Factory Fest 2025: una piazza che danza apre il secondo fine settimana a Foligno

Tracciando traiettorie di continuità, anche il fine settimana folignate di Factory Fest, il festival di arti performative in Umbria, si ricollega al tema della festa. Con Carmen | Nous sommes toutes des étoiles, Anna Basti, infatti, rende Piazza San Domenico una piazza danzante, coinvolgendo la comunità nel processo creativo: in un primo momento vengono invitate le persone partecipi dell’evento, sia spettatori consapevoli che passanti, a unirsi al riscaldamento e alla danza; in un secondo momento, assistiamo all’esito del workshop che Anna Basti ha tenuto nei giorni precedenti con sette persone del posto. L’intento non è solo quello di rivendicare lo spazio urbano come atto poetico e politico, ma – come dice Anna Basti dopo lo spettacolo in un’occasione di incontro informale – soprattutto quello di riappropriarsi del proprio corpo nello spazio urbano. Un legame che si crea non solo con il fine settimana precedente, ma anche con l’edizione scorsa del festival, dove già Anna Basti anticipava questa presenza del corpo nella città in un clima di festa con Le classique c’est chic!. Nella prima parte dell’esito performativo del laboratorio di Carmen | Nous sommes toutes des étoiles, le sette persone, le cosiddette Carmencite, si muovono liberamente nello spazio per unirsi di volta in volta nel gesto dell’altra e ripeterlo. Per atmosfera e ambientazione, questo momento ricorda l’incipit della Carmen: la piazza di Siviglia, il mercato, il viavai cittadino. Nel momento centrale, emerge l’individualità, ma ogni individuo è parte dello stesso gruppo: le Carmencite chiudono gli occhi e si muovono liberamente sul posto. In un terzo momento, si raccolgono a cerchio intorno a una di loro che prende posizione nel centro per ballare. Nella parte finale, viene coinvolto il pubblico in una danza libera. La libertà è l’aspetto che più viene ripreso dell’opera originale della Carmen. Infatti, prima di coinvolgere il pubblico, Anna Basti pronuncia delle frasi che ne sono la più chiara manifestazione: «Questa danza è un desiderio. Il desiderio che ogni corpo sia libero da qualsiasi forma di oppressione. Che ogni corpo sia libero di accedere alla gioia».

Nella stessa piazza, il giorno dopo, un’altra danza. Una danza che ha del tragico, quella tragedia che mancava nella precedente performance, nonostante facesse riferimento alla Carmen. Swan di Gaetano Palermo è la tragedia di una donna – personificata dalla performer Rita di Leo  – che si mette in mostra mentre sta dando prova di ottima esibizione di danza sui pattini e mentre si scatta dei selfies al cellulare. Rita di Leo indossa una tutina sportiva e un cappellino, ha dei lunghi capelli biondi e una maschera sul volto: il viso di una donna matura, di una certa età, nel corpo e negli atteggiamenti di una ragazzina. Più che soltanto tragica, quella che la performance crea è una situazione tragicomica. È il sentimento del contrario di pirandelliana memoria, in quanto a un primo momento viene da deridere la donna, che è «tutta imbellettata», come diceva Pirandello nello spiegare il sentimento sopracitato, ma poi veniamo a realizzare che dietro a quell’imbellettamento c’è un dramma, una solitudine, una ricerca di approvazioni sociali, e allora il comico si carica di tragico, il sorriso si fa amaro. La tragicità aumenta quando all’improvviso si sente uno sparo che provoca shock nello spettatore per il forte rumore: allo sparo corrisponde una caduta della ragazza sui pattini. Ma a questo lo sguardo si abitua presto: gli spari aumentano e diventano prevedibili, si attendono, come si attende la di lei caduta, ormai. La ragazza cade e si rialza, continuando a pattinare e a scattarsi foto con ghigno compiaciuto, come a dissimulare l’accaduto. Aumentano gli spari, aumenta il ritmo, aumenta la tensione in gioco tra l’attrice e il pubblico. La ragazza perde pezzi di se stessa: il cappellino, quella che si scopre essere una parrucca, infine persino la maschera. Assistiamo a una decostruzione del personaggio, a uno smascheramento progressivo, al fallimento di un tentativo, ma anche alla morte di un’immagine che faticava a restare in piedi, destinata a morire perché altro possa vivere. Che altro? Non è dato saperlo, ma forse la performance ha aperto uno spazio. Mentre si svolgono le azioni descritte, lo spettatore continua ad assistere alla messa in scena del dolore e lei continua a scattarsi foto al cellulare: è «l’anestetizzazione dello sguardo davanti a uno scenario di morte», rivela Palermo durante un momento confidenziale informale, dichiarando uno degli intenti e dei messaggi che la performance veicola.  Resta da chiedersi il perché del titolo. Swan è un riferimento a La morte del cigno di Michel Fokine, ma non solo. Curiosamente, si viene a sapere ancora da Gaetano Palermo che il cigno – emblema di purezza – era una volta un animale da caccia: gli spari alludono anche a questo. C’è un altro elemento bianco che, inserito nel contesto urbano, si può notare o meno. Un elemento che crea illusione e disillusione nello spettatore, lasciandolo in bilico tra realtà e finzione.

