Esperienze immersive, sperimentazioni digitali e momenti comunitari: cronaca di un viaggio tra linguaggi e fragilità del presente
Nella consueta cornice di Sansepolcro, dall’11 al 19 luglio 2025, ha preso vita la 23ª edizione del Kilowatt Festival. Un’edizione che, con il suo potente claim «Un’invincibile estate», ha scelto di opporsi alla deriva culturale e sociale che ci circonda. Un gesto di resistenza poetica, un appello alla speranza e alla ricerca di senso tra le crepe del nostro tempo.
La citazione di Albert Camus, scelta dai direttori artistici Lucia Franchi e Luca Ricci come manifesto poetico del festival, evoca una forza interiore che resiste anche nei momenti più oscuri: «In mezzo all’inverno, ho scoperto che vi era in me un’invincibile estate». È proprio questo che il teatro, la danza, la performance e la musica si propongono di fare: nutrire ciò che in noi è ancora vivo, restituendo senso e comunità a tempi e spazi condivisi.
Kilowatt, che da sempre si distingue per la molteplicità delle sue scelte curatoriali e per un’ampia visione delle arti performative contemporanee, propone anche quest’anno un ricco panorama di proposte artistiche, sia italiane che internazionali. Proprio queste ultime rappresentano, in questa 23ª edizione, una presenza particolarmente consistente, a testimonianza della vocazione sempre più aperta e dialogante del festival con le scene estere.

Nel primo pomeriggio del 17 luglio, le vie di Sansepolcro si sono trasformate in un paesaggio acustico condiviso con I cento suoni audio-walk ideata da Emiliano Battistini, musicista e ricercatore che da anni esplora il paesaggio sonoro, intrecciando musica, territorio e percezione acustica.
Con le cuffie alle orecchie e una miniradio in mano, mi sono lasciata guidare in un cammino sonoro attraverso le strade di Sansepolcro, accompagnata da una traccia testuale ispirata a I cento uccelli di Tonino Guerra. Ma non era solo un ascolto: era una pratica. Il testo si alternava a istruzioni che interrompevano la linearità della narrazione per attivare il corpo e lo sguardo: raccogliere una foglia, infilare un biglietto in una fessura nel muro, respirare appoggiati schiena contro schiena: azioni semplici e capaci di produrre una forma di attenzione nuova, sensibile, aperta. All’inizio camminavo distratta: il corpo a Sansepolcro, la mente ancora a Roma. Ma la camminata e l’ascolto mi hanno portata, passo dopo passo, a connettermi con i luoghi che attraversavo, a percepire il paesaggio con tutti i sensi, a ricongiungermi con il mio corpo e la mia attenzione attraverso l’ascolto e lo sguardo attivo. L’esperienza si è infine conclusa con un lungo silenzio condiviso, seduti su un prato ad ascoltare insieme i suoni della natura e del paese.
Con I cento suoni, Battistini invita al recupero dell’ascolto come profonda pratica di conoscenza, non solo del paesaggio, ma di noi stessi e del territorio che si abita, attraverso una performance che si costruisce nella relazione e nell’ascolto.

Sempre sull’ascolto si sviluppa la seconda performance della giornata, Borderline Visible di Ant Hampton, artista britannico che da anni esplora i confini tra teatro, installazione e dispositivi automatizzati. In piazza Torre di Berta, alcune sedie bianche sono sparse in modo apparentemente casuale. A ciascun partecipante viene consegnato un libro di oltre duecento pagine, fitto di foto, frammenti poetici in inglese, parole scomposte e scorci di paesaggi. L’inizio è disorientante, ma quando la traccia audio prende avvio, guidata dalla voce italiana di Astrid Casali, entriamo gradualmente in un’esperienza di lettura e ascolto condivisa. Il racconto segue un viaggio reale intrapreso da due amici artisti da Losanna a Izmir, interrotto da un imprevisto che costringe uno dei due a fermarsi. Da lì si apre una narrazione più intima e stratificata, che si muove tra memorie personali e vicende storiche, migrazioni, perdite, lingue dimenticate, con sullo sfondo la Storia collettiva e le frontiere d’Europa.
Il titolo Borderline Visible riflette bene il senso di frammentazione che attraversa l’opera, in cui i confini si spostano, si sfocano, si ridisegnano a seconda dello sguardo. La performance si chiude con un verso di The Waste Land di T. S. Eliot che è stato uno dei fili conduttori dell’intera esperienza: «These fragments I have shared against my ruins». La parola shared, al posto dell’originale shored, è uno “cambio” carico di senso, un inciampo poetico che richiama la condivisione e la partecipazione al racconto a cui siamo stati invitati, e che trova il suo compimento proprio nella coralità dell’ascolto. È lì, nel gesto collettivo di attraversare insieme i frammenti, che si produce senso: condividere le rovine diventa un atto di resistenza, un modo per abitare la fragilità del presente e, forse, trasformarla.

