Abitare poeticamente e politicamente le città, riappropriarsi dello spazio urbano in modo nuovo, creare comunità temporanee che condividono processi e mutamenti. Questi alcuni intenti di Factory Fest, la nuova veste dell’Umbria Factory Festival, che cambia nome per porsi come festa: la festa delle arti performative. «Per arti performative si intende ogni atto artistico nel suo compiersi e nel suo essere nel qui e ora a trecentosessanta gradi», dice Emiliano Pergolari, uno dei direttori artistici del festival, nel programma radiofonico Panorama di Rai Radio 3 Suite, andato in onda l’8 ottobre. In molte delle proposte artistiche, il corpo del pubblico è coinvolto nei processi che portano alla realizzazione dello spettacolo e nella condivisione di un momento collettivo che si instaura in un clima festivo. Il festival vede la collaborazione pluriannuale tra l’associazione Ge.Ci.Te e La MaMa Umbria International: «un incontro in cui viene condivisa non solo la curatela artistica, ma la processualità stessa delle scelte», aggiunge Emiliano Pergolari. Factory Fest, che attraversa l’Umbria toccando le città di Foligno, Spoleto, Cannara, Sant’Anatolia di Narco, Spello e Bevagna, vuole essere un atto di esistenza e resistenza al presente: «in un mondo in cui viene messa in discussione persino il valore universale della vita umana» – continua Pergolari – «è importante fare un passo avanti, puntando sulla forza trasformativa dell’arte e sulla volontà di non fermarsi». Il claim è #neverstopdancing. Le proposte del festival si aprono a spazi non convenzionali: la città viene abitata e aperta a nuove prospettive, fino a superare lo stesso spazio urbano a favore di luoghi naturali.
Il primo spazio che viene abitato sabato 5 ottobre nel weekend spoletino è quello del cortile di Palazzo Collicola, un museo di arte contemporanea. In scena Elia Pangaro e la danzatrice Polina Sonis con la performance Bolide/deus ex machina, ideazione di Elia Pangaro, con la quale lo stesso è stato vincitore di Biennale College Teatro 2024, categoria performance site-specific. Pangaro, a inizio performance, espone su una impalcatura di ferro un telo con una riproduzione stampata di Forme uniche della continuità dello spazio di Umberto Boccioni, opera scultorea futurista che rappresenta una figura tendente a un corpo umano in dinamismo, colto in un frangente di movimento, con una gamba in avanti. È una presa di posizione e una dichiarazione rispetto all’idea da veicolare: è il manifesto di Pangaro. In tutta la prima parte, solo Polina Sonis danza, mentre Elia Pangaro le tiene lo sguardo addosso spostandosi sulla circonferenza che delimita lo spazio d’azione e lo spazio degli spettatori, così da indurre l’osservatore ad ampliare la propria prospettiva e cambiare punto di vista. Il movimento della performer, che inizialmente è a rallentatore e meccanico, scandito da suoni metallici in sottofondo, diventa in seguito più accelerato. È un corpo-macchina futuristico, emblema dell’ossessione della meccanicità, della velocità, dell’automaticità. A rendere l’idea anche l’abbigliamento: entrambi indossano tute da motociclisti e occhiali da sole. L’atto del guardare viene in un secondo momento mediato dal dispositivo tecnologico: Pangaro si avvicina per fare video e scattare foto alla performer con il cellulare. Il corpo di lei è un oggetto agli occhi di lui e di chiunque abbia accesso al materiale digitale che la riproduce. A un certo punto anche Elia Pangaro inizia a seguirla nel movimento, unendosi a lei in una specie di marcia saltata che sembra mettere in moto la figura umana del manifesto futurista. I due si muovono in una traiettoria che esce dallo spazio d’azione e da quello dello spettatore, portando quest’ultimo a spostare ancora una volta lo sguardo. Successivamente Pangaro costringe Polina Sas a camminare a quattro zampe: un corpo-macchina oggettivizzato che diventa un corpo altro, quasi animale, forse post-umano. Si amplia ulteriormente la prospettiva del pubblico non solo a livello visivo e spaziale, ma anche a livello di categoria mentale: vengono varcati i confini dell’umano.
Da questo spostamento dello sguardo nello spazio si passa a uno spostamento del corpo dello spettatore stesso nello spazio con Dj show di Sotterraneo, l’evento performativo successivo. Dj show è uno spettacolo metafisico e post-capitalistico, dove il pubblico è invitato a danzare come in discoteca, accompagnato da riflessioni su vari temi e questioni di natura politica e sociale. Infatti, mentre il pubblico balla all’interno di una sala di Palazzo Due Mondi, viene stimolato da Sara Bonaventura e Claudio Cirri di Sotterraneo, che tengono attivi gli spettatori con domande e provocazioni, inneggiando alla libertà e a una società utopistica proiettata in una situazione post-capitalistica. Il teatro esce sia dal suo spazio convenzionale che dai canoni di rappresentatività, si rompe la distinzione attore-spettatore, si spezza il confine che divide palco e luogo adibito al pubblico, il teatro viene vissuto: si incarna l’idea della festa. Lo spettacolo è esperienziale ed è anche un esperimento – artistico e sociale. È la «Festa della Liberazione Permanente» – per citare la frase di Sara Bonaventura – nonché il compleanno dei 20 anni della compagnia Sotterraneo. Si danza sulle note di canzoni che hanno attraversato più generazioni, talvolta controverse e discutibili per il loro contenuto. Si danza con i propri fantasmi e per smascherare i fantasmi del nostro tempo. Si danza, mentre si assiste a un insieme di gesti, atti e parole che provocano shock nello spettatore, soprattutto quando l’attore e l’attrice citano alcuni dei pezzi più emblematici dei loro spettacoli. Il pubblico viene fatto ballare perché prenda parte attiva, perché si risvegli dall’anestetizzazione scuotendo il proprio corpo. Non si balla per distrarsi, ma per rimanere «esseri pensanti»: questo l’invito di Sara Bonaventura.
