Per la quarta edizione del progetto Vestiti della vostra pelle_Residenze didattiche universitarie abbiamo intervistato Carlo Guglielminetti (regista), Sebastiano Ragni (drammaturgo) e Gilda Rinaldi Bertanza (attrice) della compagnia Lenti al contatto che, con il tutoraggio di Andrea Cosentino ha realizzato Sidis, un corto teatrale che andrà in scena il 15 dicembre 2025 al Teatro Basilica.
Da che cosa nasce lo spettacolo? Di che cosa, per voi, era necessario parlare?
SEBASTIANO: L’idea nasce da uno spettacolo di Roberto Mercadini in cui parlava del concetto di felicità, intesa come lo stare dentro un flusso senza dover pensare. L’antitesi di questa visione era la figura di un matematico, William Sidis, vissuto nella prima metà del Novecento. La sua storia mi ha ispirato molto, anche perché, di fatto, Sidis è stato il figlio di un esperimento psicologico: i suoi genitori, entrambi psicologi, lo educarono con l’obiettivo di renderlo la persona più intelligente del mondo. Elaborarono un metodo basato sui rinforzi positivi e lo spinsero a coltivare qualsiasi passione potesse avere. Il risultato fu una sorta di “macchina perfetta” alla quale però non fu permesso di esplorare il mondo in maniera spontanea, di sbagliare, di imparare dai propri errori. È “nato perfetto” e ha dovuto dimostrarlo sempre. Si ritrova così, da adolescente, a dover affrontare un clamore mediatico che non ha scelto e soprattutto senza i giusti strumenti per gestirlo. Così a diciassette anni, pochi anni dopo essersi laureato ad Harvard, decide di abbandonare la carriera di matematico e cerca dei lavori in cui il suo talento non gli sarebbe servito, come l’impiegato d’ufficio, il postino, o qualunque lavoro in cui le sue abilità cognitive sarebbero potute restare nascoste alla società. Tiene il suo talento per sé e scrive di ciò che lo appassiona: fisica, storia, pacifismo, socialismo… Trovo molto attuale questo suo “amore per sé stesso”, così controcorrente rispetto alla società dell’esibizione e del “risultatismo”. È qualcosa su cui, secondo me, vale la pena riflettere.
CARLO: Esatto. Quello che tutti noi abbiamo trovato più interessante di William Sidis è proprio il fatto che avrebbe potuto essere uno dei grandi del Novecento ma, di fatto, nessuno oggi lo conosce, nonostante da giovane avesse vissuto un periodo di enorme notorietà. Ciò per cui viene ricordato è invece il processo, che verso la fine della sua vita, ha intentato contro il The New Yorker, il quale, a più di vent’anni dal suo “ritiro” aveva scritto un articolo contro di lui, dipingendolo come un fallito. In questo processo, uno dei primi riguardanti la violazione della privacy di un cittadino privato, la sentenza stabilisce che una volta diventato un personaggio pubblico, lo resterai per sempre; quindi il giornale non aveva commesso alcuna violazione. Si tratta di un precedente storico importante, soprattutto se lo mettiamo in relazione all’attualità: dal 2016, infatti, esiste il diritto all’oblio, sancito dall’Unione Europea, che afferma esattamente il contrario. Anche in un mondo iperconnesso, una persona – anche se diventata nota o virale – può chiedere in qualsiasi momento la rimozione delle notizie che la riguardano. È interessante vedere come, oggi, questo rapporto tra notorietà e privacy si sia completamente ribaltato. Ci teniamo molto anche al tema del collezionismo, che Sidis approfondisce in uno dei suoi scritti, lungo più di trecento pagine. Aveva una passione per i biglietti del tram e, con un linguaggio rigoroso e quasi scientifico, spiega perfino come conservarli per evitare che si strappino. Per noi questa è un’indagine sul confine tra lavoro e hobby, sulla possibilità di diventare professionisti in qualcosa che si ama fare, senza che debba per forza rientrare nei parametri del lavoro tradizionale. È un aspetto che ci riguarda anche come gruppo teatrale: il non essere vincolati da tempi o imposizioni esterne è, in fondo, ciò che ci permette di creare.
Avete già partecipato a questa residenza, ed è nato Gamberetti, che cosa vi ha spinto a partecipare di nuovo al bando?
