Vestiti della vostra pelle, intervista a Emanuele Bosu

Per la quarta edizione del progetto Vestiti della vostra pelle_Residenze didattiche universitarie abbiamo intervistato Emanuele Bosu che, con il tutoraggio di Andrea Cosentino ha realizzato Mimesis, un corto teatrale che andrà in scena il 16 dicembre 2025 al Teatro Basilica.

Da che cosa nasce lo spettacolo? Di che cosa, per te, era necessario parlare?

Mimesis nasce un po’ per caso. L’idea arriva sia da alcune esperienze che ho vissuto personalmente come attore, osservando il modo in cui il pubblico reagiva alla messa in scena, sia dall’osservazione della realtà contemporanea. Ho notato sempre più spesso un atteggiamento “da spettatore” nei confronti della vita: si guarda ciò che accade senza sentirsi davvero protagonisti. Da qui è nata la volontà di usare il teatro come occasione per ribaltare questa dinamica e dare al pubblico la possibilità, almeno in quel contesto, di non essere spettatore ma protagonista – come, in fondo, dovrebbe accadere anche nella vita. Da questo è nata l’idea di ribaltare la forma classica dello spettacolo, dove il pubblico osserva, si immedesima nelle parole e nelle intenzioni dei personaggi, si riconosce o entra in conflitto con loro, e da lì trae delle conclusioni. Io invece volevo evitare personaggi e narrazioni, perché mi sembrava più potente mettere al centro direttamente la vita delle persone: non inventando nuove storie, ma portando in scena le loro.

Che ruolo dovrebbe avere, quindi, lo spettatore?

Sia per quello che ho vissuto da attore, che quando sono stato io spettatore, credo che in alcune situazioni non basti prestare attenzione all’opera che si sta svolgendo in scena. Non basta andare a teatro per capire delle cose ma bisogna anche reagire a queste cose che si capiscono. Quando vedo uno spettacolo, mi pongo delle domande, ma poi non c’è mai una reazione vera e propria nella vita a questa cosa. C’è un confronto con una tematica, con uno spettacolo, ma vorrei che invece avesse realmente delle conseguenze nella vita delle persone.

Ti racconto un aneddoto, che ha ispirato alcune scene di Mimesis. Una volta, durante uno spettacolo non mio, in cui ero spettatore, un attore non è entrato in scena quando avrebbe dovuto. Si è accesa una luce nel buio, ma sul palco non c’era nessuno. E il pubblico ha applaudito, mentre io sono rimasto lì a chiedermi che cosa mi fossi perso, che cosa avesse visto la gente che, invece, io non avevo visto. Poi la luce si è spenta e il pubblico ha applaudito di nuovo. È stato, in un certo senso, illuminante: ho capito che forse siamo arrivati a uno step successivo. Abbiamo tolto le scenografie, a volte la drammaturgia in favore dell’improvvisazione, altre volte i suoni… abbiamo tolto, tolto, tolto, fino quasi a togliere l’attore.  Perché la gente ha applaudito a un niente? Forse, in quel niente, aveva visto qualcosa. Anche da questa esperienza è nato Mimesis. In scena giochiamo molto su questa idea: durante la rappresentazione chiederemo al pubblico di fare cose a tratti assurde, a tratti molto semplici, immaginando due possibilità opposte: una in cui facciano qualcosa e l’altra in cui non facciano niente. Ed è proprio in questo possibile “niente” che nascono delle discussioni tra noi quattro attori. Per esempio, una delle attrici coinvolte è affascinata da quel vuoto: lei è esattamente una di quelle persone che avrebbero applaudito alla luce accesa senza nessuno in scena. Altri, invece, pensano che non sia mai abbastanza, o che non sia niente. E in effetti… non è niente.

È cambiato qualcosa del progetto iniziale nel corso della residenza?

Nella mia idea iniziale, quando ho proposto il progetto, ci sarebbero dovuti essere tanti attori quanti erano gli spettatori in sala. Quindi per cento spettatori, ci sarebbero dovuti essere cento attori di riflesso. Volevo creare un parallelismo perfetto, in cui guardi una platea e ne vedi immediatamente un’altra. L’obiettivo era stupire il pubblico, far comprendere sempre di più che noi stavamo interpretando proprio il ruolo dello spettatore che commenta ciò che vede senza capirlo davvero. Poi, per questioni strettamente pratiche – devo essere sincero, io avrei mantenuto volentieri quel numero – abbiamo dovuto modificare l’idea, perché sarebbe stato molto difficile da realizzare a livello produttivo. Così siamo passati dall’essere noi a rappresentare lo spettatore a essere quattro attori che propongono un esperimento. In questo modo, in molte situazioni restiamo comunque spettatori. Il principio però non è cambiato: il pubblico è, allo stesso tempo, spettatore e spettacolo. Sono loro i veri protagonisti, mentre noi non metteremo in scena alcuna rappresentazione.