La serata del sabato si conclude a Cantiere Oberdan – sede principale de La MaMa Umbria – dove va in scena Mutes alive, spettacolo di musica di Pierre Bastien, artista francese che per produrre il suono usa un ingranaggio costruito con cose assemblate. Ci sono archi rudimentali, contenitori cilindrici con un liquido all’interno, pennelli che ruotano e fanno contatto con altri oggetti. Suoni più naturali, come lo scorrere dell’acqua, si fondono a suoni più artificiali, metallici. Mentre Pierre Bastien occupa la parte sinistra del palco per far animare il suo ingranaggio polistrumentale e farlo interagire con la tromba che lui stesso suona, nel fondale teatrale appare simultaneamente la proiezione dell’ingrandimento in bianco e nero degli oggetti in movimento, che vengono ripresi da una mini-camera posizionata nel congegno meccanico di Bastien.
Con Guado del gruppo Nanou, la domenica mattina la festa si sposta fuori dalla città, nel fiume. È il fiume Nera nei pressi di Castel San Felice, a Sant’Anatolia di Narco. L’arte viene portata non solo in spazi non convenzionali, ma fuori dal contesto urbano stesso. In un punto del fiume dove l’acqua è più bassa, danzano i performers di Nanou movendo stoffe colorate, mentre il pubblico assiste da un ponte di pietra. Sullo sfondo, il rumore del fiume che scorre, la luce e il calore del sole autunnale, mentre tra le fronde si intravedono come ombre apparizioni lontane, veli che si muovono, esseri umani che diventano ninfe. Il fatto che la danza venisse intravista in lontananza creava un’aura suggestiva, come di un mondo fantastico e inaccessibile, raggiungibile solo nella dimensione del sogno. Forse l’intento era anche questo: far vedere e celare e lasciare immaginare. Indubbiamente la cornice naturalistica aiutava a lasciarsi cullare in una onirica dimensione.
Ancora assemblaggi di cose abitano lo spazio di Cantiere Oberdan a chiusura della domenica. A dar loro vita stavolta è l’attore Francesco Picciotti di Divisoperzero con Officina Prometeo, spettacolo per bambini con contenuto di carattere mitologico, dove l’attore in scena anima marionette costruite dallo stesso con vari oggetti. La storia si sofferma sul mito della creazione. Zeus – costruito con uno spazzolone per pulire – affida a Prometeo – costruito con una moka – il compito di inventare gli esseri viventi. Quest’ultimo quindi si mette a creare gli animali assemblando le cose più disparate. Infine crea l’umano, che a differenza degli animali ha il fuoco tra le mani: Prometeo lo ruba a Zeus per affidarlo agli umani Prima e Primo, perché possano usarlo per cuocere il cibo e per leggere. Cosa è l’uomo senza il fuoco? Non è altro che uguale agli altri esseri viventi, e allora questo lo distingue e lo rende degno di elevarsi. Attraverso la semplificazione in chiave ironica di un mito, reso divertente perché possa essere fruito da un pubblico prettamente infantile, l’attore ci consegna una morale, che diventa anche invito e monito: quello di tenere sempre acceso il proprio fuoco. Non solo per sopravvivere, ma soprattutto per vivere.
Crediti
Factory Fest è realizzato da Coop. Ge.Ci.Te. in collaborazione con La MaMa Umbria International.
Crediti Bolide/deus ex machina
ideazione e direzione: Elia Pangaro, vincitore Biennale College Teatro – Performance site-specific (2024)
performance e creazione: Polina Sonis, Elia Pangaro
sound design: Robert Lagerman, Federico Tansella (Meynsense)
produzione: La Biennale di Venezia
distribuzione: Deja Donne
foto: Andrea Avezzù, courtesy of La Biennale di Venezia
all’interno di Scie de la Mama Umbria International per la giornata del contemporaneo
Crediti Dj show
creazione: Sotterraneo
ideazione e regia: Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Daniele Villa
con Sara Bonaventura, Claudio Cirri
scrittura: Daniele Villa
sound design: Simone Arganini, Mattia Tuliozi
luci: Marco Santambrogio
sartoria: Francesca Leoni, Sara Ottanelli
produzione: Sotterraneo
con il contributo di Fondazione CR Firenze, Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna “L’Arboreto-Teatro Dimora | La Corte Ospitale”,
residenze Elsinor/Teatro Cantiere Florida, Laboratorio Nove House, Manifattura Tabacchi, Teatro delle Spiagge
Sotterraneo fa parte del progetto Fies Factory, è Artista Associato al Piccolo Teatro di Milano ed è residente presso Teatri di Pistoia
Crediti Mutes alive
Ideazione ed esecuzione: Pierre Bastien
Crediti Guado
progetto: Rhuena Bracci, Marco Valerio Amico
con: Carolina Amoretti, Rhuena Bracci, Andrea Dionisi, Agnese Gabrielli (cast variabile)
produzione: Nanou Associazione Culturale ETS
contributo: MiC, Regione Emilia-Romagna, Comune di Ravenna
Crediti Officina Prometeo
Una produzione Divisoperzero/Florian Metateatro
di e con Francesco Picciotti
marionette di Francesco Picciotti
scenografia di Miriam Di Domenico e Francesco Picciotti
fotografie di Elena Consoli
con l’aiuto di Flavia Valoppi e Francesca Villa

