Come è nato il vostro collettivo?
La nascita del nostro collettivo risale al 2024 dove al corso di alta formazione drammaturgica di Ert ci siamo incontrati per la prima volta. Il nostro incontro ha rivelato da subito l’identità del nostro gruppo di lavoro: All’interno del nostro collettivo primaparola non esiste un singolo drammaturgo o un singolo regista è anzi costituito da attori/autori e attrici/autrici che non si esauriscono in singole figure standardizzate, ma che hanno invece delle funzioni poliedriche all’interno della realizzazione dei nostri spettacoli. Da questa condivisa caratteristica abbiamo insieme messo a fuoco la missione del nostro teatro, ovvero lavorare sulla drammaturgia contemporanea da un punto di vista collettivo e più concreto, rendendola il punto focale e di partenza dei nostri spettacoli. Da ormai qualche anno ci siamo riuniti attorno al progetto “Is This Europe?”, nato in seno al corso di formazione che abbiamo condiviso e dalla mano di Ianua Coeli Linhart (drammaturga di questo progetto) Il nostro obiettivo più a lungo termine sarebbe quello di continuare a creare testi nuovi appartenenti o a una singola autorialità oppure a una scrittura condivisa, dove i ruoli vanno a interscambiarsi e il testo viene gestito collettivamente come una “vera” compagnia.
Da dove deriva il nome “primaparola” ?
Il nome del nostro collettivo nasce durante il percorso di Vestiti Della Vostra Pelle, e vuole porre l’accento sulla questione drammaturgica, su quanto sia importante per noi la centralità del testo all’interno dei nostri spettacoli. Ma la drammaturgia non è l’unica etimologia: il nome fonda le sue radici anche dal bisogno di sentirci di nuovo un po’ bambini, di giocare con l’immaginazione e di ripartire. Il periodo storico che stiamo vivendo e gli avvenimenti che ci circondano hanno bisogno di una prima parola, urgente, per tutte le parole non dette. Pensiamo che il teatro sia qualcosa di più di un pretesto per evidenziare sempre gli stessi nomi sui cartelloni e che gli autori abbiano compiti ben più importanti di parlare esclusivamente di loro stessi. Un teatro necessario secondo noi è un teatro che si impegna politicamente e preme per far sentire la propria voce. Prima Parola appartiene a ognuno di noi, in quanto autori, e speriamo che il segno lasciato dalle parole scritte e recitate nei nostri spettacoli ebbe la stessa indelebilità di quella prima parola detta ancora in fasce che rimane per noi e per chi l’ha sentita per la prima volta un ricordo indimenticabile. Bisogna ridare importanza alle parole e la nostra “Is This Europe?”, già di per sé complessa, è l’obiettivo di questo spettacolo.
Come siete venuti a conoscenza del bando?
Siamo venuti a conoscenza del bando tramite i canali social del Teatro Basilica, che oltre ad essere uno dei partner del progetto, ci ha ospitato in questi mesi di prove e renderà possibile la restituzione al pubblico.
Vi è capitato o eravate in cerca di un bando?
Noi siamo sempre alla ricerca di un bando,di norma ci capita di orientarci verso bandi che prevedano anche solo un piccolo sostegno economico. Ciò non toglie che esperienze come queste siano degli strumenti utili per permettere a delle realtà più piccole la possibilità di conoscere e farsi conoscere, creando delle reti di contatti con cui stabilire delle connessioni durature nel tempo. Inoltre, poter lavorare in uno spazio dedicato con il supporto di un tutor (in questo caso Andrea Cosentino) rappresenta per noi un aiuto prezioso, capace di offrire un contributo significativo al processo di messa in scena.
Perché avete scelto di candidarvi per “Vestiti Della Vostra Pelle”?
Vestiti Della Vostra Pelle ci sembrava una perfetta occasione per farci conoscere in quanto collettivo e riuscire finalmente a avere un pubblico a cui mostrare il prodotto di quasi più di due anni di lavoro.
Cosa vuol dire per voi fare teatro oggi?
Occuparsi di drammaturgia contemporanea al giorno d’oggi in Italia è una delle scelte più difficili che si possano fare nella vita, in quanto cammino colmo di ostacoli dove l’unica missione è cercare di resistere, racimolando e rimanendo fortemente legati a quella magica fanciullezza che ci permette di credere, di costruire e di ripartire.
