Vestiti della vostra pelle_intervista a Collettivo Crisi Collettiva

Intervista di Chiara Alessandro, Marta Munalli, Carola Troilo di #NottoLab

Il 20 dicembre andrà in scena al Teatro Palladium  il primo studio dello spettacolo Ultima dea della giovane compagnia bolognese Collettivo Crisi Collettiva. Tra i vincitori del bando Vestiti della vostra pelle, progetto di residenze didattiche sotto la guida artistica di Andrea Cosentino, in collaborazione con Sapienza CREA-Nuovo Teatro Ateneo, Università di Roma Sapienza, Fondazione Teatro Palladium dell’Università di Roma Tre e Periferie artistiche, l’emergente compagnia bolognese approda a Roma per presentare la propria idea di teatro.

Tre attrici, Sofia Boschi, Maria Chiara De Francesco, Beatrice Zanin, un narratore, Elia Montanari, e la regista Noemi Pittalà danno vita a un lavoro  che cattura lo spettatore trasportandolo all’interno di una storia inusuale, dai tratti autobiografici e con una forte impronta ironica. Restando fedeli alla visione di un teatro giovane, attivo e fresco, i Collettivo Crisi Collettiva, sfruttano questo esperimento per raccogliere i frutti della loro attività cucendo sulla loro pelle un progetto che alle compagnie vincitrici chiede di trovare i propri mezzi, il proprio modo di fare teatro, nella speranza di colmare quel vuoto che si trova all’inizio di ogni creazione.

Da un’esperienza personale del drammaturgo Elia Montanari, nasce una riflessione interessante sul mondo dei servizi cimiteriali e sul rapporto sacro-profano tra vita e morte che vi è nella nostra società. 

Come nasce  Collettivo Crisi Collettiva?

B. Z.: Collettivo Crisi Collettiva è una giovane compagnia under 35. Ci siamo conosciuti alla scuola Alessandra Galante Garrone a Bologna, ma ognuno di noi proviene da background differenti. Durante il periodo dell’accademia ci siamo riconosciuti in una comune esigenza artistica: riconsegnare il teatro ai giovani. Siamo stanchi di un teatro e di un linguaggio che si dichiara portavoce dei giovani, ma poi di fatto non lo è, anzi vuole soltanto che venga duplicato quello che è stato già fatto. Il teatro deve interessare prima di tutto. Se i teatri sono vuoti, non è colpa dei giovani che non hanno più voglia. La nostra è una sfida e anche rischiosa: siamo un collettivo nato da meno di due anni, ma con Ultima dea speriamo di riuscire a interessare il pubblico.

Un giorno sono andata a un laboratorio tenuto dal Teatro dei servi disobbedienti e lì ho incontrato Noemi Pittalà, la regista della nostra compagnia, con la quale si è subito creata un’intesa sul piano artistico. Con lei ha avuto inizio il nostro primo progetto come gruppo con la realizzazione di Se e solo se.

N. P.: La nostra sede è a Bologna, ma nessuno di noi è bolognese. Il nostro linguaggio vuole essere diretto, vivace, il più possibile orizzontale; come orizzontale è il nostro metodo di lavoro, basato sulla partecipazione di tutti nel processo di creazione e ricerca. 

E. M.: La parola “collettivo” viene ripetuta due volte nel nome perché crediamo fortemente in un teatro di gruppo.

S. B.: Sì, collettivo nell’ accezione sia di scrittura scenica che di ricerca comunitaria. Il nostro metodo di lavoro parte sempre da indagini e interviste.

N. P.: Piano piano stiamo cercando di farci una rosa di riferimenti artistici che ci aiuti a costruire un nostro metodo, che ci individui come compagnia. Ad esempio, Emma Dante è una delle mie artiste di riferimento con la quale sento una particolare affinità. Ma anche Babilonia Teatri e i Kepler-452 sono compagnie che ci ispirano moltissimo soprattutto per l’indagine documentaristica sulla realtà. Altre ispirazioni sono i Sotterraneo, specialmente per la scrittura drammaturgica.

Che tipo di esperienza è stata per voi la residenza didattica sotto la guida di Andrea Cosentino? 

B. Z.: L’incontro con Andrea Cosentino è stato fondamentale. In parte e soprattutto per affrontare il concetto, come richiesto dal bando, di vuoto e ricostruzione interiore. Del resto, sta dentro il nostro stesso nome: è la crisi, il motore creativo. Cosentino  insieme alla possibilità di lavorare in uno spazio “adatto” (Teatro Ateneo n.d.r.) hanno aperto tante porte rispetto a quello a cui siamo abituati. È stata un’opportunità immensa per una compagnia così giovane: per una volta, essere tanti non è stato un ostacolo. Il teatro non è per forza solitario.

N. P.: Una possibilità, finalmente! Direi che è stato importante anche per uscire da Bologna, dal solito circuito e dal solito ambiente.

Ci parlate di quest’ultimo vostro progetto? Come è nato?

N. P.: Per Ultima dea il testo è stato scritto da Elia, a partire da una sua esperienza autobiografica. Una delle caratteristiche della nostra compagnia è  partire sempre da un’esperienza personale. Questa volta era di Elia, quindi è stato lui a buttare giù il testo. 

S. B.: Detto questo, però, non siamo attori di scrittura. Nel senso che ci piace essere liberi, partire piuttosto da immagini, da una parola e poi improvvisare. Abbiamo visto che questo ci porta a scrivere altro. Anche per il testo di Elia è andata così, molte cose sono venute fuori grazie all’improvvisazione.

E. M.: Durante il Covid ero in cerca di un lavoro e ho trovato un colloquio su Bakeka.it: ho mandato per sbaglio il curriculum da attore e solo dopo ho letto che l’annuncio si riferiva al lavoro di portantino funebre. Alla fine mi hanno preso e da due anni sono dentro questo consorzio. Quello che mi ha colpito di questo lavoro è stata la connessione tra sacro e profano. Da qui ho avuto l’urgenza di scriverne un testo e ho cominciato a prendere appunti. Quello che vorrei che passasse con questo progetto è che spesso ci sono momenti in cui tutti noi perdiamo la speranza, facciamo un lavoro che non ci appaga, immersi in un mondo cinico e spietato: il consorzio è la metafora del concetto hobbesiano di stato di natura dove gli uomini sono cinici, maschilisti e sessisti. Da qui l’idea di fare interpretare i personaggi maschili a delle donne. 

C. D.F.: Inizialmente è stato difficile interpretare personaggi maschili perché quello che usciva fuori era complesso, caricaturale e ci sentivamo ridicole. Attraverso, poi, un processo di trasformazione graduale siamo riuscite ad entrare progressivamente dentro i personaggi, mantenendo però una distanza critica che non permette l’immedesimazione.

B. Z.: Sono d’accordo, è un processo. Noi cerchiamo un teatro di verità, non di finzione, quindi abbiamo preferito dichiarare fin dall’inizio che rappresentiamo uomini. Infatti tutto lo spettacolo gira intorno a questo: interpretiamo dei personaggi per i quali perdiamo progressivamente qualsiasi sensibilità ed empatia.

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