Mercoledì delle ceneri: La nostra tragedia

Iniziamo dalla fine. Iniziamo dal silenzio in cui la sala è rimasta avvolta per qualche secondo al termine dello spettacolo. Silenzio che, eccetto un paio di risate, ha caratterizzato il pubblico del Teatro Vascello durante la rappresentazione del tre aprile.

Mercoledì delle ceneri è uno spettacolo semplice, ma travolgente. Afferra gli spettatori allo stomaco. Così, quando Rosa si accascia sul carretto, al centro del proscenio, quasi non si ha l’ardire di battere le mani, come a chiedersi se, con quel gesto, non si violasse ancora una volta la sua storia.

Rosa (Sofia Iacuitto) è una giovane e bellissima ragazza morta in circostanze mai chiarite – ma tanto chiacchierate – cinquant’anni prima e senza che il suo corpo, eccezion fatta per qualche ciocca di capelli rossi, sia mai stato rinvenuto.

Il corpo è uno degli elementi fondamentali in questa drammaturgia. Il corpo di Rosa è scomparso, e da decenni è evocato dal corpo della pupazza, un corpo pesante e grottesco che vuole imitarne i tratti, ormai riconoscibili però solo nei capelli rossi. Ma la pupazza, con i suoi fianchi larghi e il seno prosperoso, è anche il corpo di una donna ridotto ai suoi elementi essenziali, quelli che attirano le attenzioni degli uomini.

Realizzata con una struttura di fili metallici, la pupazza viene preparata ogni anno per celebrare nel paese di provincia il passaggio dal Carnevale alla Quaresima. La sera del martedì grasso viene fatta ballare, a pagamento, con chi la desidera e poi data alle fiamme. La pupazza si trasforma così nella rappresentazione concreta di un corpo-oggetto. Oggetto di desiderio, oggetto di violenza, oggetto di sguardi indesiderati e viscidi. Corpo che non appartiene più a nessuno, perché è in mano a tutti.

Per le altre donne del paese, l’unico modo per liberarsi è assumere anch’esse questo punto di vista. E allora ogni anno si vestono a lutto per l’adorata Rosa, ma si svendono, ciniche e deluse, al miglior offerente. Con finto coinvolgimento, abbracciano la loro stessa trappola per poter tornare ad essere padrone dei loro corpi e delle loro scelte.  

Tra Rosa, la pupazza e le donne del paese, sembra non esserci soluzione di continuità. Un filo le lega, un filo di lotta, di paura, di forza e resilienza. Non è cambiato nulla nei cinquant’anni che separano la morte di Rosa dal presente dello spettacolo. «Le ciocche non invecchiano» e così nemmeno le dinamiche di controllo, paura e violenza che dominano i corpi delle donne.  

Lo spettacolo è articolato in modo tale da intrecciare la realtà locale dell’organizzazione della festa di fine Carnevale e le vicende personali e comunitarie degli abitanti del paese, alla realtà sociale, di personaggi consapevoli delle colpe di chi continua a narrare sempre la stessa storia e, reiterandola, ne diventa complice. Nel paesino di Rosa il tempo va avanti e non muta nulla, tutto si ripete, ogni anno come il precedente. Ma nei momenti in cui si rivolgono agli spettatori, cui è affidato il ruolo dei turisti venuti ad assistere alla festa, i personaggi sembrano, a tratti, uscire dalla loro quotidianità. Come si rendessero conto della necessità del cambiamento, ma loro, nel piccolo paese, non possono farlo. Siamo noi, gli spettatori-turisti, che torneremo a casa, in un tempo che invece scorre e può mutare i fatti, le azioni e i pensieri, a poter agire. Ad avere il dovere di agire.

«Come è imbarazzante ripetere sempre le stesse cose così elementari» dice una delle donne (Gabriella Indolfi). E ha ragione. La storia di Rosa è una storia comune, una storia che tutti conoscono, di cui sono noti gli insegnamenti, così elementari. Eppure, c’è ancora necessità di narrarla. E ci sarà fin quando qualcuno sarà convinto che se Rosa non fosse andata nel bosco a incontrare il suo innamorato, sarebbe ancora viva. Fin quando qualcuno crederà che sia normale colpevolizzare una giovane per le forme che sta assumendo e renderla dunque responsabile degli sguardi – e delle molestie – che riceve. Fin quando qualcuno crederà di avere il diritto di imporsi nei confronti di chi reputa più debole solo in quanto appartenente all’universo ampio e vasto del “femminile”.

Non sapremo mai come è morta Rosa, se suicida, se per mano del Caporale (Giancarlo Porcacchia) o del vecchio padrone, ma non importa. Ciò che veramente conta è che Rosa è morta anche perché era sola, condannata da una società che non l’ha protetta, anzi l’ha abbandonata a subire un destino non suo.

E questa è la nostra tragedia.

Mercoledì delle ceneri

Regia e drammaturgia Valentina Esposito

Con Alessandro Bernardini, Fabio Camassa, Luca Carrieri, Matteo Cateni, Chiara Cavalieri, Christian Cavorso, Viola Centi, Massimiliano De Rossi, Roberto Fiorentino, Sofia Iacuitto, Gabriella Indolfi, Giulio Maroncelli, Claudia Marsicano, Giancarlo Porcacchia, Cristina Vagnoli, Camila Urbano 

Aiuto regia Bruno Mello Castanho
Costumi Mari Caselli

Assistente ai costumi Costanza Solaro Del Borgo

Fantocci Mari Caselli e Costanza Solaro Del Borgo

Sarta Iris Ros

Teste in lattice Gemelli Magrì
Ideazione scenografica Valentina Esposito

Pupazza Edoardo Timmi

Trucco Mari Caselli
Musiche Luca Novelli 
Luci Alessio Pascale
Sound designer Simone Colaiacomo

Produzione Fort Apache Cinema Teatro

Con il sostegno di Ministero della Cultura, Regione Lazio, Fondi Otto per Mille della Chiesa Valdese,

Sapienza Università di Roma – Progetto di Terza Missione 2023-2024

Con il Patrocinio della Fondazione Una Nessuna Centomila
In collaborazione con Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale del Lazio, Artisti 7607, Città dell’Altra Economia – CAE

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