CARLO: Per lo spettacolo precedente eravamo già a una fase abbastanza avanzata del lavoro e, grazie ad Andrea, siamo riusciti a portarlo a termine. Questa volta, invece, siamo partiti da zero: solo testo, lettura, studio, ricerca. Ora abbiamo raggiunto i primi venti minuti, che ci daranno il là per costruire l’intero spettacolo. Il tutoraggio di Andrea Cosentino ci è stato molto utile. Siamo una compagnia piuttosto ibrida, nel senso che entriamo spesso in compromesso anche rispetto ai ruoli interni: ci alterniamo, lavoriamo insieme su ogni parte del processo creativo. Per noi la creazione è collettiva e facciamo molta scrittura di scena, quindi è fondamentale collaborare tutti nello stesso momento.
GILDA: Avere un occhio esterno, come quello di Andrea Cosentino, ci aiuta a prendere alcune decisioni. Il suo intervento periodico accompagna un lavoro che noi già portiamo avanti come compagnia, amalgamando idee e linguaggi. Ed è uno dei motivi per cui siamo stati così soddisfatti della residenza precedente.
SEBASTIANO: Con Cosentino parliamo un po’ lo stesso alfabeto. Anche rispetto ad altri professionisti con cui avremmo potuto lavorare, con lui ci sentiamo più in sintonia. Diciamo che è un po’ lo stesso teatro che andiamo a vedere e che ci piace.
Che caratteristiche ha il vostro linguaggio? Come si è inserito Cosentino?
CARLO: Soprattutto nel primo spettacolo abbiamo giocato molto sulla multi-focalità scenica. A legarci ad Andrea c’è quello che lui chiama il post-drammatico, ovvero questa consapevolezza di essere in un’epoca dove abbiamo superato l’idea tradizionale di assistere semplicemente a una scena in cui agiscono due personaggi. La poetica della compagnia è sempre caratterizzata da una comicità di fondo, che ci permette di affrontare le domande poste dallo spettacolo con ironia e leggerezza.
A livello di ricerca testuale lavoriamo su un doppio binario. Per Gamberetti avevamo letto La scimmia nuda di Desmond Morris; per questo progetto, invece, abbiamo studiato tutta la letteratura scientifica scritta da William James Sidis e anche quella del padre, Boris Sidis, psicologo autore di numerosi trattati
SEBASTIANO: Entrambi gli spettacoli li ho inizialmente scritti in forma di teatro “classico”: quattro o cinque personaggi, molti dialoghi, unità di luogo… partendo proprio dalla direzione opposta rispetto al risultato finale. Nel lavoro precedente questo ci ha portati verso una forma più simile alla stand-up comedy; in questo caso, invece, lo spettacolo può quasi sembrare una sorta di presentazione PowerPoint dell’anatomia di un personaggio. Ne derivano scene con una base narrativa concreta, ma circondate da registri linguistici molto diversi, che – come drammaturgo – mi permettono di divertirmi giocando con molte strutture differenti.
Che ruolo assume lo spettatore nel vostro teatro?
SEBASTIANO: Negli ultimi anni, anche facendo stand-up, noto che il pubblico è molto desideroso di eventi dal vivo in cui non si senta un semplice ricevente passivo. Ci piace che il pubblico sia seduto in platea, ma non “spaparanzato”. La stand-up ci permette davvero di coinvolgerlo, ma cerchiamo di farlo anche attraverso la costruzione delle scene.
Prestiamo molta attenzione allo sguardo dello spettatore: ad esempio creiamo due scene che condividono lo stesso spazio, così che sia il pubblico a scegliere dove concentrare la propria attenzione.
CARLO: Ci piace molto il concetto di cui parla il duo RezzaMastrella, quello della scenografia come habitat. L’idea, cioè, di creare per ogni spettacolo un linguaggio e un mondo propri, in cui lo spettatore possa letteralmente sprofondare. Lo immergiamo in una logica che, per quanto folle, funziona ed è accettata, perché siamo nella mente di William James Sidis, non nella realtà. E allora diventa normale, ad esempio, che tutte le persone si muovano come fossero dei tram. La narrazione classica funziona bene per i libri ma non per il teatro dove tutto è irripetibile.


