Iniziamo con una presentazione, raccontateci chi siete e come nasce la vostra compagnia.
Siamo Spartenza Teatro e la nostra compagnia nasce nel 2022 dall’incontro tra me (Andrea Milano) e Sofia Abbati. Con l’avvio di questo ultimo progetto si è unita alla compagnia anche Sofia Ludovica Tangreda, che è una performer e danzatrice; io sono autore e regista mentre Sofia Abbati è una performer e autrice. Dal 2022 portiamo avanti sia la produzione di spettacoli che quella di progetti; il più importante a cui stiamo attualmente lavorando si chiama Feedback, sulla drammaturgia: un tavolo online in cui autori e autrici si riuniscono per leggere i propri testi analizzarli e discuterne insieme.
Prima di iniziare questo percorso, abbiamo realizzato altri due spettacoli “Ostinato essere” e “Paesaggio con figura verticale”; ora, grazie a Vestiti della Vostra Pelle, stiamo lavorando a un nuovo progetto, “Le ossa”.
Il nome della vostra compagnia da cosa deriva?
Quando nel 2022, post covid, abbiamo iniziato a pensare di unire le forze, cercavamo un nome che evocasse l’idea di condivisione e “spartenza” rimanda al verbo spartire, ossia condividere; ma non solo, richiama anche il canto di Spartenza, un antico rito abruzzese legato alla transumanza verso la Puglia. È un rito di commiato, un canto, che i contadini facevano alle loro amate. Ci interessava molto il fatto che il nome “Spartenza” racchiudesse temi fondamentali per il tipo di lavoro che facciamo: quelli del canto, del ritmo, del suono, dell’andare lontano da casa. Pur abitando a Roma, infatti, arriviamo uno dall’Abruzzo e una dall’Emilia-Romagna, siamo lontani da casa per lavoro, per imparare e per raccogliere dei frutti. Spartenza racconta tutto questo.
Se doveste guardare indietro al vostro inizio e pensare al vostro percorso, riuscireste a dirmi da cosa nasce la vostra esigenza di fare teatro? Perché avete scelto il teatro?
È molto difficile rispondere ma crediamo che il teatro sia oggi forse un ultimo baluardo all’interno della società, che possiamo abitare fuori da alcune logiche politico-sociali che non riuscivamo a trovare in altri ambienti.
Per quanto mi riguarda (Sofia Abbati, diplomata all’Accademia Cassiopea) il primo incontro è avvenuto da molto piccola e in poco tempo mi sono resa conto che il teatro mi consentiva di dire di più di quanto potessi fare attraverso altri mezzi, come la pittura e le arti visive in generale, e ha iniziato a rappresentare per me un luogo in cui poterle racchiudere tutte e avere una relazione, un contatto con altre persone in una maniera che nella quotidianità non era così semplice avere.
Io (Sofia Ludovica Tangreda, diplomata all’Accademia Cassiopea) mi sono avvicinata al teatro quasi per ripicca. I miei genitori potevano permettersi di far fare una sola attività extrascolastica o a me o a mio fratello, così decisi di iniziare a lavorare a 16 anni, trovai un corso di teatro e iniziai a frequentarlo. Diventò per me un luogo di incontro che si è poi trasformato in una voglia di rincontrarsi ed è quello che continuo ancora oggi a perseguire, perché in una società in cui siamo totalmente alienati, andare a teatro e fare il teatro mi porta a una dimensione estremamente umana e questo è sicuramente quello che mi spinge a continuare; questo immenso amore sono sicura derivi dalla convinzione che il teatro possa essere un buon vaso, un buon contenitore anche per amarsi tutti un po’ di più, a prescindere da quello che si porta in scena o meno.