Com’è stata l’esperienza di lavoro con il tutor Andrea Cosentino?
L’aiuto di Andrea è stato fondamentale, abbiamo percepito un feeling fin dall’inizio. Ciò è stato per noi una grande fortuna, in quanto non diamo affatto per scontata la possibilità di poterci confrontare alla pari senza giudizio o superiorità. Il confronto e il sentirsi compresi in quanto professionisti ci ha portato a tirare un grande sospiro di sollievo e a esserne grati.
Da dove nasce l’idea di questo spettacolo e qual è il messaggio/la necessità che vi ha spinto a portarlo in scena?
L’idea è nata da me, Ianua, a partire da un insieme di pensieri che attraversavano la mia mente in quel periodo. Legate alla mia generazione, al periodo storico che stavamo vivendo e alle domande che valeva la pena porsi riguardo al mondo che abitiamo. Il teatro come cronaca di ciò che stava accadendo è il motivo principale per il quale si è creato questo collettivo. Quando sono arrivata a Modena, storicamente, a pochi km da noi era cominciata la guerra in Ucraina e poco dopo a Ottobre era iniziato il genocidio in Palestina. Questi avvenimenti storici mi hanno profondamente segnata: sin da quando vivevo a Napoli facevo parte di un collettivo politico, e la politica, l’attualità, ciò che accadeva attorno a noi hanno da sempre alimentato il mio immaginario teatrale. Non si può scegliere di mettere in scena un testo del passato senza pensare di riadattarlo e ridimensionarlo nel presente, la contemporaneità deve far parte dei nostri spettacoli. Questo è ciò che contraddistingue il mio pensiero artistico. Volevo che tutti quei pensieri venissero riordinati e ammucchiati in un’unica scatola scenica. Così è iniziato il lavoro riguardo a questo progetto. Il primo soggetto era un personaggio che non riusciva a vivere, che si chiudeva al riparo dal mondo, poi, poco a poco abbiamo deciso di liberarlo e portarlo in scena. All’inizio il personaggio (dal nome Io) si nascondeva, e dal buio del suo nascondiglio elencava tutti i motivi che lo avevano portato a rinchiudersi. Ora la drammaturgia si è un po’ trasformata, siamo tutti in scena compreso “Io”, che un po’ incarna tutti i miei pensieri e esprime il suo non stare bene, la volontà di non fare questo spettacolo, in quanto l’unica cosa che importa è quella di fare un’analisi, un’analisi storica per soffermarci su gli errori da non ripetere. Lo spettacolo ha luogo negli anni 60, anni in cui vivono i nostri due protagonisti, abitanti d’Europa, ma da due punti differenti dell’Europa. Uno dalla parte occidentale e l’altro da quella orientale che si incontrano in un periodo storico fatto di scontri e moti rivoluzionari. L’analisi di questi due personaggi, apparentemente generica e slegata dal celato personaggio “io” è in realtà intrecciata, in quanto i due personaggi descritti sono i suoi genitori. La storia diventa così personale in cui “Io” diventa il protagonista. Ma il focus dello spettacolo non vuole solamente essere la storia d’amore commovente di due personaggi agli antipodi, ma un’analisi generale di come scegliamo di vivere le nostre vite, soprattutto dal momento in cui qualcuno decide di farci nascere. L’ultimo passaggio dello spettacolo diamo spazio alle nuove generazioni catapultate negli anni 2000, nella realtà che ci appartiene. In cui mi pongo una domanda: Come si resiste tra un mondo capitalista infiocchettato da lustrini e un altro mondo, quello ingiusto, costituito da guerre e genocidi?
Cosa sperate arrivi allo spettatore da questo spettacolo?