Al Teatro della Misericordia va in scena Are Boundaries Real, or Do We Draw Them to Feel Whole? di Umanesimo Artificiale, progetto fondato da Filippo Rosato che esplora l’intersezione tra tecnologie esponenziali e arti performative con l’intento di indagare cosa significhi essere umani nell’era dell’intelligenza artificiale. Lo spettacolo è uno dei progetti vincitori del bando Residenze Digitali 2024, ideato da Kilowatt e Armunia, che mira a sostenere lavori di contaminazione e sperimentazione dell’IA nelle arti performative.
Il concept è molto interessante: un metahuman, chiamato P1, si sottopone a un’operazione chirurgica per impiantare un neurochip e acquisire una coscienza umana, che il pubblico, tramite una chat interattiva, ha il compito di plasmare con i propri interventi. Le sollecitazioni degli spettatori vengono visualizzate in tempo reale sullo schermo, alternandosi alle risposte generate dal metahuman.
La domanda che sta alla base dell’operazione è certamente attuale: «chi siamo in un mondo in cui i confini tra reale e artificiale diventano sempre più sfumati?». Ma, nonostante la qualità del concept e l’uso sofisticato della tecnologia, lo spettacolo non riesce a valorizzare il lavoro drammaturgico dietro alle risposte generate dall’intelligenza artificiale. La chat infatti procede a ritmi troppo veloci, che rendono impossibile seguire e leggere i diversi interventi, e soprattutto manca un intento chiaro e conclusivo che dia corpo e senso alle premesse interessanti del progetto. La responsabilità affidata al pubblico di costruire una memoria e una coscienza umana si traduce in una sequela caotica di commenti eterogenei, in cui si alternano riflessioni esistenziali profonde a battute superficiali, prese in giro, insulti e parole prive di senso.
Questa dinamica avrebbe potuto essere il punto di partenza per una ricerca stimolante sulla costruzione dell’identità umana e sulla capacità di dialogare con le intelligenze artificiali. Invece, la performance si chiude lasciando gli spettatori perplessi: consci dell’intento, ma amareggiati dalla sua realizzazione pratica.

La serata si conclude nel suggestivo chiostro della chiesa di San Francesco con Veglia, della compagnia emiliana Menoventi, che quest’anno celebra vent’anni di attività artistica. Anche in questo caso, il divario tra la potenza evocativa del progetto e la sua realizzazione concreta invita a riflettere su alcune tensioni del teatro contemporaneo, in particolare su una sempre più evidente trascuratezza del linguaggio teatrale.
L’idea alla base dello spettacolo è affascinante: una convocazione collettiva intorno al fuoco per partecipare a una veglia, intesa nelle sue molteplici accezioni – dalla veglia funebre alla veglia d’allerta, fino a quella notturna e onirica. Nell’arco di poco più di un’ora, i due performer Consuelo Battiston e Gianni Farina, accompagnati musicalmente da Muni, guidano il pubblico in una serie di giochi, scommesse, racconti e parabole ispirate a Le cercle des menteurs di Jean-Claude Carrière. L’intento è quello di ricreare un momento di intimità collettiva, una soglia in cui la comunità si raccoglie, si ascolta, si riconosce.
La simpatia dei performer e la calda atmosfera generata dalla continua interazione con il pubblico contribuiscono alla costruzione di una comunità temporanea: un elemento riuscito e significativo della proposta. Ciononostante per tutta la durata dello spettacolo si avverte una sospensione tra il potenziale e la sua effettiva realizzazione. A mancare è proprio il linguaggio teatrale: quella tensione narrativa, quella cura nei ritmi scenici, quella maestria ludica che non si limita al gioco, ma diventa forma viva e coinvolgente. Ne deriva una certa distanza che impedisce al pubblico di abbandonarsi pienamente all’esperienza. Resta così un’idea affascinante, ma sospesa, che non riesce a tradursi in un’esperienza scenica pienamente compiuta.
I cento suoni audio-walk
Ideazione Emiliano Battistini, Enrico Partisani, Giovanna Priarione
Testo Tonino Guerra, Emiliano Battistini
Voci Massimo Nicolini, Elisa Angelini
Regia, suoni, musiche, percorsi Emiliano Battistini
Produzione Ass. Ultimo Punto, Ass. Tonino Guerra, Artisti in Piazza Festival di Pennabilli
Borderline visible
Ideazione e voce Ant Hampton
Illustrazioni del libro Roland Brauchli
Voce italiana Astrid Casali
Traduzione Valentina Kastlunger
Musica Perila, Oren Ambarchi
Produzione Time based Editions (GR)
Coproduzione Zona K., Quarantasettezeroquattro, Teatro Bastardo
Are Boundaries Real, or Do We Draw Them to Feel Whole?
Ideazione Filippo Rosati
Studiotecnica Neve s.r.l.
Coproduzione operating system studio
Vincitore Residenze Digitali 2024
Veglia
Di e con Consuelo Battiston, Gianni Forte
Ospite musicale Muni
Con un’incursione di Luisa Borini
Consulenza sonora Mirto Baliani
Organizzazione Marco Molduzzi
Amministrazione Stefano Toma, Marco Molduzzi
Produzione E Production, Drama Teatro