Ancora una danza, ma stavolta più interna. Una danza dei ricordi e tra i ricordi, dove il movimento del corpo viene coinvolto più a livello interiore. Si tratta di Je suisse (or not) di Camilla Parini del Collettivo Treppenwitz. Uno spettatore alla volta è invitato a entrare in una stanza di Palazzo Candiotti, dove una persona con costume da orso polare porge un album fotografico da sfogliare. Nell’album sono presenti scritte che illustrano le foto e danno indicazioni su come procedere. L’idea scaturisce da un ricordo: Camilla Parini si ricordava una foto scattata con il fratello e i genitori presso un ghiacciaio della Svizzera, dove la stessa è nata. Quando ha ritrovato la foto, si è accorta di aver distorto il ricordo: al posto dei genitori c’erano due persone con il costume da orso polare. Cosa nella sua mente ha associato l’immagine degli orsi a quella dei genitori? Una riflessione sul ricordo, sulla sua distorsione, sulla sua interpretazione personale, sulla sua rielaborazione emotiva e mentale. Da questo episodio, è emerso il desiderio di Camilla Parini di “cercare l’orso”, ovvero la propria memoria, di risalire alle radici della propria storia. Così la ragazza ha intrapreso un viaggio nel suo passato personale, tra quelle montagne svizzere che odiava, alla ricerca di sé e del perché di quell’odio per la montagna, indossando un costume da orso, così da incarnare al meglio l’essere che più è a contatto con quel freddo e quel gelo. Con il costume addosso ha cominciato a stare con l’orso, sentirlo. Vivere in lui e con lui momenti e esperienze che ha descritto nell’album. Il lavoro di Parini si configura come un momento tenero e commovente, toccante, un viaggio in un passato che riguarda lei, ma anche chiunque abbia dentro quel bimbo o quella bimba alla ricerca del proprio orso, ovvero del proprio posto nel mondo.