Io (Andrea Milano, diplomato in Drammaturgia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico) ho iniziato provando a scrivere, poi pian piano è arrivato il teatro e ho scoperto la possibilità di dare corpo alle cose e alle parole, ho capito che poteva essere un modo per avere più possibilità espressive perché nonostante tutto, nonostante tutte le trasformazioni tecnologiche e le contaminazioni che hanno attraversato la scena contemporanea, per me il teatro resta prima di tutto un incontro tra corpi: quelli dei performer e quelli degli spettatori, insieme, in uno stesso spazio. È questo che continua a muovermi. Non a caso, nelle nostre ricerche il corpo è sempre centrale, così come il rapporto quasi fisiologico con chi guarda. Anche in questo nuovo progetto, ad esempio, tutto parte dal respiro.
Dunque, quello che oggi, come compagnia, ci porta all’ostinazione di scegliere il teatro ogni giorno è uno sguardo comune, è quella sensibilità condivisa che ci porta a prendere una posizione e che ci spinge a guardare le cose e a scavarci dentro fino a portare fuori quello che sentiamo, ognuno a suo modo, ma tutti verso un’unica direzione.
Il fatto che sentiate il teatro così legato alla corporeità vi permette di arrivare a raccontare cose che con la voce non riuscireste a dire? Intendete che il corpo sia il mezzo più autentico in questo senso?
Sì, possiamo dire che il corpo è spietato in questo, è palese la menzogna, il corpo non mente e quando mente lo fa spudoratamente. Per noi questa è una questione fondamentale, uno dei principi che ci diamo nel lavoro è proprio questo: far sì che le cose accadano sempre e comunque, anche nella ripetizione, fisiologicamente, organicamente senza mai cadere nel tranello della recitazione intesa come “far credere” che qualcosa stia accadendo davvero; ci interessa creare le condizioni perché quel qualcosa accada di nuovo, realmente, nel presente della scena. Non animato o riportato, ma vivo.
Cosa significa fare teatro oggi, soprattutto per ragazzi giovani che devono crearsi una rete di collegamenti e che devono farsi spazio in questa realtà, cosa vuol dire fare teatro dal punto di vista di una giovane compagnia indipendente?
Fare teatro oggi, per una giovane compagnia indipendente come noi, significa innanzitutto assumersi una responsabilità e spero di non sembrare retorico nel dirlo: significa essere in qualche modo “nemici” di un governo e di uno Stato che si è dichiaratamente opposto alla cultura e a un certo tipo di cultura in particolare. Se non si parte da questa consapevolezza, si fa davvero fatica. Il primo ostacolo è proprio questo: sapere di non essere in un paese e in un periodo storico favorevoli. A questo si aggiunge un retaggio culturale che porta molte persone a percepire gli operatori culturali e gli artisti come parassiti sociali, come figure che non contribuiscono attivamente ed economicamente alla società. Anche questo significa essere “nemici”: nemici di un pensiero che svaluta sistematicamente il lavoro culturale. Chi sceglie di fare teatro oggi deve sapere anche un’altra cosa – e noi ci abbiamo sbattuto la testa più volte: in Italia l’ascensore sociale si muove in orizzontale. Se non parti da una posizione di privilegio economico e di classe, è estremamente difficile costruire un percorso, e la povertà, sia culturale che economica, finisce per incancrenire il settore anche nelle personalità più eccezionali e generose. Fare teatro, dunque, significa convivere con la fatica, con la frustrazione, con il rancore e con la stanchezza, significa sgomitare, significa ritagliarsi, con molta fatica, spazi e possibilità; significa avere molte meno occasioni per sbagliare e soprattutto significa sentirsi dire tantissimi “no” e questa è la base di una giovane compagnia indipendente: i no. Poi però arrivano dei sì che pesano più di tutti quei no messi insieme, a volte bastano tre sì per cancellarne cento e altre volte quei sì te li costruisci da solo. Feedback, ad esempio, è nato così: dal bisogno di creare uno spazio di confronto reale, non il solito “feedback” distratto, freddo e disinteressato, non la solita mail preconfezionata – sintomo di un ambiente teatrale che non ha tempo, non ha mezzi, che rincorre il capitalismo e ne è inevitabilmente vittima. E poi c’è un’altra consapevolezza: il modo per entrare in questo sistema è connaturato al sistema stesso. È una forma di resistenza. Bisogna partire sapendo che se fare teatro significa tutto questo, allora significa anche che le cose bisogna farle e basta. Se vuoi fare uno spettacolo, non puoi aspettare che qualcuno venga a chiederti di farlo. Devi trovare soluzioni – come direbbe Andrea Cosentino – punk e molto semplici per realizzare ciò che nessuno ti verrà mai a chiedere di realizzare. Insomma, cosa significa fare teatro oggi? Significa non aspettare l’autorizzazione di nessuno e intanto fare, sempre e comunque, con quello che si ha e con tutto il rigore possibile, perché quando poi arriva finalmente quel sì, nonostante tutto, cambia profondamente il tuo rapporto con il lavoro e con il mondo.