I messaggi, secondo noi non fanno parte del “Bel Teatro”, il teatro che amo non ha mai a che fare con un messaggio ma con dei temi che possano stimolare delle domande e delle riflessioni. Noi non abbiamo la presunzione che il nostro pensiero sia lo stesso delle persone sedute in sala ma anzi speriamo che con il nostro spettacolo il pubblico possa sentirsi libero di interrogarsi, di mettere in discussione ciò che vede e di trovare un proprio significato, diverso da quello di chi gli si siede accanto. Quando facciamo le prove a volte pensiamo a quale possa essere la reazione del pubblico a una determinata azione, ma la risposta non è mai soltanto una e soprattutto non è mai una soluzione; se dovessi però dire il nucleo di questo spettacolo, occorrerebbe soffermarsi su “Io” che tenta, fallendo, di guardare la propria vita dall’esterno, invitando anche gli altri a fare lo stesso. Un gesto che prova a mostrare come, dall’alto, siamo immersi in dinamiche enormi, spesso indipendenti da noi: forze che muovono il mondo e che mettono in prospettiva la nostra convinzione di essere davvero liberi di lottare per i nostri piccoli conflitti, di fare delle scelte d’amore o di credere nell’amore stesso, nelle nostre illusioni tenere e un po’ sciocche, che in realtà alla fine, si rivelano per quello che sono, ovvero fragili, ma profondamente umane. Dico fallendo perché quando arriva il momento di andare a fondo nei traumi della propria vita, “Io” non riesce più a mantenere uno sguardo dall’alto per fare un’analisi distaccata di ciò che gli è accaduto. Quando si tratta di vicende dolorose intime e personali, l’oggettività si sgretola. Ad esempio come quando diciamo convintamente di essere contro il razzismo, ma se qualcuno ci ruba il portafogli, il primo impulso istintivo è quello di cercare un colpevole e puntare il dito. Non è cambiato il nostro pensiero “grande”, l’idea che il razzismo sia sbagliato: semplicemente, in quel momento non riusciamo a separarci dalla nostra individualità, dalle nostre reazioni più immediate. Ecco, è proprio questo che accade a Io nello spettacolo: nel confrontarsi con le sue ferite, perde la distanza e torna a essere umano, vulnerabile, immerso nelle proprie contraddizioni. Aggiungo che il processo di questo lungo lavoro e la crescita di noi come collettivo sia data anche e soprattutto dal fatto di essere passati attraverso momenti delicati della storia e che aver manifestato e essere scesi per le strade abbia aumentato in noi la necessità di ricreare una collettività oltre che umanamente nel mondo anche in questo spettacolo. Noi mettiamo in discussione la democrazia per come viene praticata oggi, e riteniamo che ciò che ancora ci tiene insieme sia, in fondo, il bisogno di stare tutti sotto lo stesso striscione. Mettiamo in discussione anche l’Europa, che spesso si presenta come una fortezza: promuove ideali che però non sempre sostiene concretamente. Nel momento in cui le è stato chiesto di produrre e inviare armi ai conflitti, non si è tirata indietro. Ed è proprio qui che sentiamo la necessità di prendere le distanze: perché questo non rispecchia gli ideali di pace che l’Europa stessa proclama. O forse li rispetta, ma solo all’interno dei propri confini protetti. In questo, ci sentiamo i “fortunati” abitanti d’Europa, una fortuna che però non vorremmo definire tale, se significa godere di una sicurezza costruita anche sulla vulnerabilità di altri. Non vogliamo considerarci privilegiati a scapito della sfortuna di qualcuno.
Se doveste farvi un augurio e fare un augurio allo spettacolo quale sarebbe?
Riguardo allo spettacolo ci auguriamo di farlo vedere a tanta gente, perché fino ad ora abbiamo fatto solo due/tre prove aperte e ne faremo un’altra a dicembre. Ma il desiderio per me, che poi è alla base del voler fare teatro, è quello di parlare con le persone, farlo vedere a più persone possibili e incontrare diversi pubblici, persone diverse, per confrontarci con realtà diverse, estrazioni sociali diverse, città diverse o paesini. Questo è il mio desiderio di proporre questo spettacolo in diversi luoghi, sia per sapere cosa ne pensa il pubblico, sia per far vivere lo spettacolo, perché senza pubblico (sarà banale) non c’è spettacolo. Sono due anni che lavoriamo a questo progetto e non ne possiamo più di parlarne tra di noi abbiamo l’esigenza di farlo davanti a qualcuno. A noi ci auguro di resistere.



Bravi e coraggiosi! Complimenti!