Come sei venuto a conoscenza del bando?

Puramente per caso: credo mi sia apparso sul sito di Teatro e Critica. Di solito non partecipo molto ai bandi, anche perché vivere a Cagliari rende tutto un po’ più complicato. Però ho avuto la sensazione che quel bando stesse parlando esattamente dello spettacolo che avevo in mente. Mi ha colpito il fatto che si parlasse di una rivalutazione del ruolo del pubblico all’interno della messa in scena, e del ruolo dell’attore e del teatro nella società.

Che cosa significa per te reinventare lo stare in scena e in platea?

Nel caso di questa rappresentazione, reinventare lo stare in scena significa letteralmente stare nella scena. Non è il pubblico che guarda noi: siamo noi che guardiamo loro. Per me questa è una “piccolissima rivoluzione”, anche se non stiamo inventando nulla – altri spettacoli, in forme diverse, hanno già tentato qualcosa di simile. E anche il nostro rimane un tentativo. Il pubblico è dentro la scena, sono loro le scene. Noi lo ripetiamo spesso. Io, in particolare, lo ribadisco di continuo, perché il mio ruolo tra noi quattro attori è proprio quello di ricordare il concetto e non perdere mai la speranza che il pubblico possa effettivamente fare o dire qualcosa.

Quindi speri in una reazione concreta da parte del pubblico?

Sì. Diciamo che tutto è possibile, e questo è uno degli aspetti che mi affascinano dello spettacolo. Abbiamo due copioni, e la scelta di quale utilizzare dipende esclusivamente dal pubblico. Se non succede nulla, si procede in una direzione, se invece accade qualcosa, se c’è una reazione, si va da tutt’altra parte. È anche questa la difficoltà dello spettacolo. È davvero un tentativo.

Che cosa ti aspetti da questa residenza? Se pensi che ti abbia aiutato, in che modo lo ha fatto?

Mi ha aiutato molto il confronto con Andrea. Abbiamo avuto un dialogo schietto sulle tematiche e sugli aspetti dello spettacolo che potevano non funzionare. Ci sono stati vari dibattiti sulle reazioni del pubblico. A volte, quando si costruisce uno spettacolo, ci si dimentica del pubblico, mentre Andrea ha preso davvero per mano la situazione, rivelandosi un ottimo consigliere. L’altro aspetto, che può sembrare scontato ma non lo è, è la possibilità data a giovani artisti che vogliono tentare qualcosa di diverso, una loro idea. Essere accompagnati in questo processo non è da poco. Spesso ai giovani o ai gruppi emergenti si promette molto, ma poi concretamente si fa poco. Noi quattro attori ci conosciamo da tempo, ciascuno lavora e ha un proprio percorso, ma come gruppo non esistiamo davvero. Qui invece abbiamo percepito una volontà reale di aiutarci e di far emergere al meglio la nostra idea.

Come hai vissuto questa precarietà del settore? Soprattutto per le nuove generazioni di artisti che cercano il proprio spazio, credi sia più facile affermarsi quando si ha una compagnia o restando da soli?

Dipende. È molto personale. Io, per esempio, ho un percorso piuttosto atipico. A volte ci si forma nel teatro e finita la formazione si va a tentativi finché non si entra in una compagnia o non si crea la propria. Per me non è stato così. Io ho iniziato a lavorare subito, mentre in parallelo proseguivo la formazione tra scuole e accademie. In Sardegna sono molto inserito, mentre nel panorama nazionale mi sto facendo spazio sempre di più, tra spettacoli che riesco a far produrre e lavori come attore in produzioni altrui. Quindi è molto personale e indubbiamente molto difficile. Lo vedo nei miei coetanei che escono dall’accademia senza molta esperienza o senza aver avuto occasione di misurarsi con certe realtà. C’è tanta angoscia. I giovani ricevono spesso promesse che poi non vengono mantenute, ma tendere la mano non basta, bisogna anche lasciargli lo spazio di sbagliare. Conosco molte persone talentuose, considerate tali anche da chi è già inserito nel settore, ma nonostante questo nessuno investe su di loro. I giovani vivono l’angoscia di non farcela, mentre chi è già dentro il settore vive l’angoscia di perdere ciò che ha conquistato. È come se non ci fosse mai abbastanza spazio per tutti.

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