A proposito dei percorsi che state facendo e che avete concluso, di cosa si compone il vostro lavoro o meglio il vostro “metodo”, se possiamo così definirlo?
È difficile rispondere perché in realtà ogni progetto ha un suo percorso. Siamo affezionati ai metodi, ma abbiamo capito sulla nostra pelle che ogni progetto fa scaturire una metodologia e che quindi l’intelligenza artistica, anzi l’intelligenza progettuale sta nell’individuare, nel capire subito qual è il metodo più utile a quel progetto.
Anche perché dobbiamo spesso lavorare con tempi stretti e con pochissime risorse, quindi non è sempre possibile applicare lo stesso. Di base, quello che facciamo è individuare l’elemento autentico di interesse: a volte è un tema altre un segno, una suggestione o un’immagine che ci stimola particolarmente all’interno dell’immaginazione che stiamo avendo di un determinato progetto. Individuato questo nucleo, costruiamo spesso delle mappe e lo facciamo per attrazione, procedendo con un lavoro verticale: una volta trovato un segno interessante, non possiamo che andare a fondo su quello e da quello accogliere tutti gli altri elementi che scaturiscono; è allora che questo scavo verticale diventa orizzontale.
Tutti quei segni, fratelli e sorelle di quel nucleo iniziale, disposti in orizzontale danno una mappa del lavoro che stiamo facendo e a quel punto mettendo insieme tutti questi frammenti e selezionandoli si costruiscono dei quadri.
Poi arriva l’approdo in sala. Cerchiamo sempre di arrivare con linee guida chiare, con una struttura scenica di riferimento, ma lasciamo che il lavoro sia in grado di restituirci qualcosa, di sorprenderci. Per noi i quadri sono frasi, li portiamo in scena e ci lavoriamo sopra attraverso esplorazioni, più che improvvisazioni, che partono da quel primo segno e dalle linee tracciate e che servono a verificare, espandere o perfino negare. È lì che il progetto inizia davvero a prendere forma.
Veniamo ora a Vestiti della vostra pelle. Come siete venuti a conoscenza del bando? Conoscevate già il progetto o l’avete scoperto per caso?
In realtà lo conoscevamo già perché alcune compagnie amiche avevano partecipato e noi abbiamo fatto parte del pubblico.
Poi io (Andrea) ho avuto la fortuna e l’onore di collaborare con Andrea Cosentino in un altro progetto, in una produzione del Teatro Metastasio e di conseguenza sapevo di questo bando e mi sembrava, per come funziona Vestiti da Vostra Pelle, la casa giusta per il tipo di percorso che facciamo.
Come nasce l’idea dello spettacolo a cui state lavorando con Vestiti e cosa dobbiamo aspettarci in scena?
L’idea dello spettacolo nasce da una storia familiare che mi viene raccontata da quando sono piccolo e che coinvolge i miei trisnonni. È infatti la storia del mio trisnonno che è partito per la Prima Guerra Mondiale ed è rimasto gravemente ferito durante un conflitto, è stato rimandato a casa in fin di vita e la mia trisnonna, la moglie di questo soldato, per cercare di salvarlo, probabilmente consigliata da una donna del paese, è andata al cimitero, ha preso delle ossa dalla fossa comune e ha cercato di utilizzarle, tritandole in polvere, per sanare le ferite del marito.