Con You have to be deaf to understand di Diana Anselmo, in scena a Palazzo Candiotti, è ancora protagonista un movimento espressivo, quello di corpi che da soli devono veicolare messaggi, laddove parole e suoni non possono essere emessi vocalmente. Lo spettacolo è infatti realizzato da sordi per sordi e udenti: il festival risponde a un bisogno di accessibilità. In scena Diana Anselmo, Daniel Bongioanni e DMK. Come spiega la regista e attrice alla fine dello spettacolo attraverso la lingua dei segni e una voce registrata che viene trasmessa, l’idea nasce da una poesia – intitolata appunto You have to be deaf to understand – che tradotta in italiano non rendeva fedelmente la situazione di Anselmo e i compagni e dalla necessità di interpretare questa poesia in maniera visiva, secondo una loro lingua. Oltre alla LIS (Lingua dei Segni Italiana), gli attori e l’attrice utilizzano anche il Visual Sign, ovvero mimano con corpo e gesti i fatti da narrare e i concetti e le frasi da trasmettere. Armonia, movimenti fluidi, uso consapevole dei propri mezzi espressivi corporei.  Inizialmente Diana Anselmo è sola in scena: dal mimo corporeo, si intuisce che è una bibliotecaria che sta riposizionando libri sugli scaffali. A seguire, l’ingresso di Daniel Bongioanni e DMK, che aprono libri, vi entrano all’interno e vengono catapultati in altri mondi, dove i due si incontrano in situazioni presumibilmente quotidiane e colloquiali. A fine spettacolo, è seguito un momento di condivisione tra udenti e non udenti, mediato da una traduttrice LIS, durante il quale sono emerse riflessioni su uno spettacolo compreso in toto dal pubblico dei sordi e a stento dal pubblico degli udenti, che si sono ritrovati per una volta in una situazione ribaltata: erano loro ad avere difficoltà di fruizione. I sordi, commossi ed emozionati, hanno espresso la propria gratitudine verso un progetto artistico che ha risposto a un bisogno e a un desiderio di inclusione.

A conclusione dell’esperienza festivaliera, si può affermare che Factory Fest si conferma come uno dei centri pulsanti del panorama italiano per le arti performative, grazie a proposte che dialogano tra di loro e con le comunità del territorio (umbro e non solo) e grazie alla tessitura di relazioni che si basano sullo scambio reciproco e sull’incontro: entrambi resi possibili dall’accoglienza di persone che credono nel valore poetico e politico dell’arte e dello stato di necessità che essa ha per il nostro tempo.

Crediti

Factory Fest è realizzato da Coop. Ge.Ci.Te. in collaborazione con La MaMa Umbria International.

Crediti Carmen | Nous sommes toutes des étoiles
un progetto di anna basti
con il sostegno di Lavanderia a Vapore
produzione chiasma

Crediti Swan
di Gaetano Palermo
con Rita Di Leo
sound design e tecnica: Luca Gallio
assistenza artistica: Michele Petrosino
costumi: Gaetano Palermo
amministrazione: KLm
prosthetics: Crea Fx
produzione: La Biennale di Venezia
con il supporto di: Casa della cultura Italo Calvino; H(ABITA)T – Rete di Spazi per la Danza; Associazione QB Quanto Basta
creazione vincitrice di Biennale College Teatro – Performance Site-Specific; Danza Urbana XL 2024; Vetrina della Giovane Danza D’autore Extra 2024.

Crediti Je suisse (or not)
di e con: Camilla Parini
collaboratori artistici: Francesca Sproccati, Simon Waldvogel e con la partecipazione di Elena Boillat, Anahì Traversi
supporto drammaturgico: Jessica Huber
foto e video: Amos Pellegrinelli, Camilla Parini, Francesca Sproccati
grafica e stampa: Complice Press, Lugano
supporto tecnico: Alessandro Macchi
produzione: Collettivo Treppenwitz
coproduzione: far° Nyon e Südpol Luzern nell’ambito del programma Extra Time Plus
in collaborazione con: LAC Lugano Arte e Cultura, Cima Città, FIT Festival Internazionale del Teatro e della Scena Contemporanea
con il sostegno di: Pro Helvetia – Fondazione svizzera per la cultura, DECS Repubblica e Cantone Ticino –Fondo Swisslos, Fondazione Ernst Göhner, Fondazione Landis&Gyr, Fondazione Edith Maryon, Fondazione Johnson, Città di Lugano, Comune di Agno

Crediti You have to be deaf to understand
regia: Diana Anselmo
performer: Diana Anselmo, Daniel Bongioanni, DMK
sguardo esterno: Juli Klintberg, Ramesh Meyyappan
produzione: Fattoria Vittadini
col sostegno di: Fondazione Rana e del MiC e di SIAE, nell’ambito del programma “Per Chi Crea”

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