Lino Musella

L’Aquila porta con sé una fragilità evidente e, in territori screpolati come questo, la rassegnazione alla disgregazione sociale e quindi comunitaria è dietro l’angolo. Esistono però delle finestre di luce, dei chiarori luminosi abbastanza per permettere di stanare i vuoti e incoraggiarne il riempimento. 
Abbiamo parlato con Doriana Legge, docente di Storia del teatro e Problemi di storiografia dello spettacolo nell’Ateneo aquilano e curatrice del festival.

Come nasce il festival Aria? A partire da quali esigenze?

L’Aquila ha una tradizione teatrale molto importante soprattutto dal punto di vista degli studi perché qui c’erano Ferdinando Taviani e Mirella Schino che hanno fatto della città un centro di teatro attivo, era una meta ambita dagli studenti di spettacolo e si è formata una generazione di giovani interessati al teatro in diverse forme.
La successiva assenza di Ferdinando Taviani e di Mirella Schino ha creato un vuoto: nessuno ha ereditato quella ricchezza. Sono cambiati i corsi di studio, non c’è più il Corso di Laurea in Studi Teatrali, rimangono solo degli insegnamenti. 
Quando ho iniziato ad insegnare in università, uno dei miei obiettivi era quello di creare una comunità teatrale. Bisogna tenere in considerazione che siamo in una città ferita dal terremoto, che non ha più gli spazi, in cui le persone sono disperse e dove gli studenti fanno per lo più avanti e indietro dalle diverse province.
Cinque anni fa con Massimo Fusillo abbiamo deciso di fare in modo che le attività teatrali, che organizzavamo in modo sparso e non organico, si inserissero tutte dentro questo festival.
Questo progetto ci permette di mostrare, qui a L’Aquila, delle cose che altrimenti non passerebbero. Abbiamo creato un circuito alternativo che non ha la pretesa di escludere quello della città, ma che dà modo al pubblico di vedere diverse cose. Un altro obiettivo è quello di dare la possibilità agli studenti di assaggiare il teatro pratico, cosa di per sé molto difficile nel nostro contesto: chiamando degli artisti, ad esempio, si è costretti a dover ridurre i laboratori a poche giornate. Nonostante questo credo sia necessario farlo, anche se è apparentemente piccolo l’apporto che può dare all’interno del processo di formazione di uno studente.

Abbiamo menzionato il Professor Ferdinando Taviani, colonna portante di questo ateneo. Lui definiva artificiale il sistema di sostegno economico, l’ha denominato «un handicap cui reagire» portando in superficie la sua tendenza a premiare una qualità pensata e realizzata all’ingrosso, per linee generali, che non i dettagli di una pratica artistica. Solo il lavoro, secondo lui, può contrastare le inclinazioni del sistema di sostegno che svalutano le basi dell’arte teatrale. Si tratta di un argomento ancora molto attuale se si pensa, per esempio, ai vincoli propri dei bandi (ministeriali e non) e alla nodosità dei vari canali d’accesso alle sovvenzioni. In questo senso, può essere l’università un riparo sicuro in cui tentare di recuperare il tempo sacro della ricerca e della condivisione teatrale?

Io credo che sia il luogo più adatto. Se pensiamo al coinvolgimento degli studenti, loro non hanno nulla da perdere, mentre gli artisti sì. Sono in un tempo sospeso in cui devono decidere cosa fare e cosa diventare, è un terreno vergine e potenzialmente libero da logiche di mercato.
Naturalmente il lavoro che si fa, per esempio in un festival come il nostro, è sempre strettamente legato e commisurato alla disponibilità dell’ateneo, anche economica, perché un’attività del genere non si crea dal nulla. L’Ateneo e le persone che orbitano intorno alle attività teatrali, dai ricercatori ai docenti, devono avere voglia di investire sul materiale umano che siamo noi e che sono gli studenti. Bisogna inoltre fare attenzione, per poi prenderne le distanze, al rischio di trasformare l’università in un guscio, pericolo che fa parte delle belle iniziative e dei bei progetti: sicuramente gli anni universitari danno la possibilità di sperimentare e affinare i ferri del mestiere,  ma quegli anni finiscono e per questo è importante far vedere cosa succede fuori, non rimanere chiusi. Ho notato che molte persone in questa città sono rimaste scottate dal teatro, ma sono ancora perse.
È poi vitale che gli studenti non facciano solo laboratori con l’artista ospite, occorrono un tempo e uno spazio dove fare luogo.  

All’interno della programmazione del festival di quest’anno sono stati ospiti Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, fondatori nel 1983 Teatro delle Albe a Ravenna.
Il 14 novembre Martinelli ha lavorato con adulti e ragazzi in un’azione corale, Mi ritrovai, riflessione sull’origine e sulla funzione del coro nel teatro greco. Il titolo è una delicata estrazione dalla Divina Commedia: il lavoro della compagnia su Dante prosegue da qualche anno, ne è prova The Sky over Kibera, film, proiettato la sera di lunedì, realizzato nello slum di Nairobi e testimone del lavoro fatto con 150 ragazzi keniani sul componimento dantesco. Il giorno successivo il festival ha accolto la prima nazionale di Pasolinacci e Pasolini, omaggio della compagnia ravennate alla disperata vitalità di Pier Paolo Pasolini.

Il lavoro di Martinelli è assolutamente prossimo alle intenzioni del festival: scovare un’ecchimosi, cercare insieme una cura con il teatro. «Sto nel coro proprio per essere vivo», ci dice, è per questo che alle volte alcune strade sembra debbano incrociarsi. In questo caso a rendere brillante questa congiunzione è la volontà di creare un noi che passi attraverso gli strumenti del teatro per cercare, attraverso essi, di diventare permanente.

Perché il tuo lavoro si concentra così tanto sui ragazzi?

I ragazzi sono immediatamente dionisiaci, quando lavoro con loro mi viene in mente il Marco adolescente che passava dai momenti di disperazione a quelli di gioia in un lasso di tempo minimo. Dioniso è anche questo, il tentativo di fare ordine tra quei contrasti e quegli eccessi di cui è fatto il dionisiaco, che poi è l’essenza stessa del teatro. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.