Roma Live Arts incontra Eugenio Barba e Julia Varley

Roma Live Arts, rassegna internazionale delle arti dello spettacolo a cura di Gino Auriuso e Paolo Pasquini, promuove l’incontro esperienziale e performativo tra diverse realtà artistiche, attraverso un’azione culturale volta alla valorizzazione del territorio, all’interno del più ampio panorama culturale europeo, come dimostra il progetto in fieri dell’Esposizione Internazionale dello Spettacolo dal Vivo.

L’iniziativa è inaugurata all’interno dello Spazio Rossellini di Roma, articolata in una densa e ricca giornata dedicata al teatro e alla riflessione sul suo statuto, alla luce delle nuove esigenze della scena contemporanea. Il teatro torna ad essere luogo di incontro, scambio e condivisione di saperi tra artisti e pubblico, in un confronto libero da giudizi di valore. 

Eugenio Barba parla della necessità del teatro oggi, con il suo intervento Lavorare in un angolo per altri angoli: i mille perché. Motivi, sotterfugi e strategie per coinvolgere le subculture del contesto in cui opera un teatro. L’Odin Teatret e la Fondazione Barba Varley presenteranno lo spettacolo Ave Maria. La morte si sente sola – Cerimonia per l’attrice cilena María Canépa. Seguirà Il rituale delle libertà. Un ponte tra le arie shakespeariane di Abraxa Teatro. In costante dialogo con Eugenio Barba ed Emilio Genazzini si porranno i gruppi artistici che operano nelle periferie romane, esibendosi con brevi pièce rappresentative del loro lavoro di ricerca teatrale. 

È da una domanda artigianale, che accomuna tutti gli angoli di ogni città del teatro, che prende le mosse il discorso di Barba: perché il teatro? Quale è il senso profondo che ci spinge a fare questo tipo di esperienza? Nella testimonianza di Eugenio Barba, il perché si definisce a partire da una perdita, quella della lingua madre e da una condizione, essere un italiano emigrato in Norvegia nel 1954. Due incontri illuminano il suo percorso: l’esperienza con Grotowski al Teatro delle Tredici File di Opole e il viaggio in India nel 1963, durante il quale assiste per la prima volta a uno spettacolo di Kathakali. Apprende, dalla lettura dei testi di Artaud e di Brecht, che il teatro è esperienza di fascinazione e allo stesso tempo veicolo di trasformazione, del mondo e di sé stessi; che ha la sua ragione di esistere in quanto isola di libertà, che vi si arriva attraverso un lungo apprendistato di osservazione e incorporazione della tensione dinamica e drammatica della scena. Una digressione nel discorso svela con giovialità le strategie del regista impostore, aneddoti e sotterfugi vitali per un teatro allo stato nascente che, ieri come oggi, si fonda sulla fiducia nella possibilità di realizzare l’impossibile. Conclude Barba: «L’impossibile è solo il possibile che prende più tempo».

Il tempo dell’impossibilità che diviene possibilità, è rappresentato da Julia Varley nel tentativo di affermare la vita attraverso il suo opposto. Con lo spettacolo Ave Maria. La morte si sente sola – Cerimonia per l’attrice cilena María Canépa, Julia Varley celebra l’attrice cilena María Canépa, la profonda amicizia che le unì nella vita come nel teatro. Cosa resta di un’attrice quando il suo corpo diventa cenere e ritorna alla terra, alle acque fredde dell’Oceano? Forse la memoria, incarnata nel corpo di chi ne onora il ricordo. Una memoria che si nutre dell’assenza, che è l’essenza stessa del teatro, degli spettacoli che esistono soltanto nel loro compiersi. Ma l’arte segreta dell’attore può porsi al di là dell’effimero, restituendoci il senso di una storia che non ci appartiene ma fa vibrare le corde profonde del nostro essere. Può incorporare la tradizione, la memoria. Ave Maria racconta un atto d’amore, di resistenza e di generosità. Racconta il teatro. Assumendo il celebre personaggio di Mr Peanut, Varley non manifesterà mai l’evidenza del suo volto di donna, per rendere visibile la trasformazione della vita nella sua negazione. Mr Peanut è la maschera della morte che veste in frac, una donna in abito rosso dedita alla cura della propria casa, la sposa consapevole del suo imminente declino. Nello spettacolo ogni passaggio di ruolo si esprime nel montaggio di azioni musicali, che scandiscono il ritmo della narrazione con commovente ironia. L’Ave Maria di Schubert si accosta al folk della Penguin Cafe Orchestra e una voce registrata, che proviene da lontano e si disperde nello spazio, ci avvolge e ci proietta in un altrove impossibile dove incontriamo María Canépa. Il teatro è lo spazio fisico in cui la sua voce può risuonare in noi. Me gustas cuando callas porque estás como ausente, y me oyes desde lejos, y mi voz no te toca. Parece que los ojos se te hubieran volado y parece que un beso te cerrara la boca. Il modo in cui l’attrice declama i versi di Pablo Neruda, ci consente di avvicinarci a quella zona liminale in cui ci si confonde con la morte, con l’illusione, il silenzio. Ci adagiamo a terra accanto a Mr Peanut, ricoperto dai fogli di un giornale di Santiago il cui titolo emblematico recita «Finale di Partita».  

Foto di Rina Skeel

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