Loco – «Es increible, pero no imposible»

Non c’è sipario nella Sala B del Teatro India. Solo il buio, sempre più avvolgente, segnala l’inizio dello spettacolo. Poi, piano piano, una luce fioca illumina il centro della scena: un letto, due attrici e un burattino, testa e mezzo busto, il resto del corpo lo forniscono Natacha Belova Tita Iacobelli. Popriščin, il burattino, è il protagonista, ma non è l’unico personaggio. Belova e Iacobelli infatti prestano le loro voci e il loro corpo non solo allo scrivano, ma a tutte le altre creature e agli altri personaggi che popolano la storia che Popriščin racconta. E talvolta, pronunciando il suo nome in un sussurro secco, sembrano richiamarlo alla realtà, come espressione di un ultimo baluardo di sanità mentale. Si annulla così il confine tra creatura e creatrici, in una magnifica esecuzione in cui le due artiste danno vita a un corpo terzo, che ha quattro gambe, quattro braccia e quattro mani, che ogni attimo prende vita nuova e sul quale il pubblico riesce a leggere i segni della crescente follia di Popriščin.

Lo scrivano «istruito e di buona famiglia» racconta la sua storia dal suo letto, unico elemento scenico per la quasi totalità dello spettacolo. Esso diventa la sua scrivania, lo studio del Sindaco, ma è anche spazio simbolico di sogno, di riposo, di ricordo. Eppure, è sempre il suo letto, e ciò mantiene viva nel pubblico la consapevolezza che tutto ciò che viene raccontato da Popriščin è la visione distorta che egli ha della sua realtà. Popriščin è solo, divorato dalle fantasie, dalle frustrazioni, che si concretizzano anche al di fuori della sua mente in allucinazioni: un inquietante pesce levitante che disturba il suo sonno, un’enorme palla di carta che sembra avere una propria intenzionalità e oscillare tra il voler fagocitare Popriščin e l’obbedire alle sue richieste. La carta è un elemento scenico fondamentale: è simbolo del monotono lavoro di Popriščin, che lo frustra, perché egli è convinto che possa aspirare a una carriera migliore; ma è anche luogo della parola scritta, luogo della verità. Ciò che è scritto è reale e non a caso più Popriščin avanza nella sua follia e più chiaro diventa il suo distacco dalla realtà, più la scena si popola di pezzi di carta, ne è invasa, come se lo scrivano cercasse di giustificare le sue ragioni e le sue scelte perché validate in quanto riportare su carta.

Loco è un viaggio nella mente di Popriščin, che in prima persona racconta agli spettatori la sua storia. E lo fa, grazie a Belova e Iacobelli, in maniera estremamente coinvolgente. Il pubblico ride con lui, ne coglie le idee circa l’assurdità del reale. Perché di fatto l’assurda vita di Popriščin, infelice e insoddisfatto, alla disperata ricerca di un riconoscimento lavorativo e sociale che sembra non arrivare mai, non è una condizione estranea agli spettatori che oggi si siedono ad ascoltarlo. E gli angoscianti momenti di follia, sempre più frequenti all’avanzare dello spettacolo – fino al climax finale in cui un Popriščin, ormai completamente folle, si dichiara Ferdinando VIII re di Spagna –  sembrano voler esortare gli spettatori a riconoscere l’assurdità di questa continua ricerca di un appagamento al di fuori di sé.

Con maestria, dolcezza e ironia, Belova e Iacobelli mettono in mano al pubblico la storia di un uomo solo, che nella follia sembra trovare finalmente la soluzione alla sua insoddisfazione. Nella sua follia Popriščin è finalmente chi vuole essere, acclamato, importante, amato. E al pubblico, uscito dal buio della Sala B, cosa resta?

Loco

Messinscena e drammaturgia Natacha Belova Tita Iacobelli

Assistente alla drammaturgia Raven Rüell

Contributo artistico Sophie Warnant

Disegno luci Christian Halkin

Burattini Loïc Nebreda

Sonorizzazione Simón González

Costumi Jackye Fauconnier

Realizzazione Scenica e assistente alla regia Camille Burckel

Foto Pierre-Yves Jortay

Produzione artistica Daniel Córdova

Produzione Compagnie Belova-Iacobelli e Javier Chavez

Creato presso Studio Théâtre National Wallonie-Bruxelles

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