L’elemento strambo di tutta questa faccenda è che queste ossa hanno iniziato a muoversi da sole, impossessate da chissà quale forza sovrannaturale e quindi la mia trisnonna spaventata, ha deciso di riprendere le ossa e riportarle al cimitero, rinunciando a questa folle possibilità di salvare il marito e accettando che arrivasse la morte.
Mi sembrava fosse il momento giusto per raccontare questa storia, ma quello che poi vedremo in scena non sarà una riproposizione fedele ma più un ragionamento attorno ai vari livelli che questo racconto apre e che ha aperto a noi; è il tentativo di far sì che questa storia sia un pretesto per articolare un discorso scenico.
E voi cosa vi aspettate da questo spettacolo? Quale responso augurate a voi e allo spettacolo stesso?
Su questo abbiamo ragionato molto, su ciò che possiamo scatenare negli occhi di chi ci guarda, su quello che lo spettatore si porterà con sé una volta uscito dalla sala ed è proprio questo quello da cui siamo partiti. Vogliamo portare la morte il più possibile in primo piano, più di quanto non lo sia già nella nostra quotidianità.
La nostra speranza è che lo spettatore faccia esperienza di una soglia, che è proprio la soglia ponte tra la vita e la morte. Il nostro obiettivo è quello di far sì che lo spazio scenico diventi questa soglia e che tutto il nostro lavoro, sia quello di parola che quello fisico, permetta allo spettatore di abitare quella soglia e di sentirsi proprio lì, fra la vita e la morte, fra le cose che possono tornare a vivere e le cose che stanno pian piano morendo.
Proprio attorno a questo intento abbiamo costruito il resto dello spettacolo nella speranza che tutto ciò che abbiamo scelto di portare in scena possa favorire questo tipo di esperienza.
Arrivati quasi alla fine di questo percorso, cosa porterete con voi e in che modo pensate vi abbia aiutato il tutoraggio di Andrea Cosentino?
Beh, sicuramente siamo molto grati per la possibilità di avere uno spazio, di sapere che esistono queste oasi che permettono di fare e di rendere reale un qualcosa che parte dalla testa. Inoltre, avere anche una cadenza, un appuntamento, fa entrare in una quotidianità che vorremmo raggiungere un giorno, con la speranza che poi si traduca non solo in una volta a settimana per due ore, ma che diventi sei giorni su sette per otto ore al giorno.
Per quanto riguarda il tutoraggio di Andrea Cosentino, è stato un onore; avere a che fare con una persona, con un autore del suo calibro, è sicuramente un continuo crescere, perché lavorare con una persona più grande che ha fatto tanto teatro e che continua a farlo nonostante tutto, apre mille orizzonti e accresce la voglia di fare. Inoltre, ci portiamo dietro anche tante piccole finezze che ovviamente uno sguardo come il suo ti può dare, sia sul discorso del linguaggio che abbiamo scelto e sia su diverse tecniche da poter esplorare, perché c’è la competenza accumulata negli anni che gli consente di saper consigliare anche le più piccole cose, i minimi dettagli che aumentano la qualità del lavoro. Tutto questo ci ha spinto settimanalmente a voler alzare l’asticella, a non accontentarci mai e a provare davvero a stare al passo di una personalità come quella di Andrea, che è una personalità che viaggia veloce, che è aggiornata e che ha intuito, ma anche delicatezza e la capacità incredibile di entrare dentro i progetti con grande cura, senza snaturarli, ma tirandone fuori le potenzialità che certe volte da dentro si fatica a intravedere.
Quindi ecco, l’insegnamento più prezioso che custodiremo gelosamente è quello di non accontentarsi mai e alzare l’asticella settimana dopo settimana fino al giorno dell’incontro col pubblico.


